E’ la festa più lunga di sempre a Napoli lo scudetto lo festeggiano da un mese, alla faccia della scaramanzia. Ricomincio da tre, direbbe Troisi di questo scudetto partenopeo, ma a Napoli a fare bel calcio hanno cominciato già parecchi anni fa, portando a Napoli (e poi vendendo a peso d’oro) campioni come Lavezzi, Cavani, Higuain, Hamsik, Koulibaly, Maertens, ed oggi Osimen e Kvara, tanto per dirne due soli.
E’ uno scudetto che arriva dopo 22 anni di successi del trio Juventus (un bel po’, sul campo e non), l’Inter (sei, cinque sul campo), il Milan (tre), per risalire a scudetti fuori dal MI-TO bisogna risalire a quelli di Roma e Lazio a inizio millennio, poteva già arrivare l’anno scorso, ma in dirittura di arrivo il Napoli si era piantato sul più bello, mentre il Milan aveva trovato chissà dove le risorse, e la fortuna, per vincere uno scudetto inaspettato.
Come inaspettato è questo, considerando che dopo aver venduto mezza squadra questa estate i bookmakers compatti davano il Napoli quinto in classifica e fuori dalla Champions, anche perchè il ridimensionato monte ingaggi era proprio il quinto.
Scudetto quasi già vinto prima della sosta per il Mondiale, visto il ritmo della squadra di Spalletti, ma a suicidarsi sono state le tre favorite, e penso soprattutto all’Inter, visto che la Juve fra penalizzazioni, indagini e infortuni ha vissuto un anno orribile; vero che il ritmo è stato molto alto, ma correre senza l’ansia di una vera contendente è come quelle corse ciclistiche dove una lepre parte dopo 10 km e prova a vedere che succede, poi si accorge che nessuno la segue e a quel punto piano piano ci crede, e se non muore va a vincere, soprattutto se voltandosi continua a non vedere nessuno: io penso che se le tre antagoniste avessero avuto un pacco di punti in più come sarebbe stato dovuto, il Napoli comunque qualche problema psicologico l’avrebbe avuto, acuito nei momenti dei passi falsi.
Scudetto meritato, meritatissimo, dunque, ma anche per totale inadeguatezza delle altre, tanto più tenuto conto che negli scontri diretti le prime squadre se la sono giocata col Napoli, che poi è stato eliminato dal Milan in Champions, della quale molti napoletani avranno il giorno di Milan-Inter un grosso rimpianto, ma il calcio è materia da psicoanalisi, fattucchiere e botte di fortuna.
Fra i giocatori difficile fare graduatorie, è chiaro che Osimen è il simbolo, ma davvero è una vittoria di squadra, anche se quando le difese hanno preso le misure al georgiano il Napoli qualche difficoltà in più la ha avuta.
De Laurentis e Spalletti sono due capitoli a parte, due psicopatici alla guida della squadra campione d’Italia.
Il Presidentissimo è forse l’unico Presidente in Italia con Lotito che col calcio ci guadagna, quest’anno ha fatto anche a meno dei tifosi che hanno contestato i prezzi troppo alti, e da quando ha preso il Napoli ne ha sbagliate poche, partendo dal manico: Benitez, Sarri, Ancelotti, Gattuso, Spalletti.
Spalletti il giorno della festa è sempre lui, parla di lavoro da proseguire domani, grida ridendo alla stampa che De Laurentis se vuole che lui rimanga lo deve dire a lui e non alla stampa, poi anche lui alla fine si scioglie e piange dedicando lo scudetto al fratello morto: questo è l’uomo. Che fino a qui in Italia, a 64 anni, era fermo a due coppe Italia vinte con la Roma. L’uomo, il classico toscano polemista per definizione, è devastato e devastante, basta chiedere a Totti e Icardi che ne pensano di lui, ma sa allenare le squadre e i loro comportamenti.
Mi era capitato il giorno della festa di aver visto solo Gigi Radice nel Torino del 75/76 più estraniato di lui dalla festa, quando alla fine della partita pareggiata col Cesena che regala comunque loro lo scudetto per la contemporanea sconfitta della Juve, non si capacita di come il Toro non abbia vinto la partita, e va da Danova a chiedere lumi dell’autogol, con uno scatenato Paolo Frajese (e abbiamo detto tutto) che lo incalza: “Mister, è scudetto, è scudetto!”, senza che lui facesse un plissè, finchè non arriva Castellini che piange come un bambino, i due si abbracciano e anche Radice si scioglie.
Ora Spalletti e De Laurentis sono alle prese con un bivio non banale: rilanciare su questa squadra, investendo risorse e aumentando di molto il monte ingaggi, o ricominciare tutto daccapo con nuovi talenti, magari anche con un altro allenatore in panchina: non è detto che non si possa fare un mix di tutto questo.
Lasciamo spazio alle feste in tutte le piazze d’Italia, ché i napoletani sono in ogni dove, (come disse Pasolini sono una grande tribù che anziché vivere nel deserto o nella savana, come i Tuareg e i Beja, vive nel ventre di una grande città di mare) con questo ideale passaggio di consegne dello scudetto da parte di Diego Maradona, come già avvenuto con l’Argentina con la vittoria del Mondiale di pochi mesi fa.
“E’ l’Italia il vero problema di Napoli”, scrisse genialmente Raffaele La Capria: e oggi che Napoli è campione d’Italia il problema non esiste più…
Alessandro Tozzi
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