L’altra faccia della violenza di genere

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L’ultimo caso di cronaca, registrato il 31 ottobre a Trapani, racconta di una donna di 36 anni che ha ucciso a coltellate il marito, preannunciando il gesto addirittura su Facebook. Alla radice del gesto, si sono ricostruiti, malauguratamente troppo tardi, i consueti brandelli di solitudine, angoscia e richieste di aiuto inascoltate che all’analisi dei fruitori mediatici, individua comunque la donna come vittima di questo dramma. Basta fare un’accurata ricerca in Rete e di casi analoghi in cui sono le donne a uccidere i propri compagni, se ne registrano sempre più numerosi imponendo una opportuna riflessione. Seguendo i criteri di classificazione della criminologia, probabilmente non ha senso parlare di “maschicidi” in quanto un fenomeno impone l’inquadramento soltanto quando diventa numericamente significativo. Per quel che ci occupa, le donne uccidono il proprio marito (leggi compagno, fidanzato, amante, convivente, nda), solo nel 15% dei casi di delitto di genere (dati del Ministero dell’Interno), molto diverso per i femminicidi, che registrano numeri molto più significativi. Vero è, però, che nell’ultimo ventennio (questo è il periodo in esame) i casi in esame, pur restando sottosoglia, sono più che raddoppiati passando dal 3,9 per cento nel 1992 al 9,1 per cento nel 2016, superando però anche l’11 per cento nel 2014 al 15% dell’ultimo biennio. Proseguendo nell’analisi dei casi nell’intervallo di riferimento, anche la modalità di esecuzione degli omicidi può collocarsi nell’area dei delitti d’impeto, realizzati quasi esclusivamente con arma bianca o corpi contundenti occasionali; in letteratura criminologica, le donne, strutturalmente diverse dall’uomo, presentano nel campo omicidiario, una loro specificità che le vede impiegare metodi molto più raffinati come il veleno o l’asfissia. Tralasciando numeri, percentuali e classificazioni, ritengo che l’aspetto maggiormente degno di discussione tra gli addetti ai lavori relativamente a questo fenomeno, sia quello della prevenzione, senz’altro più complessa da realizzare; infatti, per atavici retaggi culturali difficili da scalfire, gli uomini faticano a riconoscersi nel ruolo di vittima e a denunciare abusi o violenze che avvengono in ambito domestico, scadendo talvolta in episodi letali. Non possono valere, in questi casi, tutte le campagne di mobilitazione e salvaguardia messe in campo per i femminicidi ma, attenendoci a più superficiali speculazioni meditative, come non confidare nell’ancestrale percettibilità delle donne affinché non scadano in scomposte reazioni esasperate; piuttosto, prevalga la biologica inclinazione a dare la vita e non a toglierla, si imponga la strutturale superiorità di risoluzione dei conflitti, l’abiura a qualsivoglia forma di sacrificio a favore di un’educazione al rispetto. Le donne nascono e crescono avvolte dalle tinte delicate del rosa, metafora dell’alba di ogni giornata limpida, tiepida e propizia; a dispetto di ogni manuale di noir, sappiano vincere la violenza con la finezza del sentire, osteggiare l’ingiustizia con la legittimazione del pensiero smentendo che: [cit. F.F] “Il rosa non è altro che un rosso sangue sbiadito da troppi lavaggi”.
Gianluca Di Pietrantonio
Criminologo forense

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