Comunicato stampa
Giornale del Lago e della Tuscia edito dall'Associazione no-profit "L'agone Nuovo".
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Comunicato stampa
Comunicato stampa
L’Assessorato all’Ambiente del Comune di Cerveteri rende noto che a partire da venerdì 19 giugno prenderà il via il ciclo di interventi di disinfestazione larvicida e adulticida contro la zanzara e zanzara tigre e di derattizzazione in tutto il territorio comunale, capoluogo e frazioni incluse. Inizieranno la mattina di venerdì 19 giugno, con il trattamento larvicida, un trattamento specifico nelle caditoie, tombini e ristagni d’acqua presenti nel territorio. Nella nottata tra il 19 e il 20 giugno poi, il primo trattamento anti-alare, programmato dalle ore 23:00 sino a notte fonda.
“Insieme al personale dell’Ufficio Ambiente e alla Rieco, abbiamo pianificato per tutta l’estate una serie di interventi di disinfestazione anti-larvale e anti-alare in tutto il territorio ed un ciclo di interventi di derattizzazione, anch’esso per tutto il territorio comunale”, ha dichiarato Alessandro Gnazi, Assessore all’Ambiente del Comune di Cerveteri.
“Relativamente l’intervento anti-alare è doveroso fare una specifica particolare – ha aggiunto – come noto, il passaggio dei mezzi riguarda solamente aree pubbliche e solamente di riflesso interesserà le aree private. Pertanto invito tutti i cittadini, ad avere cura dei propri balconi, giardini ed aree di proprietà: la presenza di ristagni d’acqua o zone poco curate, potrebbero affievolire e non di poco l’effetto del trattamento eseguito”.
Gli interventi larvicida, avranno luogo nelle prime ore della mattina di venerdì 10 e 24 luglio, venerdì 7 e 28 agosto, venerdì 18 settembre e venerdì 16 ottobre. La disinfestazione anti-alare invece, si svolgerà nelle notti tra venerdì 19 e sabato 20 giugno, tra venerdì 10 e sabato 11 luglio, tra venerdì 24 e sabato 25 luglio, tra venerdì 7 e sabato 8 agosto e tra venerdì 28 e sabato 29 agosto. Gli interventi di derattizzazione invece, saranno eseguiti nelle mattinate di venerdì 10 luglio e venerdì 16 ottobre.
“Per gli interventi di disinfestazione larvicida e per la derattizzazione non occorrono particolari precauzioni da parte della cittadinanza – spiega Gnazi – consuete invece le accortezze da seguire per la disinfestazione adulticida. In questo caso, come sempre, si invita la cittadinanza a tenere chiuse porte e finestre al passaggio dei mezzi di disinfestazione, a non lasciare esposti indumenti o generi alimentari, ritirare in casa animali domestici ed evitare di sostare nelle aree interessate durante il trattamento. Si ricorda che saranno utilizzati solo prodotti regolarmente autorizzati dal Ministero della Salute
Comunicato stampa
Quello del 2026, diciamolo, sarà un mondiale che permetterà di parlare, oltre che di fuorigioco, anche di altro. Ecco qualche altro suggerimento.
Storia
Rivalità che ritornano, come Senegal–Francia, la versione calcistica di “Ci rivediamo dopo vent’anni”. Il Senegal ritrova la Francia dopo il clamoroso 1–0 del 2002, una partita che non fu solo una sorpresa: fu un terremoto geopolitico in formato pallone.
Era la gara inaugurale del Mondiale coreano-giapponese, i francesi arrivavano da campioni del mondo e d’Europa, convinti di dover solo timbrare il cartellino. Il Senegal, invece, arrivava con la leggerezza di chi non ha nulla da perdere e la fame di chi vuole dimostrare tutto. Ma quel giorno, a Seul, accadde l’impensabile: Papa Bouba Diop segnò il gol che fece crollare un impero. La Francia, abituata a dominare, si ritrovò improvvisamente a fare i conti con una realtà nuova: che nel calcio, come nella vita, non basta il pedigree per evitare una figuraccia planetaria. Per questo, oggi, il loro incontro somiglia a rivedere una ex dopo vent’anni. Non una ex qualunque: quella che ti ha mollato davanti a tutti, proprio il giorno della tua festa. È come se il Senegal dicesse, con un sorriso educato ma affilato:
“Ciao, come stai? Ti ricordi di me? Io sì.”.
La Francia, elegante come sempre, risponderebbe con un mezzo sorriso, sperando che nessuno tiri fuori le foto di quella serata del 2002 in cui tutto andò storto, l’infortunio di Zidane, l’attacco sterile, la presunzione punita e l’inizio di un Mondiale che per loro sarebbe finito nel modo più umiliante: eliminati ai gironi senza segnare un solo gol. Quella partita non fu solo un risultato: fu un simbolo. Il calcio africano che bussava alla porta del mondo e diceva:
“Spostatevi un po’, entriamo anche noi.”.
Il mondo, da quel giorno, non fu più lo stesso.
Ora, nel 2026, il loro incrocio ha il sapore di un capitolo che torna a chiedere di essere scritto. Con la Francia, che spera in una redenzione elegante, e il Senegal che, sotto sotto, sogna un altro colpo da tramandare ai nipoti.
La coppa precedente all’attuale, la Coppa Jules Rimet, fu assegnata definitivamente al Brasile nel 1970, quando Pelé & co. decisero di prendersi il trofeo per sempre… battendo l’Italia 4-1. Una partita talmente dolorosa che ancora oggi, se la nomini a un italiano sopra i 60 anni, ti guarda come se gli avessi rigato la macchina. Qualcuno dice:
“Io nel ’70 non c’ero, ma mi fa male lo stesso.”
Se poi appare Pelé in TV cambiano canale per istinto di sopravvivenza.
Il regolamento diceva: “Chi vince tre Mondiali, si porta a casa la Coppa”. Il Brasile lo prese alla lettera e infatti se la portò davvero a casa. Letteralmente.
Qui la storia diventa un film di Scorsese, ma con meno glamour.
Nel 1983, la Coppa Rimet venne rubata dalla sede della federazione brasiliana. Non fu mai più ritrovata. La versione più accreditata? È stata fusa. Sì: la Coppa del Mondo trasformata in lingotti. Un finale così assurdo che neanche Netflix avrebbe il coraggio di proporlo. È l’unico furto della storia in cui i ladri hanno rubato qualcosa che valeva più come simbolo che come oro. È come rubare la Gioconda per usarla come tovaglietta.
Dopo il furto, la FIFA disse:
“Ok, basta, facciamone una nuova e stavolta la teniamo noi”.
La nuova coppa, introdotta nel 1974, è opera dell’italianissimo Silvio Gazzaniga, scultore milanese che probabilmente non immaginava che la sua creazione sarebbe diventata l’oggetto più desiderato del pianeta dopo il caricabatterie quando hai il telefono al 2%. È così bella che se la guardi troppo a lungo, ti viene voglia di lucidare anche i trofei del Subbuteo.
È prodotta dalla Bertoni Srl di Paderno Dugnano. Sì, la Coppa del Mondo nasce in provincia di Milano. Altro che Hollywood.
Cosa succede quando una squadra vince il Mondiale?
Qui arriva la parte più comica.
In pratica: vinci il Mondiale, ma la Coppa vera la vedi solo per mezz’ora. È come quando ti fanno provare una Ferrari… e poi ti ridanno le chiavi della Panda.
I tre Paesi del Mondiale 2026 hanno una storia molto diversa alle spalle: uno è un veterano assoluto, uno è un habitué, uno è un debuttante.
MESSICO 2 volte:
1970 – il Mondiale di Pelé, della semifinale Italia–Germania 4–3;
1986 – il Mondiale di Maradona, della Mano de Dios e del Gol del Secolo.
STATI UNITI 1 volta:
1994 – il Mondiale dei record di pubblico (ancora imbattuti), finale Brasile–Italia decisa ai rigori (errore del mitico Roberto Baggio).
CANADA 0 volte Mai un Mondiale maschile prima del 2026.
Ha ospitato un mondiale di calcio, però era il Mondiale femminile 2015
Economia
Il montepremi di questo mondiale sembra il PIL di un Paese medio e ti fa chiedere se non fosse meglio fare il calciatore invece del tuo lavoro. Supera i 544 milioni di sterline, una cifra talmente vasta che, se la lasci un attimo incustodita, rischia di sviluppare una sua atmosfera e un proprio sistema climatico.
La squadra vincitrice ne porterà a casa 37,4 milioni, una somma che non è solo un premio, è un invito a ripensare radicalmente la propria vita. Con quei soldi puoi fare molte cose. Puoi comprare un’isola, magari una di quelle dove la nazionale si ritira a meditare sul senso della vittoria. Puoi costruire uno stadio, con tanto di parcheggi multipiano, ristoranti panoramici e museo delle imprese (vere o presunte). Oppure puoi tentare l’impresa più audace di tutte: pagare il parcheggio allo stadio. Forse. Dipende dalla città.
Ma non è finita qui. Il resto del montepremi, oltre mezzo miliardo, si distribuisce tra partecipanti, federazioni, staff, progetti di sviluppo e, naturalmente, la FIFA, che osserva tutto dall’alto come un antico imperatore che supervisiona la raccolta dei tributi. In fondo, il Mondiale è anche questo: una gigantesca macchina economica che muove capitali, sogni, infrastrutture e ambizioni e ogni tanto, tra un bilancio e un trofeo, ci ricorda che il calcio non è solo un gioco: è un settore industriale che, se volesse, potrebbe tranquillamente comprare un piccolo Paese o, almeno, affittarlo per un mese.
Si prevede che gli spettatori dei Mondiali 2026 saranno 6,5 milioni. Un numero talmente alto che, se li mettessimo tutti in fila, arriverebbero da New York a Los Angeles… e tornerebbero indietro perché hanno dimenticato la bandiera in macchina e poi per lamentarsi dei prezzi dei biglietti. Prezzi che, a quanto pare, saranno affrontabili solo dai VIP: per la finale i biglietti supereranno i 10.000 dollari. Insomma, se non hai almeno un jet privato o un cognome con più vocali che consonanti, guarderai la partita dal divano.
Gli analisti prevedono che sarà un affare soprattutto per la FIFA, che si prepara a vivere i Mondiali più redditizi della storia: 11 miliardi di dollari nel quadriennio 2023-2026, contro i “modesti” 7,6 miliardi del Qatar. Una crescita così rapida che persino le startup della Silicon Valley stanno prendendo appunti. A questo punto la FIFA non è più un’organizzazione sportiva, è un Paese del G7 oppure è una startup unicorno che però non deve convincere gli investitori, li compra direttamente.
La ripartizione dei ricavi è un piccolo capolavoro di ingegneria finanziaria:
4,3 miliardi dai diritti TV
2,7 miliardi dalle sponsorizzazioni (se potessero, metterebbero un logo anche sul pallone… ah, scusate, già lo fanno),
3 miliardi da biglietti e ospitalità, pari al totale dei ricavi da biglietti delle ultime sei edizioni dei Mondiali. Sei. Edizioni. La FIFA non vende biglietti: vende esperienze mistiche.
Il trofeo? Un gioiellino da 746.811 dollari, interamente in oro 18 carati, 6.1 kg lordi, praticamente il prezzo di una Ferrari SF90 Stradale. La differenza è che la Ferrari almeno te la lasciano portare a casa, la Coppa no.
Dal 1974 il suo valore è aumentato del 3.000%. Se fosse un investimento finanziario, sarebbe già stato bandito per eccesso di successo.
Il valore complessivo dei giocatori delle 48 squadre è stimato in 18 miliardi di dollari. L’Inghilterra guida la classifica con 1,9 miliardi: praticamente una squadra composta da esseri umani e lingotti ambulanti. Francia e Spagna seguono a ruota con 1,5-1,6 miliardi.
Poi c’è Lamine Yamal, che domina la formazione dei giocatori più preziosi: 200 milioni. Davanti a Mbappé. Ha 18 anni. Alla sua età molti di noi stavano ancora litigando con l’algebra, io valevo un panino e un gettone della sala giochi, e neanche sempre.
Mentre tutto questo accade, l’industria sportiva globale nel 2025 raggiunge i 2,3 trilioni di dollari di ricavi. Se lo sport fosse un Paese, sarebbe il decimo al mondo per PIL, probabilmente avrebbe anche una Nazionale più forte di molte che vedremo ai Mondiali.
Altri argomenti mondiali:
Geografia, Tecnologia e Sociologia
Identità, Urbanistica e Geologia
Fonti:
Riccardo Agresti
Ci sono storie che non si leggono: si sentono sulla pelle.
Chi vuole riscoprire la nostra identità più profonda, quella che nasce dalla terra che calpestiamo ogni giorno, oggi ha un’occasione imperdibile: leggere “Mi Larthia”, il nuovo e straordinario romanzo di Marco Faraoni. Un libro che non si limita a raccontare una storia: la fa vivere.
“Mi Larthia” trascina il lettore in un mondo etrusco ricostruito con una precisione rara e una potenza narrativa sorprendente. Al centro c’è Larthia, una ragazza di quattordici anni a cui la società impone un destino durissimo: diventare ierodula, una prostituta sacra. La vediamo quasi davanti a noi: le dita che tremano mentre sfiora il tessuto ruvido della veste rituale, il respiro corto di chi capisce che l’infanzia è finita. Un ruolo che Faraoni racconta con rispetto, profondità e un coraggio narrativo che colpisce. Mentre leggiamo, ci accorgiamo che la sua condizione antica parla anche al presente, alle tante forme di invisibilità che ancora oggi molte donne subiscono.
Nella sala consiliare del Comune di Bracciano, messa a disposizione dal Sindaco Marco Crocicchi, Marco Faraoni ha presentato il suo romanzo accompagnato da Luigia Luisa De Michele e Isabella Branchinelli.
Alla presenza dell’assessore Mauro Negretti, le domande, puntuali e pertinenti, hanno permesso all’autore di raccontare la genesi dell’opera: un intreccio di studio, esperienza sul campo e passione civile. Faraoni trae ispirazione dalle sue ricerche archeologiche a Pyrgi, l’antico porto di Caere, oggi Santa Severa, e in Toscana, luoghi in cui ha potuto toccare con mano la vita quotidiana degli Etruschi. Sono queste esperienze dirette a diventare la base solida su cui ha costruito un romanzo capace di unire rigore storico e ritmo da grande avventura.
Faraoni non è nuovo alla scrittura. “Mi Larthia” è il quinto libro che pubblica, edito da Youcanprint, in vendita in tutte le librerie fisiche e on line. Ha cominciato con due raccolte di poesie: nel 2011, “Panta Rei”, e nel 2013, “Antichi Sapori”. Quindi ha dato alle stampe il libro-denuncia “Tombaroli per caso”, in cui affronta con coraggio il tema del saccheggio archeologico. Recentemente, nel 2021, ha pubblicato un’altra raccolta di poesie, “Sprazzi di lucidità”, sempre con Sacco Arduino Editore.
Faraoni si conferma una voce eclettica e appassionata. Attore e figurante, lo abbiamo visto anche nel recentissimo video realizzato da RAI 1 per l’ottantesimo anniversario della Repubblica Italiana, segno di un impegno culturale che va oltre la pagina scritta.
Con “Mi Larthia” compie però un passo ulteriore: trasforma le sue conoscenze storiche e archeologiche in emozione pura, in un’avventura dal ritmo serrato capace di emozionare e far riflettere.
Il romanzo è un viaggio. Un viaggio vero, fisico, pieno di pericoli e scoperte: da Pyrgi alla Sicilia, dalla Puglia ad Apollonia, fino al covo dei pirati lungo un fiume. Larthia rischia di essere venduta come schiava, incontra sacerdoti, auguri, aruspici, affronta prove più grandi della sua età. E il lettore? Non può smettere di seguirla. Perché “Mi Larthia” non è solo un romanzo: è un atto d’amore verso il nostro territorio, verso la sua storia e verso ciò che ancora può insegnarci. È un libro che scorre, avvince, sorprende. Un libro che non si posa: si divora e, quando lo chiudi, Larthia resta con te, come una voce antica che continua a chiamare e speriamo riviva in un racconto successivo.
Riccardo Agresti
Il canto bianco dell’orxata
Nella piana luminosa che circonda Valencia, dove l’aria profuma di arance e di mare, cresce una pianta che non sembra chiedere nulla: foglie sottili come fili d’erba, radici che affondano nella terra sabbiosa dell’Horta Nord, e, sotto, nascosti come piccoli tesori, i suoi “frutti”: le chufas.
La chufa non è un seme, né un frutto, né una noce. È un tubero, un piccolo nodo rugoso color ambra, prodotto da una pianta erbacea chiamata Cyperus esculentus. Una pianta umile, che cresce bassa, quasi timida, infestante, ma che custodisce un sapore antico.
I contadini di Alboraya, la capitale mondiale dell’orxata, la conoscono da secoli. La seminano in primavera, la raccolgono a fine estate, la lavano, la asciugano al sole e, quando la chufa è pronta, dura e profumata, inizia la magia. Le chufas vengono messe in ammollo, poi macinate, impastate con acqua fredda. La polpa viene strizzata, filtrata, lasciata riposare. Ciò che ne risulta è un liquido bianco, vellutato, fresco come un mattino d’estate: l’orxata de València.
Il suo gusto è unico. Ricorda la mandorla, ma più erbacea; la nocciola, ma più fresca. Ha una dolcezza naturale, mai stucchevole e lascia in bocca una nota di terra buona, di radice, di campo. Una bevanda che non imita nulla: è se stessa.
La chufa non è nata a Valencia. Arrivò secoli prima che la città la facesse propria, portata dagli Arabi, che la conoscevano già da secoli, e gli Arabi l’avevano ereditata dagli Egizi, che la coltivavano lungo il Nilo e la offrivano come cibo sacro e nutriente. Quando giunse nella piana valenciana, trovò la sua casa definitiva. Il clima, la sabbia, l’acqua: tutto era perfetto. Così, nel XIII secolo, l’orxata era già una bevanda amata, rinfrescante, quasi rituale.
Una leggenda racconta che una ragazza la offrì al re Giacomo I d’Aragona, e che lui, sorpreso dal sapore, esclamò: «Açò és or, xata!» “Questo è oro, ragazza!” Da lì, dicono, nacque il nome orxata. Forse non è mai accaduto. Ma ogni leggenda duratura nasce così: da un sapore che non si dimentica e ancora oggi, nelle horchaterías di Valencia, quando il bicchiere si riempie di bianco e la luce del pomeriggio lo attraversa, sembra davvero di vedere un metallo liquido, un oro gentile, un dono della terra.
Oggi l’orxata, bevanda legata a una DOP e a un territorio preciso, si beve ghiacciata, accompagnata dai fartons, dolci soffici e allungati che si intingono nella bevanda, come in un rito valenciano. Le horchaterías storiche di Valencia, Santa Catalina, Subies, Vida, sono luoghi dove il tempo rallenta. Lì l’orxata non è solo una bevanda: è un gesto identitario, un modo di dire “questa è la nostra terra”.
L’orxata valenciana ha due parenti lontane, simili nel nome ma non nel cuore. L’orzata italiana, che deriva dal latino hordeata, “a base di orzo”, che si prepara con mandorle dolci e amare, zucchero e acqua, quasi una sorella elegante, profumata, da salotto. L’horchata messicana, che nasce dall’influenza spagnola, ma si trasforma e si prepara con riso, cannella, zucchero, talvolta latte; è una sorella calda, piena di spezie e di sole.
L’orxata è Valencia che si lascia bere.
Approfondimenti
La Città delle arti e delle scienze
Riccardo Agresti
Riceviamo e pubblichiamo
ABRUZZESI A ROMA
22 giugno · ore 19:00 · Villa Altieri (Viale Manzoni 47)
L’Associazione Abruzzese di Roma incontra il Sindaco Gualtieri
Un’occasione per far sentire la nostra voce in Campidoglio.
Aperitivo e buona compagnia garantiti
Nel pomeriggio di oggi, Canale Monterano ha celebrato il Corpus Domini, una delle ricorrenze più antiche e simboliche della tradizione cristiana. Una festa che affonda le sue radici nel XIII secolo, quando la Chiesa istituì la solennità per affermare la presenza reale di Cristo nell’Eucaristia — un mistero che, da allora, viene portato fuori dalle chiese per incontrare le strade, le case, le persone. Una festa che ricorda che il sacro non resta chiuso, ma cammina in mezzo alla comunità.
A Canale Monterano, questo cammino ha assunto come sempre un carattere profondamente identitario. Le vie del paese, illuminate da un sole gentile di inizio giugno, si sono riempite di fedeli, famiglie, bambini, anziani, in un corteo che ha unito devozione e memoria. La processione è partita dalla chiesa parrocchiale e si è snodata tra i vicoli storici, accompagnata dalla banda musicale E. D’Aiuto, dalla Confraternita del SS. Sacramento, dalla Protezione Civile, dal Comitato Festeggiamenti 1986 e dai bambini che hanno ricevuto la Prima Comunione, emozionati e fieri nei loro abiti bianchi.

Il Corpus Domini, nella tradizione di Canale, non è solo un rito religioso: è un gesto collettivo che attraversa la storia del paese, un modo per rinnovare ogni anno il legame tra la comunità e le sue radici spirituali. Le strade percorse oggi sono le stesse che per generazioni hanno visto passare il baldacchino, l’ostensorio, i canti, su decorazioni floreali raffiguranti immagini sacre e simbolismi identitari locali. Un filo che unisce passato e presente, fede e identità.
Alla celebrazione erano presenti il sindaco Alessandro Bettarelli e il vicesindaco Fabrizio Lavini, che hanno partecipato con discrezione e rispetto, riconoscendo il valore civile e comunitario di un rito che appartiene a tutti, credenti e non. La loro presenza, insieme a quella delle associazioni locali, ha restituito l’immagine di un paese che sa ritrovarsi attorno ai suoi simboli più profondi.

Il momento più intenso è stato il passaggio del Santissimo tra due ali di silenzio. Il sacerdote ha sollevato l’ostensorio e, per un istante, il tempo sembrava essersi fermato: solo il suono lieve dei passi, il fruscio delle vesti, il profumo dei fiori sparsi dai bambini. Un gesto antico, che continua a parlare anche oggi, in un’epoca in cui tutto corre e tutto si consuma in fretta. Il Corpus Domini ricorda invece la necessità di fermarsi, di riconoscere ciò che unisce, di ritrovare un senso di comunità che va oltre le differenze.

La processione si è conclusa con la benedizione finale, mentre il sole calava dietro le colline e il paese ritrovava la sua quiete. Ma ciò che resta non è solo il rito: è la consapevolezza che, anche in un mondo che cambia, ci sono tradizioni che continuano a custodire il cuore di una comunità. A Canale Monterano, oggi, il Corpus Domini è stato proprio questo: un ponte tra fede e storia, tra memoria e presente, tra il cammino di un popolo e il significato più profondo della parola collettività che vive anche nei gesti semplici e condivisi.
Ludovica Di Pietrantonio, direttore L’Agone


Una comunità unita dal senso di appartenenza e dalla profonda devozione religiosa. Si è svolta oggi, domenica 7 giugno 2026, la solenne processione del Corpus Domini, uno degli appuntamenti più sentiti e attesi dai cittadini di Manziana, che ha trasformato le vie del centro in un palcoscenico di fede e gioia condivisa. L’evento ha visto una massiccia partecipazione istituzionale, a testimonianza dell’importanza della ricorrenza per il tessuto sociale del comune.
In prima fila il sindaco Alessio Telloni, accompagnato dal vicesindaco Remo Fiorucci e dalla Giunta comunale al completo. La presenza delle autorità civili, scortate dal picchetto d’onore della Polizia Locale, ha sottolineato il legame indissolubile tra le tradizioni religiose e l’identità civile della cittadina. La solennità del momento è stata ulteriormente arricchita dalla presenza della banda musicale, che ha accompagnato l’intero percorso. Le note solenni dei musicisti hanno allietato i presenti, scandendo il passo della processione e conferendo un’atmosfera di festa e decoro che ha emozionato l’intera comunità.
La celebrazione liturgica e il successivo corteo sono stati guidati dal parroco, Don Donelio, insieme al viceparroco Don William. Nelle loro parole e nella guida spirituale della processione è emerso l’invito alla fratellanza, alla pace e al valore della comunità. Il passaggio del Santissimo Sacramento è stato accolto con grande commozione dai residenti: balconi addobbati, fiori lungo il percorso e un silenzio orante hanno accompagnato il cammino, alternato alle armonie della banda e alle preghiere dei fedeli.
L’intera cittadinanza si è stretta attorno al corteo, vivendo il momento non solo come un rito, ma come una vera esplosione di fervore religioso che ha coinvolto giovani, anziani e famiglie.”Vedere il paese così unito e partecipe è il segno tangibile di una comunità viva” – è stato il commento del vicesindaco Fiorucci a margine dell’evento. La giornata si è conclusa con la benedizione finale, lasciando nel cuore dei manzianesi il ricordo di una domenica di profonda spiritualità e serena convivenza.
Florentina Miniosu
Comunicato stampa
