Nel pieno della piΓΉ grande crisi del settore degli ultimi decenni, il programma della newco Ita prevede una crescita dei ricavi da 920 milioni nel 2021 a 3,4 miliardi alla fine del quinquennio
Il piano industriale di Ita, la nuova Alitalia, per il quinquennio 2021-2025 finalmente Γ¨ pronto a partire. Si inizierΓ ad aprile 2021 con 52 aerei, per arrivare a 110 nel 2025. La crescita dovrΓ essere graduale ma rapida: 86 velivoli nel 2022, 103 nel 2023. Stesso discorso anche per i ricavi: si parte dai 920 milioni del 2021 per arrivare allβobiettivo di 3,4 miliardi alla fine del quinquennio: dovrebbero essere quadruplicati.
Β«Difficile capire se possa funzionare un piano cosΓ¬ ambizioso in una situazione cosΓ¬ complessaΒ», dice a Linkiesta lβeconomista Andrea Giuricin, autore del libro βAlitalia: la privatizzazione infinitaβ. Β«La crescita dovrebbe essere molto veloce, e ora come ora Γ¨ molto difficile da immaginare. Un punto a favore Γ¨ che il mercato potrebbe sorprenderci perchΓ© non sappiamo come andrΓ da qui in avanti. PerΓ² tutti gli amministratori delegati delle compagnie aeree dicono che fino al 2024 il mercato non si normalizzaΒ».
SecondoΒ la International Air Transport Association (Iata)Β nel 2021 la perdita per il settore dovrebbe assestarsi tra i 30 e i 40 miliardi di dollari, dopo i 180 persi questβanno. Ma ancora nel primo trimestre dellβanno le maggiori compagnie aeree stimano di volare con una capacitΓ di un terzo circa. E il mercato italiano non sembra fare eccezione: nel 2020 il numero di passeggeri si ridurrΓ dai 161 milioni del 2019 a meno di 50 milioni. CosΓ¬ il piano di crescita della nuova Alitalia, che parte con lβinvestimento di 3 miliardi previsto dal decreto rilancio dello scorso maggio, somiglia tanto a una scommessa, che dipenderΓ anche dallβimprevedibilitΓ del nuovo mercato aereo.
Ma non sarΓ facile ritagliarsi delle quote di mercato, considerando che le grandi compagnie in un modo o nellβaltro continuano a investire per non perdere terreno, nonostante tutto. Lβesempio piΓΉ evidente Γ¨ quello di Ryanair, che proprio a inizio mese ha confermato un ordine di 135 velivoli a Boeing.
Non puΓ² essere un caso che nel piano industriale di Ita sia prevista una partnership strategica per accompagnare il percorso di crescita dellβazienda: lβamministratore delegato Fabio Lazzerini in conferenza stampa aveva annunciato che Β«giΓ nel 2022 alcuni ricavi, anche se in poca misura, dipenderanno dalla partnership. Il pieno sfruttamento arriverΓ negli anni successivi e nel 2024-2025 si arriverΓ al 15 per cento dei ricavi legati alla nostra partnershipΒ», confermando di fatto le voci intorno a Lufthansa e Air France-Klm.
Una critica forte Γ¨ arrivata anche dai sindacati. Filt Cgil, Fit Cisl, Uiltrasporti e Ugl Trasporto Aereo hanno detto che «è un piano insoddisfacente dal punto di vista industriale e occupazionale. Serve piΓΉ coraggio da parte del ministero di Economia e Finanza per dare un indirizzo chiaro al cda e allβamministratore delegato, visto che i 3 miliardi investiti dal governo sono stati stanziati per rilanciare Alitalia e tutto il trasporto aereo, non per licenziareΒ».
I dipendenti necessari a gestire una flotta iniziale di 52 aerei infatti sono circa 5.500, cioè la metà degli 11mila attuali. E nel 2025 dovrebbero diventare, stando a quanto scritto nel piano, circa 9.500. E la possibilità che le proteste dei sindacati diventino influenti rispetto al piano industriale non sono poche.
I sindacati, secondo Giuricin, hanno grande peso, da sempre, nelle decisioni politiche che riguardano Alitalia. A inizio dicembre lβeconomista aveva pubblicatoΒ un paper sul sito dellβIstituto Bruno LeoniΒ in cui criticava le triangolazioni tra politica, sindacati e dipendenti di Alitalia che «è sempre stato alla base di molti degli errori commessi dalla compagnia aerea e dalla classe politica italiana negli ultimi anniΒ», in particolare in riferimento al periodo tra il 2017 e il 2020, in cui Β«la gestione commissariale di Alitalia Γ¨ giΓ costata circa 8 miliardi di euro a contribuenti, passeggeri e creditoriΒ».
Anche con lβinvestimento di 3 miliardi previsto con il decreto rilancio non Γ¨ escluso che la compagnia possa comunque finire in un grande gruppo europeo. Un passaggio che anzi sembra sempre piΓΉ logico, dal momento che nellβattuale mercato cβΓ¨ poco spazio e margine di crescita per le piccole compagnie. Esemplare il caso di Norwegian, compagnia low cost che aveva 36 milioni di passeggeri nel 2019, quasi il doppio di Alitalia: ha comprato aerei nuovi, puntava anche su tratte intercontinentali, ma non ce lβha fatta a competere da sola con le grandi compagnie ed Γ¨ stataΒ costretta al commissariamento. Se Norwegian doppiava, o quasi, il numero di passeggeri di Alitalia e comunque si Γ¨ rivelata troppo piccola per il mercato, allora Γ¨ ancora piΓΉ difficile immaginare la nuova Ita possa camminare da sola.
Norwegian aveva dimostrato anche una discreta capacitΓ innovativa: nel 2013 era diventata la prima compagnia aerea a tentare un servizio di voli a lungo raggio ma a basso costo, puntando sui jet 787 Dreamliner di Boeing (che poi avrebbero rivelato diversi problemi tecnici). Proprio i voli intercontinentali hanno contribuito a indebitare la compagnia. La nuova Ita vedrebbe ridotti di molto i voli a lungo raggio, che vedrebbe gli aerei ridursi dagli attuali 26 a soli 6 (5 Boeing 777-200ER e un Boeing 777-300ER), con una riduzione di capacitΓ nei voli intercontinentali di circa il 70 per cento.
Β«Il problema β conclude Giuricin β non sarebbe vedere la compagnia italiana allβinterno di un grande gruppo, ma sono le grandi spese dello Stato e dei contribuenti. CβΓ¨ giΓ un miliardo e mezzo per i prestiti ponte: i 900 milioni del primo prestito piΓΉ 200 di interessi e 400 milioni del dicembre scorso. A questi si sommano gli attuali 3 miliardi di euro, che portano il totale a 4 miliardi e mezzo in poco piΓΉ di 3 anni per arrivare comunque a una soluzione che era sul tavolo anche prima. Γ tutto tempo perso: immaginare un futuro indipendente per una compagnia aerea piccola Γ¨ difficile e non da oggiΒ».
(Linkiesta)


