Covid, nuovi appelli. Carceri, l’ingiusto prezzo di decisioni calcolatrici

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«Disinnescare in modo sano la bomba-virus nelle carceri»: era il titolo dato a un mio articolo apparso su queste pagine nel marzo scorso.

Se lo richiamo non è perché esprimesse una speciale lungimiranza: si limitava soltanto a constatare che vi erano le premesse di un dramma prossimo venturo e a indicare qualche possibile frangiflutto da predisporre per arginare almeno in parte lo tsunami in arrivo. L’ho voluto ricordare per denunciare ancora una volta il deprecabile andazzo italico di intervenire soltanto a tragedia avvenuta, anche quando questa fosse ampiamente prevedibile. Dobbiamo ritenere che i nostri politici siano del tutto incapaci di cogliere le cause dei più allarmanti problemi sociali? Di avvertirne per tempo la preoccupante ingravescenza? Non penso che vada ricercata in ciò la spiegazione di tante colpevoli inerzie. La verità è che quando la prevenzione o il rimedio comporta scelte impopolari (o anche soltanto ritenute tali) la politica troppo spesso, pavidamente, si ritrae.

La questione carceraria aveva imboccato la giusta strada nella precedente legislatura: la maggioranza dell’epoca, raccogliendo i contributi delle diverse sensibilità culturali, professionali e sociali, aveva meritoriamente promosso una riforma che intendeva responsabilizzare il condannato, prospettandogli un impegnativo, ma mai precluso percorso di graduale rientro in società. Poi, a un centimetro dal traguardo, impensierita dalle imminenti elezioni, per un miope calcolo politico, quella stessa maggioranza decise di soprassedere. La nuova, con un’operazione sciaguratamente ottusa, pensò bene di amputare la parte qualificante della riforma, immolandola sull’altare della «certezza della pena»; locuzione che in una stagione non lontana esprimeva una garanzia, mentre oggi suona come una minaccia di pena detentiva inalterabile, qualunque sia il cammino riabilitativo del condannato.

Se quella riforma avesse avuto approdo legislativo, questo terribile contagio non avrebbe trovato decine di migliaia di persone accalcate in quella sorta di stabulario che negli ultimi anni è divenuto il nostro sistema penitenziario. Al suo irrompere, si è comunque immediatamente provato, appunto, a suggerire qualche rimedio emergenziale, che potesse coniugare rapidità di intervento e selettività nell’operazione di decongestionamento. Ad esempio, si propose di aumentare l’entità della riduzione di pena a quanti fosse già stata riconosciuta, anticipando così il finepena, soprattutto per coloro comunque prossimi alla dimissione. Si propose anche di consentire alternativamente che l’ordinaria riduzione premiale della pena (45 giorni per ogni semestre di meritevole partecipazione al trattamento risocializzativo) potesse essere fruita immediatamente, tornando per un corrispondente periodo in libertà, anziché beneficiarne alla fine.

Si rispose che sarebbe sembrato un cedimento alle rivolte carcerarie (per lo più dovute alla soffocante paura dei ristretti) e che il penitenziario come universo chiuso era il posto più sicuro (strano che non ci si abbandoni a tali amenità anche a proposito delle Rsa). Ma era facilmente decifrabile il sottotesto: tanta gente non comprenderebbe, perderemmo consensi.

Ora che ciò che era prevedibile e previsto sta accadendo; ora che alcune conseguenze dell’inerzia si sono già fatte pesanti per il personale penitenziario e per i detenuti, si presti almeno sollecita attenzione politica alla meritoria iniziativa di Rita Bernardini, presidente di ‘Nessuno tocchi Caino’, condivisa trasversalmente da tanti autorevoli esponenti della migliore cultura italiana, affinché si adottino al più presto le misure che si sarebbero dovute già adottare da tempo: ci sono migliaia di persone la cui salute e la cui vita sono messe a repentaglio dal coattivo assembramento penitenziario, reso ancor più insopportabile dalle inevitabili restrizioni imposte dall’incubo pandemico.

Lo sappiamo bene, in questo momento il decisore politico ha, incolpevolmente, mille emergenze cui far fronte, ma abbiamo avuto ben sette anni per restituire dignità e senso alla nostra pena detentiva, giudicata inumana dalla Corte europea dei diritti dell’uomo (sentenza Torreggiani).

Adesso dunque risolviamo l’emergenza, ma poi torniamo sul problema di fondo: in politica, avremmo bisogno di aquile dai vasti orizzonti e dalla vista lungimirante; salvo lodevolissime, ma troppo isolate eccezioni, abbiamo invece dei forapaglie preoccupati e capaci soltanto – con becco vorace e ingannevoli richiami – di catturare e lettori considerati ‘insetti’.

(Avvenire)