5 Febbraio, 2023
spot_imgspot_img

Per l’Istat il bicchiere… è mezzo pieno

Dopo lo sblocco dei licenziamenti, disposto dal Governo in carica, l’Istat – attraverso una recente nota – si è impegnato nell’improbabile opera finalizzata a descrivere il “bicchiere mezzo pieno”.
L’Istituto nazionale di statistica ha enfatizzato un piccolo calo della disoccupazione a luglio rispetto al mese precedente: lo 0,1%. Tradotto in numeri significa una diminuzione di 29.000 unità. Peccato che, nello stesso periodo, sono aumentate di 28.000 le persone che hanno smesso di cercare lavoro, portando la quota degli “inattivi” a 13 milioni e mezzo. Vi sono poi da annotare altri saldi negativi nell’andamento del mercato del lavoro, come quello legato alla drastica riduzione, tra giugno e luglio, dei lavoratori automi: 47.000 in meno. La vera cifra di quanto sta avvenendo è data dal totale degli occupati sulla popolazione in età lavorativa: 23.000 in meno a luglio rispetto a giugno. Eppure, i mezzi di comunicazione di massa (giornali e televisioni, ormai monopolizzati da pochi editori che inibiscono il necessario pluralismo nell’informazione, inteso come fondamentale pilastro della democrazia), continuano a lodare l’azione del “Governo dei Migliori”, raccontando di un Paese in forte ripresa e crescita. Negando la drammatica condizione nella quale stanno sprofondando l’economia e il lavoro. Centinaia di migliaia di lavoratori sono interessati da crisi aziendali (che spesso celano volontà di delocalizzazione) o vengono licenziati individualmente. Il lavoro dipendente è sempre più precario e destrutturato. Aumenta il lavoro povero, caratterizzato da un numero crescente di persone con salari bassi e pochi diritti. Si allargano le sacche di povertà ed esclusione. Il mondo del lavoro è privo di una adeguata rappresentanza politica e sociale, determinando un forte squilibrio a favore delle grandi imprese e della finanza, fortemente aiutate dall’azione del Governo Draghi che mostra cinismo sociale e miopia politica. Il futuro di una società non può prescindere dalla centralità e dalla dignità del lavoro. Il conto, ancora una volta, lo stiamo scaricando sulle nuove generazioni. Dall’inizio della pandemia sono state adottate una serie di misure che hanno fatto impennare il nostro debito. Si continuano a prevedere spese dimenticando le vere necessità del paese, evidenziate dalla stessa emergenza Covid. Dopo grandi annunci, non sono tangibili adeguati investimenti per la sanità, la scuola, i trasporti che trascinerebbero lavoro di qualità, sicurezza sanitaria e benessere sociale.
Cesare Caiazza

Ultimi articoli