“La vostra vita sia stupefacente, non la droga”. Don Coluccia prima ammutolisce e poi infiamma il Mattei di Cerveteri

E’ molto grande l’auditorium dell’Istituto Mattei di Cerveteri. Vederlo vuoto da quasi un senso di smarrimento; poi un brulicare di voci, un crescendo di risa, gridolini, schiamazzi, un incedere di giovani esuberanti e curiosi, spiritosi a tratti, riempiono gradualmente tutti gli spazi. Il brusio è quello tipico delle masse giovanili, irriverenti alle circostanze ufficiali, cedevoli all’ironia, alla leggerezza, allo spirito di prevalenza sopra ogni formalità.

L’entusiasmo ha un momento di sospensione quando in sala entra una tonaca nera, una figura elevata più che alta, circondato da uomini di scorta; don Antonio Coluccia è preceduto dalla sua fama, un sacerdote che non teme i boss, che ha dichiarato la sua personale guerra alla droga, alle piazze di spaccio, che non cede alle minacce, non teme le ritorsioni; costretto a vivere sotto scorta, un alto livello di sicurezza.

Ad accoglierlo c’è la classe dirigente del Mattei, i docenti, le autorità locali; la sindaca Elena Gubetti, l’assessore Riccardo Ferri, il dirigente del commissariato di PS Ladispoli, il comandante della stazione dei Carabinieri locale, il comandante della Polizia Stradale.

Lo accoglie Paola Temperi, ex funzionaria di Polizia che terminato il suo servizio allo Stato per raggiunti limiti di età, non ha smesso di esercitare il suo ruolo schierata negli schieramenti del Bene.

E’ stata lei a volere fortemente il sacerdote al Mattei, dove la sorella Nicoletta insegna da anni con passione, dedizione, autorevole amorevolezza verso i suoi ragazzi.

Paola Temperi, presentando l’ospite d’eccezione, si è detta rammaricata per la recente irruzione notturna da parte di alcuni balordi che hanno imbrattato la scuola con scritte vergognose: “dovreste essere arrabbiati, è come se lo avessero fatto a casa vostra, questo dovrebbe essere considerata la scuola per voi, una casa. Se li conoscete, fategli capire che il Mattei non si tocca, che casa vostra non si tocca”.

Lascia la parola a don Coluccia, poi, che si racconta brevemente, lui studente, poi operaio e sindcalista, poi la chiamata del Signore.

Non è un prete come gli altri, don Antonio Coluccia, lui scende dall’altare, esce dalla chiesa e va in strada, ad aiutare chi ha bisogno.

Contrasta l’illegalità mettendoci la faccia, lo fa andando nelle periferie a recitare il Vangelo. Per questo è stato minacciato di morte, diverse volte, da diversi malavitosi. Lui lascia la casa canonica e, noncurante delle minacce, va ad abitare in una casa confiscata alla mafia e ci coabita con ragazzi di strada: sbandati, drogati, solitudini in travaglio, anime tormentante alla ricerca di un calore familiare. Don Antonio diventa la casa e la famiglia di ragazzi soli e smarriti, che grazie a lui ritrovano dignità e speranza.

Parla per un’ora e mezza il sacerdote antimafia, cita don Luigi Sturzo: “«La mafia stringe nei suoi tentacoli giustizia, polizia, amministrazione, politica; oggi serve per domani esser servita, protegge per essere protetta, ha i piedi in Sicilia ma afferra anche Roma, penetra nei gabinetti ministeriali, nei corridoi di Montecitorio, viola segreti, sottrae documenti, costringe uomini creduti fior di onestà ad atti disonoranti e violenti”.

Parla a braccio, è tracimante quando ricorda che c’è un’porzione di ragazzi che sono affascinati dalla violenza, accesi e mossi dall’adrenalina del proibito, ragazzi che nessuno ascolta.

Rivolgendosi ai docenti, agli adulti in sala (ma idealmente a tutti gli adulti) riconosce che c’è bisogno di un cambiamento di linguaggio, un idioma nuovo che chi vuole dialogare con i ragazzi di oggi deve conoscere.

Cita gli articoli 33 e 34 della Costituzione, cita don Bosco con la sua raccomandazione di “educare, educare, educare”, parla di Stato chiedendo a uno dei ragazzi in sala cos’è lo stato e questi risponde “siamo noi”.

Con veemenza ricorda che la droga è verticistica perché va ad alimentare i vertici delle organizzazioni criminali; grida ai ragazzi che la vita non è fatta solo di like ma è passione, coerenza, rispetto, impegno: ”date motivazione alla vostra vita”, urla.

Poi di nuovo rivolto alla classe educante ricorda Don Milani e il suo “I care”, ti stimo, a te ci tengo, ti considero.

“Ognuno di voi può fare cose buone” ricorda ai ragazzi presenti che ora sono silenziosi, emotivamente toccati. Chiama la droga “eucarestia di satana” e sostiene che lui la combatte, e ognuno può contrastarla, con la filosofia delle ‘3P’: “piccoli passi possibili”. Così sostiene che il grande bluff, questo è per lui la droga, può essere marginalizzato, sconfitto.

Fa riferimento alle baby gang, giovanissimi affascinati da video violenti con cui alimentarsi di adrenalina, della ricerca di TikTok, delle serie televisive che distorcono la verità, del drammatico calo della lettura e dell’analfabetismo funzionale.

Parla coi giovani, ai giovani, gioca con loro, non mette distanze, si sa spogliare di una tonaca che non è più abito ma strumento di comunicazione fraterno: “Voi siete il presente non il futuro, perché il futuro non è scontato come pensate, ma dovete costruirlo. Se non vi indignate quando vedete ingiustizie, di fronte a ragazzi che si buttano via, non avrete futuro.
Cita Martin Luther king che asseriva che l’indifferenza dei “buoni” è più dannosa della violenza dei “cattivi”.

Dice di non aver mai visto un drogato felice e proietta un video, la storia di un ragazzo sardo che aveva fatto della droga la sua padrona; un ragazzo che morirà di droga, tra l’indifferenza dei “compagni di merenda”, le compagnie degli abusi, che poi ti lasciano vigliaccamente morire da solo.

Si congeda ricordando che i boss si nascondono mentre lui ci mette la faccia e non scappa, non smette, non molla.

“Ricordatevi sempre che la vostra vita è stupefacente, non la sostanza”.

Il silenzio commosso si scioglie in ovazione, e poi di nuovo la gioiosità, quell’ondata di vitalità giovanile che lasciando l’auditorium torna ad essere fragorosa, spumeggiante, leggera e spensierata; li ho guardati andar via, chiedendomi a quanti di loro oggi don Coluccia avrà acceso la luce divina del ravvedimento e della consapevolezza.

Ludovica Di Pietrantonio, direttore L’agone

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