VENERDI 12 e SABATO 13 Giugno presso l’Ex Consorzio di Anguillara Sabazia. ALLE 20.00. In collaborazione con Nazra, il festival del cortometraggio palestinese itinerante che da 6 anni ormai ci offre uno sguardo alla condizione dei palestinesi sotto attacco costante.
Di seguito trovate il programma con i film e le sinossi. Nel frattempo che (spero) arriviate a leggerle, vi ricordo che potete (se volete) concedere il vostro 5×1000 all’associazione indicando il codice fiscale 97507510580 sulla dichiarazione dei redditi. In questo modo ci aiutete a sostenere i progetti in essere della nostra associazione amica in Libano (Beit Atfal Assomoud, alla quale abbiamo devoluto tutto il ricavato delle raccolta fondi fatta nel 2025, 1950€) che sta vivendo momenti drammatici dopo le evacuazione dei campi del sud e i bombardamenti a Beirut.
Impreziosito da foto d’epoca in bianco e nero, questo corto è un viaggio nostalgico alla (ri)scoperta di un cinema abbandonato che si trasforma in una riflessione sul ruolo e il potere degli archivi.
Rana Abushkhaidemè una regista palestinese laureata all’Università Dar Al-Kalima. Con il corto “El-Halabiyeh” ha vinto il premio del pubblico al Davis Feminist Film Festival. La sua attività si concentra sulla narrazione attraverso il cinema, l’animazione e la ricerca d’archivio, con particolare attenzione alla memoria, all’identità e alla storia collettiva.
Aseel e Um Qusai, due donne palestinesi di generazioni diverse, sono legate dai fili del ricamo tradizionale. Partendo da un negozio di filati, le seguiamo nella loro vita quotidiana, dove ogni punto diventa una forma di espressione, un modo per preservare il patrimonio e uno strumento per raccontare storie. Um Qusai, del campo profughi di Al-Baqa’a, considera il ricamo sia un mezzo di sostentamento che un simbolo di identità. Aseel lo usa come strumento didattico, trasmettendo storie palestinesi alle ragazze della sua età. Insieme ad altre donne e ragazze della loro comunità, condividono conoscenze, ricordi e significati, punto dopo punto. Attraverso momenti silenziosi e intimi, il film esplora come il ricamo intrecci memoria, cultura e legame intergenerazionale.
Bayan Abuta’emaè una pluripremiata video-giornalista palestinese che sta girando un lungometraggio sui campi profughi palestinesi in Giordania. Ha conseguito una laurea in Radio e Televisione ed è una regista autodidatta attratta da narrazioni personali, politiche e visive. Il suo lavoro si concentra sui temi dello sfollamento, dell’identità e della memoria collettiva, spesso radicati nell’esperienza palestinese. Nel 2021, ha ricevuto premi da PLURAL+ e dall’United for Peace Film Festival, oltre a diverse altre nomination, per il suo cortometraggio.
Cynthia Samuel Bakri, Adam Bakri e Noura Erakat in un corto presentato al Woodstock Film Festival sulla disumanizzazione degli arabi dopo l’11 settembre e il ruolo dei media americani. I due attori e coniugi Bakri interpretano una coppia araba la cui solidità viene messa a dura prova a causa del giornalista Thomas Friedman.
Suha Araj è una pluripremiata regista che esplora la realtà delle comunità di immigrati sfollati. I suoi corti sono stati proiettati in festival come Tribeca Film Festival, Berkshire International Film Festival, Baghdad International Film Festival. Ha ricevuto supporto per il suo lavoro dal Sundance Film Festival, dal Torino Film Lab, dall’Independent Filmmaker Project, dal Berlinale Talent Project Market, dal CAAM e dal Cine Qua Non Lab. Ha ricevuto una Creative Capital Grantee nel 2021 e una Jerome Foundation Grantee nel 2022 per il suo lungometraggio “Khsara”, ed è stata una Warner Media 150 Fellow per la sua commedia/thriller “Bowling Green Massacre”.
Costretto a fuggire da Gaza, Qassem si confronta con il peso dell’esilio, diviso tra la sopravvivenza e la vita che si è lasciato alle spalle. Attraverso ricordi frammentati, speranza e traumi, la sua storia si dipana, offrendo un ritratto intimo di sfollamento, resilienza e gli echi persistenti di una patria che viene costantemente portata via.
Tanya Mararè una regista indipendente che vive e lavora tra la Giordania e il Regno Unito con un focus sulle dinamiche dell’oppressione; Balolas Carvalho è un giornalista e documentarista portoghese che si occupa di movimenti di decolonizzazione.
Corto d’animazione frutto di un progetto di workshop per bambini rifugiati a Gaza, dedicato all’animazione. Incentrato sulla vita quotidiana in una tenda per sfollati nel centro di Gaza. Nonostante le molte difficoltà, il film ritrae questi momenti di vita quotidiana con umorismo, evidenziando le lotte che le persone affrontano in circostanze così difficili.
Haneen Koraz è una regista di film d’animazione specializzata in stop motion che attualmente vive nella Striscia di Gaza, dove organizza workshop di animazione per i bambini.
Vibrations from Gaza offre uno sguardo sulle esperienze dei bambini sordi nel territorio costiero colonizzato e confinato di Gaza, in Palestina. Nati e cresciuti sotto assedio e frequenti attacchi, questi bambini, tra cui Amani, Musa, Israa e altri, forniscono vividi resoconti del loro incontro con i bombardamenti e la presenza costante di droni nel loro cielo. I bambini descrivono le loro percezioni degli attacchi missilistici attraverso la percezione delle vibrazioni nell’aria, del tremore del terreno e della risonanza degli edifici che crollano.
Rehab Nazzalè un’artista multimediale con un Phd in arte e cultura visuale, insegna all’Università Dar Al-Kalima di Betlemme dove si occupa degli effetti della violenza coloniale sui corpi, sulle menti e sulla terra palestinese
Un ragazzo ha promesso al fratellino di gettare il suo dente da latte nel mare…ma nella Cisgiordania occupata niente è semplice
Saif Hammashe’ un regista palestinese nato nel campo profughi di Dheisha a Betlemme. Ha lavorato a diversi film come sceneggiatore, assistente alla regia, montatore e assistente alla macchina da presa, e ha inoltre contribuito alla realizzaizone della terza edizione del Palestinian Refugees Film Festival nel settembre 2022
Dopo decenni di traumi, i palestinesi soffrono di tassi vertiginosi di depressione, disturbo da stress post-traumatico e altro ancora. In questo breve documentario, alcuni giovani palestinesi, tra cui studenti di Ramallah e una giovane famiglia sulle colline a sud di Hebron, raccontano le loro esperienze e reazioni in risposta ai traumi giornalieri inflitti dall’occupazione israeliana.
Kern Hendricks è un regista canadese con una solida esperienza da giornalista e fotografo. Si occupa degli effetti a lungo termine dei conflitti sociali e climatici. Kern ha vissuto a Kabul, in Afghanistan, dal 2017 al 2022. Più di recente, il suo lavoro lo ha portato in Palestina, Siria, Libano, Iraq e Ucraina.
Emptiness – Regia: Hossam Hamdi Abu Dan – Anno: 2024
“Emptiness” racconta la storia di Bilal che in mezzo a macerie e devastazioni riflette sulla guerra, sul senso del dolore e sulla speranza. Durante il suo viaggio, incontra persone che riflettono la propria sofferenza a causa della guerra e contempla la devastazione che lo circonda. Sentimenti di tristezza e confusione lo sopraffanno e scopre che, sebbene la guerra sia finita, il dolore e la sofferenza continuano.
Hossam Hamdi Abu Danè un regista gazawi che lavora nell’industria cinematografica dal 2010. Ha iniziato la sua carriera come attore teatrale, per poi dedicarsi al montaggio e alla regia televisiva e di documentari. Ha diretto più di 50 documentari, tra cortometraggi e lungometraggi, oltre a opere drammatiche e serie televisive trasmesse su canali locali e internazionali. Ha inoltre collaborato con diversi canali e istituzioni internazionali, tra cui Al Jazeera, TRT, BBC e il canale satellitare UNRWA.
Il Tribunal de las Aguas de Valencia è uno di quei luoghi in cui la storia non è un ricordo, ma un gesto che prosegue. È un’istituzione così antica da sembrare una leggenda, ma così viva da sembrare un rito quotidiano. È un tribunale senza toghe, senza codici scritti, senza aule: solo uomini, acqua e parola. Valencia lo vive come si vive un’eredità sacra.
Si dice che il Tribunale dell’Acqua sia nato più di mille anni fa, quando gli Arabi governavano la regione e trasformarono la piana valenciana in un mosaico di canali, orti e irrigazioni. L’acqua era vita e la vita aveva bisogno di ordine. Così nacque un tribunale semplice e geniale: i rappresentanti dei diversi canali si riunivano per risolvere i conflitti tra contadini. Non servivano documenti: bastava la parola, la memoria, la giustizia condivisa.
Il Tribunal de las Aguas de Valencia è la prova che la giustizia, quando nasce dalla terra e dalle persone, può durare più di mille anni. Ogni sentenza è una piccola parabola mediterranea, un frammento di saggezza antica che spiega, meglio di qualsiasi manuale giuridico, come funziona questa istituzione millenaria: autorità morale, non coercitiva; sanzioni proporzionate, spesso simboliche; centralità della comunità, non dell’individuo, e, soprattutto, il primato della parola, sempre più importante di qualsiasi documento scritto. Il tribunale non punisce per punire. Ricuce. Ristabilisce l’equilibrio. Ricorda che l’acqua è un bene comune e che chi la usa deve farlo con rispetto: verso la terra, verso i vicini, verso le regole che permettono a tutti di sopravvivere.
Le radici: l’acqua come destino
Per capire il Tribunal de las Aguas bisogna prima capire l’Horta di Valencia. L’Horta, che in valenciano significa semplicemente “orto”, è molto di più: è la grande pianura fertile che circonda la città, un mosaico di campi coltivati, canali, strade sterrate e borghi agricoli che si estende per circa 23.000 ettari intorno alla capitale. È una delle pianure irrigue più antiche e produttive del Mediterraneo occidentale, capace di nutrire l’intera città grazie a un sistema idrico di straordinaria precisione.
Il problema è che l’acqua, in questo angolo di Spagna, non è mai abbondante. Il clima mediterraneo regala estati lunghe e siccitose, piogge irregolari, fiumi capricciosi. Il Turia, il fiume che attraversava il centro di Valencia, ora deviato, può essere generoso in primavera e quasi asciutto in agosto. In un territorio simile, chi controlla l’acqua controlla la vita e chi controlla la vita deve avere regole.
Furono gli Arabi, tra l’VIII e l’XI secolo, a trasformare questa necessità in sistema. I dominatori musulmani della regione, chiamata allora Al-Andalus, portarono con sé una cultura idrica sofisticatissima, maturata nei deserti e nelle oasi del Medio Oriente e del Nord Africa. Costruirono canali, chiuse, paratoie, vasche di raccolta. Disegnarono una rete di distribuzione dell’acqua così intelligente da funzionare ancora oggi, quasi invariata, dopo più di mille anni.
Quella rete si chiama sistema delle “acequias”, parola che viene direttamente dall’arabo as-sāqiya, che significa “il canale che porta l’acqua”. Le acequias non sono semplici fossati: sono arterie di un organismo quasi fosse vivente, ciascuna con il suo nome, la sua storia, il suo territorio, la sua comunità di riferimento, e ciascuna con le sue regole.
Otto canali, otto comunità, un tribunale
Le acequias storiche, che ancora oggi sono rappresentate al Tribunal de las Aguas, sono otto e i loro nomi suonano come un catalogo della storia di Valencia: Quart, Benàger i Faitanar, Tormos, Mislata, Mestalla, Favara, Rascanya e Rovella. Ognuna di esse irrigava, e in parte ancora irriga, una zona specifica dell’Horta, e ognuna aveva i propri utenti, i propri turni, le proprie dispute.
Quando nacque la necessità di risolvere i conflitti tra le diverse comunità irrigue, la soluzione fu elegante nella sua semplicità: i rappresentanti delle acequias si riunivano per giudicare insieme. Nessun giudice esterno, nessuna autorità superiore, nessun codice scritto. Solo la comunità che si autogovernava, in base alla conoscenza diretta del territorio e delle persone.
Quando Giacomo I d’Aragona riconquistò Valencia nel 1238 e promulgò il Fuero de Valencia del 1239, la carta fondativa del nuovo regno cristiano, non abolì il tribunale dell’acqua. Sarebbe stato un errore imperdonabile: il sistema funzionava, i contadini lo rispettavano, e smontarlo avrebbe significato smontare l’agricoltura dell’intera regione. Il re cristiano confermò quindi l’istituzione, riconoscendola formalmente e garantendole continuità. Fu uno dei rari casi nella storia medievale in cui un conquistatore ebbe la saggezza di lasciare intatta la saggezza del conquistato.
Da allora, il tribunale non si è mai fermato.
Come funziona davvero
Ogni giovedì, alle dodici in punto, quando la cattedrale ricorda con le sue campane l’ora, davanti alla Puerta de los Apóstoles della Cattedrale di Valencia, accade qualcosa che sembra uscito da un’altra epoca: si compie un rito che dura da più di mille anni. Otto uomini, uno per ogni acequia storica, si siedono in cerchio su semplici sedie di legno che risalgono al Settecento. Non indossano toghe, non hanno microfoni. Hanno solo la voce, la memoria e l’autorità morale che si accumula in secoli di giustizia condivisa.
Il presidente apre la seduta chiamando ad alta voce eventuali denuncianti. Chi ha un conflitto si avvicina, espone il problema oralmente, senza avvocati e senza documenti. Il rappresentante dell’acequia coinvolta risponde. Gli altri ascoltano. Poi il presidente pronuncia la sentenza con una delle due formule tradizionali:
“Esta acequia tiene razón” oppure “Esta acequia no tiene razón.”
La decisione è immediata, definitiva, inappellabile e tutti la accettano perché il tribunale è rispettato, non imposto.
Ma chi sono, questi otto uomini? Non sono figure simboliche o rappresentanti onorari: sono agricoltori veri, eletti o designati dalla propria comunità irrigua secondo meccanismi che variano da acequia ad acequia, ma che condividono un principio fondamentale: la fiducia. Il rappresentante deve essere qualcuno che la comunità conosce, rispetta e di cui si fida. Qualcuno che conosce il territorio palmo a palmo, che sa dove scorre l’acqua e dove tende a ristagnare, che ha visto con i propri occhi i campi che giudica.
L’autorità non viene dall’alto, non viene dalla legge scritta: viene dalla comunità stessa, che lo ha generato e che continua a riconoscerlo.
Cosa succede se nessuno si presenta? Il tribunale si riunisce comunque. Il rito vale indipendentemente dall’esistenza di cause: è la continuità stessa della presenza a tenere viva l’istituzione. Ogni giovedì, anche quando non c’è nulla da giudicare, quegli otto uomini siedono davanti alla cattedrale e dichiarano, con la loro sola presenza, che il tribunale esiste.
Un’autorità riconosciuta dallo Stato
Una delle cose che sorprende di più i visitatori è questa: le sentenze del Tribunal de las Aguas sono giuridicamente valide. Non sono cerimonie folkloristiche, non sono arbitrati informali: sono decisioni riconosciute dall’ordinamento giuridico spagnolo, eseguibili come quelle di qualsiasi tribunale civile.
Questo riconoscimento non è recente. Nel corso dei secoli, il diritto spagnolo ha progressivamente incorporato e confermato la validità delle sentenze del tribunale, anche senza mai formalizzarne completamente la struttura: è un paradosso giuridico affascinante. È un’istituzione che non ha necessità di verbali, non ha archivi, non ha raccoglitori polverosi pieni di fascicoli. Vive di voce, di gesti, di memoria orale e ogni caso è affidato al ricordo di chi era presente, tramandato come si tramandano le storie nelle famiglie contadine, a tavola, alla fine di una giornata di lavoro.
La resistenza al franchismo
La storia del tribunale non è stata sempre tranquilla. Durante la dittatura franchista, tra gli anni Quaranta e Settanta del Novecento, alcuni funzionari del regime tentarono di ridurlo a pura manifestazione folklorica, un’attrattiva turistica, un costume tipico, un pittoresco residuo del passato da conservare come si conserva un oggetto in una teca. L’obiettivo implicito era svuotarlo di autorità reale, trasformarlo da istituzione viva in museo vivente.
I contadini valenciani si opposero con tenacia. Non con discorsi o proteste pubbliche, il franchismo non lo avrebbe permesso, ma con la pratica quotidiana: continuando a portare le loro dispute davanti al tribunale, continuando a rispettarne le sentenze, continuando a trattarlo come quello che era, ovvero giustizia reale, non folklore. La resistenza fu silenziosa, ostinata e vincente. Il tribunale sopravvisse al franchismo con la sua autorità intatta.
Negli anni Settanta, con la transizione democratica, si aprì un diverso dibattito: modernizzare il tribunale, dargli una struttura scritta, un regolamento formale, forse un’aula. La comunità agricola si oppose anche a questo. L’argomento era semplice e difficile da confutare: un sistema che funziona da mille anni non ha bisogno di essere riformato. La modernità non deve cancellare ciò che funziona. Il tribunale rimase com’era.
Oggi è rispettato da tutti i partiti politici valenciani e spagnoli ed è considerato un simbolo identitario al di sopra delle divisioni ideologiche, cosa rara, e preziosa.
Il riconoscimento UNESCO
Nel 2009, l’UNESCO ha iscritto il Tribunal de las Aguas nella lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità. La formulazione è importante: non si tratta di un patrimonio materiale, non è la Puerta de los Apóstoles, non sono le sedie di legno, non è la piazza. È la pratica, il gesto, il rito. È qualcosa che esiste solo finché viene fatto.
Questo tipo di riconoscimento impone obblighi precisi: non basta conservare, bisogna trasmettere. Gli Stati firmatari della Convenzione UNESCO del 2003 si impegnano a garantire la vitalità del patrimonio immateriale, a documentarlo, a insegnarlo, a creare le condizioni perché le generazioni future possano continuare a praticarlo.
Nello stesso anno, il riconoscimento fu esteso anche al Consell de l’Horta, l’organismo gemello che gestisce la distribuzione dell’acqua nella zona nord dell’Horta valenciana, con funzioni simili, ma territorio diverso. I due istituti rappresentano insieme l’intero sistema di governance idrica tradizionale della pianura di Valencia.
Le sfide del presente
Sarebbe disonesto raccontare il Tribunal de las Aguas senza nominare le ombre che si allungano sul suo futuro. L’Horta di Valencia non è più quella di mille anni fa, né quella di cinquanta. L’urbanizzazione ha divorato decine di migliaia di ettari di terra agricola: quartieri residenziali, centri commerciali, infrastrutture stradali hanno coperto campi che per secoli erano stati irrigati dalle acequias. La superficie agricola dell’Horta si è ridotta drasticamente nel corso del Novecento e continua a ridursi.
Meno campi significano meno agricoltori, meno utenti delle acequias, meno conflitti da risolvere. Il numero di cause portate davanti al tribunale è diminuito rispetto al passato. Alcune settimane passano senza che nessuno si presenti. Il rito continua, ma il suo contenuto pratico si è alleggerito.
La domanda che i valenciani più consapevoli si pongono è: come si mantiene viva un’istituzione quando il contesto che l’ha generata si trasforma? Come si trasmette una pratica di giustizia orale quando i suoi protagonisti naturali, i contadini dell’Horta, diminuiscono di anno in anno?
Le risposte sono ancora in costruzione. Alcune scuole valenciane hanno introdotto nelle proprie attività visite e laboratori dedicati al tribunale, per avvicinare i più giovani a questa istituzione. Associazioni culturali lavorano alla documentazione delle sentenze storiche, raccogliendo testimonianze orali prima che vadano perdute e ogni giovedì, davanti alla Puerta de los Apóstoles, si ferma sempre qualche giovane valenciano, accanto ai turisti con la macchina fotografica, ad ascoltare. Non a guardare: ad ascoltare. Perché sa che lì c’è qualcosa che appartiene alla sua storia.
Un’istituzione, un’identità
Per i valenciani, il Tribunal de las Aguas non è semplicemente un tribunale. È uno specchio. Riflette un modo di stare insieme, di risolvere i conflitti, di condividere una risorsa scarsa e preziosa. Riflette una concezione della giustizia che non ha bisogno di essere imponente per essere efficace, che non ha bisogno di essere complicata per essere giusta.
Riflette, soprattutto, un rapporto con l’acqua che il mondo moderno ha in gran parte dimenticato: l’acqua non è una commodity, non è un servizio, non è una voce in una bolletta. È vita. È comunità. È il filo invisibile che lega tra loro tutti quelli che abitano la stessa terra e ne dipendono.
L’abito e il simbolo dell’autorità
Gli otto membri del tribunale siedono in cerchio vestiti completamente di nero, e sembrano giudici di un tribunale, e in effetti lo sono, però non indossano toghe, ma le tradizionali bluse degli agricoltori dell’Horta. È un dettaglio che dice tutto: sono giudici, ma restano contadini. L’abito non li separa dalla comunità che rappresentano, li identifica con essa.
A completare l’abbigliamento, il presidente porta con sé un arpione in ottone a due punte, simbolo dell’esercizio dell’autorità. Non una toga, non un martelletto, non un sigillo: uno strumento agricolo stilizzato, trasformato in emblema di giustizia. È difficile immaginare un simbolo più coerente con la natura di questa istituzione.
Prima di ogni seduta, i magistrati si riuniscono nella Casa Vestuario, lo storico edificio situato di fronte alla Puerta de los Apóstoles in Plaza de la Virgen, dove si preparano e si cambiano d’abito prima di costituirsi pubblicamente davanti al tribunale. Anche questo è parte del rito: l’uscita dalla Casa Vestuario, in fila, vestiti di nero, è il segnale visivo che la seduta sta per cominciare. Quegli abiti li hanno scelti i loro stessi pari: i membri sono eletti dagli altri irrigatori ogni due anni.
Le sentenze
Le sentenze non sono mai spettacolari, ma sono specchi di un mondo agricolo che vive ancora di acqua e di terra.
Una volta un contadino, colto in flagrante mentre rubava acqua, tentò di giustificarsi dicendo:
“Era solo un po’ d’acqua.”
Il presidente rispose:
“Un po’ d’acqua è un po’ di vita. E la vita non si ruba.”
È questo il tono del tribunale: semplice, diretto, umano.
Quello che segue è un piccolo catalogo di sentenze memorabili. Alcune fanno ridere, alcune fanno riflettere, tutte raccontano qualcosa di vero su questo angolo di Mediterraneo dove la giustizia ha ancora il sapore della saggezza contadina.
L’uomo che irrigava di notte
Un contadino della acequia de Rovella fu accusato di aver aperto la paratoia nel cuore della notte, fuori dal suo turno. L’acqua, deviata, aveva lasciato a secco i campi dei vicini per ore. Lui si presentò davanti al tribunale con un’aria tra il difensivo e il rassegnato.
“Faceva caldo”, disse. “La terra aveva sete.”
Il presidente del tribunale lo guardò un momento prima di rispondere:
“La terra ha sete, sì, ma anche la giustizia, e la giustizia beve a turno.”
La sentenza fu semplice: ripristinare il danno, pagare una piccola multa. Ma la parte che pesò di più fu la reprimenda pubblica, pronunciata ad alta voce, davanti a tutti, perché in una comunità dove ci si conosce da generazioni, la vergogna vale più del denaro.
La paratoia dimenticata
Un giovane, per distrazione, aveva lasciato aperta una paratoia dopo aver irrigato. L’acqua aveva continuato a scorrere lungo il canale, allagando un orto di cipolle del vicino. Il ragazzo comparve tremante davanti al tribunale.
“Non l’ho fatto apposta”, disse.
Il rappresentante della sua acequia lo interruppe con calma:
“Non serve l’intenzione per fare un danno. Per evitarlo serve attenzione.”
Era una distinzione importante, e il tribunale la condivise. La sentenza non cercava di punire il ragazzo, ma di insegnargli qualcosa: risarcimento simbolico al vicino danneggiato e una settimana di lavoro nel campo che aveva allagato. Non una pena: un’educazione. Lavorare la terra che si è danneggiata è il modo migliore per capirne il valore.
L’accusa falsa
Non tutti i casi riguardano errori o negligenze. A volte l’acqua è solo un pretesto. Un contadino accusò un altro di aver rubato acqua dal canale, ma il tribunale, ascoltando, interrogando, osservando, capì presto che l’accusa era infondata: un tentativo di screditare un rivale, di colpirlo nell’unica cosa che un agricoltore non può permettersi di perdere, ovvero la reputazione.
Il presidente pronunciò una frase che i valenciani ricordano ancora:
“L’acqua è vita. Ma la parola è dignità e chi ruba la dignità ruba più dell’acqua.”
La sentenza fu dura, per i parametri del tribunale: l’accusatore venne pubblicamente ammonito e per un mese perse il diritto di prendere la parola davanti ai giudici. In un sistema fondato sull’oralità, il silenzio è la punizione più eloquente.
La terra troppo bassa
Un giovedì di primavera, davanti alla Puerta de los Apóstoles, si presentò un contadino della acequia de Tormos con un’aria indignata e teatrale. Dietro di lui, il vicino, più anziano, più calmo, con le mani intrecciate come chi sa già come andrà a finire.
L’accusa era semplice:
“Quest’uomo mi ruba l’acqua. Ogni volta che tocca a me irrigare, il suo campo è già bagnato. Non può essere una coincidenza.”
Il tribunale ascoltò. Il rappresentante dell’acequia chiese al vicino di difendersi. L’anziano si schiarì la voce e disse, con la pacatezza di chi sceglie le parole con cura:
“Non rubo l’acqua. È la mia terra che è troppo bassa.”
Risate tra i presenti. Il presidente chiese spiegazioni.
“Il mio campo è in discesa. Quando lui irriga, l’acqua scende da me per forza di gravità. Io non la chiedo, non la voglio, ma arriva. È acqua che non sa stare al suo posto.”
Il tribunale si consultò brevemente, poi il presidente pronunciò la sentenza con un mezzo sorriso:
“Se l’acqua scende, non è colpa del vicino. È colpa della gravità e la gravità non possiamo giudicarla.”
Risate generali. Il contadino indignato arrossì. La sentenza fu netta: nessuna colpa per il vicino, obbligo per il denunciante di sistemare la pendenza del proprio campo (il problema era suo, e lui non se n’era ancora accorto) e un ammonimento bonario:
“Chi accusa la terra, perda un turno d’acqua.”
La folla applaudì. Il vicino anziano sorrise come chi ha vinto senza voler vincere, e il tribunale passò al caso successivo.
Il canale chiuso dalla politica
Era la fine degli anni Ottanta, un periodo in cui Valencia stava cambiando volto rapidamente: urbanizzazione, nuovi quartieri, nuove strade, nuovi interessi. In una zona dell’Horta vicino alla acequia de Mestalla, un gruppo di contadini denunciò un fatto grave: un tratto del canale era stato chiuso senza preavviso, impedendo l’irrigazione di decine di campi. Nessuno li aveva consultati, nessuno aveva chiesto permesso.
Il giovedì successivo, davanti alla Puerta de los Apóstoles, non si presentò un contadino, ma un funzionario comunale, inviato dall’assessore all’urbanistica. Il tono era perentorio:
“La chiusura è stata necessaria per lavori pubblici. Il tribunale non ha competenza su decisioni urbanistiche.”
Silenzio. Gli otto giudici si guardarono. Poi il presidente rispose, con calma:
“Noi non giudichiamo l’urbanistica. Giudichiamo l’acqua e l’acqua è stata fermata.”
Il funzionario insistette:
“È stata una decisione politica.”
“L’acqua non è politica”, replicò il presidente. “L’acqua è vita. E la vita non si interrompe senza ascoltare chi la usa.”
La folla applaudì e la sentenza fu chiara: ordine immediato di riaprire il canale, obbligo per il Comune di coordinarsi in futuro con i rappresentanti delle acequias per qualsiasi intervento che li riguardasse e un richiamo pubblico al rispetto delle tradizioni idriche. Il giorno dopo, il canale fu riaperto.
I valenciani raccontano questa sentenza con un sorriso:
“Il tribunale ha fatto arretrare il Comune.”
Ma dietro il sorriso c’è qualcosa di più profondo: l’orgoglio di una comunità che ha visto un’istituzione millenaria difendere i più deboli contro il potere burocratico moderno, non con la forza, ma con l’autorità morale che si accumula in mille anni di giustizia condivisa. Il tribunale non vinse contro la politica. Vinse con la comunità.
Il gallo assetato
C’è anche spazio, nella storia del tribunale, per i casi che sembrano impossibili. Un contadino dell’Acequia de Favara si presentò per denunciare il vicino con un’accusa bizzarra:
“Il suo gallo beve l’acqua del canale.”
Il tribunale trattenne a fatica le risate. Il vicino confermò, senza scomporsi:
“Sì, beve. Ma l’acqua non manca a nessuno.”
Il presidente rispose con l’ironia che la situazione meritava:
“Se un gallo può svuotare un canale, allora è un gallo miracoloso. Portacelo, che lo veneriamo.”
Risate. Sentenza: nessuna colpa per il vicino e un invito al denunciante a non confondere la sete degli animali con il furto dell’acqua. Il gallo, inconsapevolmente, divenne una piccola celebrità dell’Horta.
Il caso è ridicolo, certo. Ma il tribunale lo prese sul serio abbastanza da rispondergli con grazia perché anche una denuncia assurda merita una risposta e a volte la risposta più giusta è una risata condivisa.
Il bambino curioso
L’ultimo caso di questo piccolo catalogo è forse il più tenero. Un contadino dell’Acequia de Rascanya fu accusato di aver deviato l’acqua del canale. Lui negò con convinzione. Il tribunale indagò e alla fine fu un bambino, curioso e incapace di tenere un segreto, a confessare spontaneamente:
“Sono stato io. Volevo vedere se l’acqua cambia direzione se la spingo con un bastone.”
Il tribunale sorrise. Il presidente disse:
“L’acqua insegna, e oggi ha insegnato a tutti noi.”
Nessuna punizione. Ma il bambino trascorse un giorno intero ad aiutare gli irrigatori: portare attrezzi, aprire e chiudere paratoie, osservare come funziona il lavoro che stava inconsapevolmente complicando. Fu la sentenza più tenera dell’anno e, probabilmente, la più efficace, perché quel bambino, da grande, non avrebbe mai dimenticato il valore dell’acqua.
Queste sentenze, prese insieme, disegnano il ritratto di un’istituzione che non assomiglia a nessun tribunale moderno. Non ci sono avvocati, non ci sono appelli, non ci sono codici da consultare. C’è la comunità, c’è la memoria, c’è la capacità di capire che la giustizia, quella vera, non ha bisogno di essere complicata per essere giusta.
Il giovedì, davanti alla Puerta de los Apóstoles, non si assiste a un processo. Si assiste a un rito civile, a un teatro della giustizia semplice, antica, condivisa e ogni sentenza, anche la più piccola, è un modo per ricordare: l’acqua è nostra, e la giustizia anche.
Bracciano, il mercato del mercoledì torna in via Salvo D’Acquisto e Piazza Don Cesolini, nel centro urbano.
Da domani, mercoledì 10 giugno, il mercato settimanale tornerà in via Salvo D’Acquisto e Piazza Don Cesolini, dopo il completamento degli interventi di risanamento del dissesto idrogeologico che hanno interessato l’area.
La conclusione dei lavori consente di restituire agli operatori e ai cittadini uno spazio importante per la vita commerciale e sociale della città, riportando il mercato nella sua collocazione tradizionale.
L’impegno dell’amministrazione sarà quello di lavorare per implementare e valorizzare il mercato settimanale previsto nella zona di Bracciano Nuova
Piazza Mazzini si è trasformata in un grande teatro a cielo aperto per accogliere l’Opera Camion con “Il Barbiere di Siviglia” del Teatro dell’Opera di Roma.
Tantissime persone hanno riempito la piazza ai piedi del Castello, arrivando con la propria sedia come previsto dal format dello spettacolo, per vivere insieme un’esperienza culturale coinvolgente, originale e di altissima qualità, che ha convolto anche i più piccoli.
Come Amministrazione abbiamo creduto fin dal primo momento in questa iniziativa, convinti che la 𝐜𝐮𝐥𝐭𝐮𝐫𝐚 debba uscire dai luoghi tradizionali e incontrare le persone nelle piazze, diventando occasione di incontro, partecipazione e crescita collettiva.
Un sentito ringraziamento a Claudio Marotta, che ha creduto in questo progetto, alla Regione Lazio, a Roma Capitale, agli organizzatori, ai musicisti, ai tecnici e a tutti gli artisti che hanno reso possibile questa splendida serata.
Ma il grazie più grande va alle 𝐜𝐢𝐭𝐭𝐚𝐝𝐢𝐧𝐞 𝐞 𝐚𝐢 𝐜𝐢𝐭𝐭𝐚𝐝𝐢𝐧𝐢 che hanno partecipato con entusiasmo, dimostrando ancora una volta quanto Bracciano abbia voglia di vivere momenti di 𝐜𝐨𝐧𝐝𝐢𝐯𝐢𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞, 𝐛𝐞𝐥𝐥𝐞𝐳𝐳𝐚 e 𝐜𝐨𝐦𝐮𝐧𝐢𝐭𝐚̀.
Questa piazza gremita è l’immagine più bella di una città che partecipa, che si incontra e che cresce insieme.
Un viaggio nella storia del nostro territorio, tra archeologia, arte e memoria.
Prende il via a Manziana la rassegna “Storie dal Patrimonio”, un ciclo di incontri dedicato alla scoperta dell’Etruria Meridionale, dalle origini del paesaggio etrusco fino alle vicende che hanno segnato il nostro territorio tra età romana e medioevo.
Cinque appuntamenti con archeologi, storici dell’arte e studiosi per approfondire temi affascinanti e conoscere più da vicino le radici della nostra comunità.
Dal 13 giugno al 25 luglio 2026 – PARTE I
Aula Consiliare – Largo G. Fara, Manziana
Ingresso libero fino a esaurimento posti
Da settembre, prenderà vita la PARTE II, vi aspettiamo numerosi!
Ci chiamiamo Kilian e Lukman, abbiamo deciso di scrivere una lettera per spiegare attraverso il nostro vissuto e la nostra storia, perché il concetto di remigrazione non solo sia impraticabile, ma sia profondamente ingiusto e violento.
Una lettera che vuole far aprire gli occhi alla società civile, su una delle proposte più disumane nel dibattito politico.
Crediamo sia necessario smontare gli slogan cinici portati avanti dalle destre neofasciste promotrici della campagna, ricordando che dietro a termini propagandistici e violenti ci sono vite spezzate, sogni interrotti e il rifiuto di considerare eguali cittadine e cittadini che vivono, studiano, lavorano e costruiscono qui il proprio futuro.
Qualcuno dice che persone come noi dovrebbero essere “remigrate” e nel secolo scorso avrebbero detto “deportate”, la domanda che ci viene spontanea è: dove?
Forse la domanda è un’altra: Che Italia vogliamo lasciare a chi verrà dopo di noi? La verità è che abbiamo paura del 13 giugno. Non ci sentiremo sicuri a camminare per strada e questo ci fa schifo
Tutti i bambini tra gli 8 e i 10 anni sono invitati a partire con noi alla ricerca delle storie custodite in biblioteca.
Partiremo dal racconto di avventure già lette in precedenza dai partecipanti, magari in libri scoperti proprio in biblioteca. Incontreremo poi diverse tipologie di storie e leggeremo insieme racconti e brani da alcuni dei libri presenti tra gli scaffali, per esplorare nuove terre a noi ancora sconosciute.
Partecipazione libera. Necessaria la prenotazione!
Quello del 2026 sarà un Mondiale che permetterà di parlare, oltre che di fuorigioco, anche di altro. Ecco qualche suggerimento.
Identità
Il calcio è spesso descritto come un linguaggio globale, capace di unire persone che non riescono nemmeno a mettersi d’accordo su come si fa la carbonara. Già questo basterebbe a farci intuire la sua potenza diplomatica.
Ma c’è di più. Il calcio, con la sua retorica di bandiere, inni e appartenenze, ci ricorda ogni giorno quanto sia fragile, e a volte comicamente arbitraria, l’idea stessa di identità nazionale. Ci emozioniamo per undici giocatori che rappresentano un confine tracciato su una mappa, quando la genetica ci dice che potremmo essere più imparentati con un tifoso di un altro Paese che con il nostro vicino di pianerottolo.
Le frontiere, del resto, non hanno alcun fondamento biologico: sono linee nate da guerre, trattati, capricci dinastici e cartografi con la mano pesante. Dentro quello stesso confine convivono dialetti, culture, storie e tratti genetici così diversi che, se li osservassimo con un microscopio, scopriremmo che la “nazione” è più un racconto che una realtà.
Eppure, quando inizia una partita, tutto questo evapora. Il calcio riesce a fare ciò che la politica, la scienza e la filosofia tentano da secoli: creare un “noi” dove, razionalmente, non ci sarebbe alcun motivo di averlo.
È un paradosso meraviglioso: uno sport che ci ricorda quanto siamo simili proprio mentre ci riconosciamo irrimediabilmente diversi.
Urbanistica
Gli stadi del Mondiale 2026 non si limitano a ospitare partite: si reinventano, si travestono, si purificano.
Per la politica del clean stadium, la FIFA impone di cancellare ogni marchio commerciale, come se il calcio dovesse tornare vergine per un mese. Così il MetLife, abituato a brillare di loghi e sponsor, diventa il più sobrio New York New Jersey Stadium, un nome talmente neutro che sembra generato da un algoritmo timido, di quelli che non vogliono offendere nessuno.
Ma dietro il cambio di nome c’è molto di più. Ogni stadio è un organismo urbano che respira, consuma, trasforma.
Alcuni portano benefici enormi: riqualificano quartieri, migliorano infrastrutture, aprono nuove linee di trasporto, creano spazi pubblici che restano anche dopo che l’ultima bandierina è stata ripiegata.
Altri, invece, diventano cattedrali nel deserto, monumenti alla megalomania sportiva: costosi, sovradimensionati, difficili da mantenere, spesso usati meno di un centro commerciale di provincia. Il Mondiale 2026, almeno sulla carta, vuole evitare questi fantasmi. Molti stadi sono già esistenti, integrati nel tessuto urbano, progettati per vivere anche senza il Mondiale.
Eppure, anche qui, qualche paradosso non manca: il New York New Jersey Stadium dovrà essere adattato per il calcio, l’Azteca è alle prese con il suo lento sprofondamento geologico e alcune città americane stanno ancora discutendo se gli investimenti pubblici negli impianti siano un volano economico o un elegante modo per dire:
“Abbiamo speso troppo”.
In fondo, gli stadi sono come i personaggi di un romanzo: cambiano nome, ruolo, identità, ma restano sempre al centro della scena e, mentre la FIFA li ripulisce, li ribattezza e li illumina, le città che li ospitano si interrogano su cosa resterà quando il Mondiale avrà spento le luci.
Per inciso, gli stadi americani sono così grandi che per andare dal settore A al settore B devi prendere un Uber, un panino e un paio di calzini. Se poi ti alzi per andare al bagno, rischi di tornare e trovarti in un altro fuso orario.
Geologia
Abbiamo parlato dell’Estadio Azteca che sprofonda di 1,5 cm al mese, ma tranquilli, dopo i lavori di ristrutturazione per rinforzare la struttura proprio a causa della subsidenza, la FIFA ha detto che va tutto bene con la stessa serenità con cui si dice:
“Non è niente”, mentre la macchina fa un rumore che sembra un lamento medievale.
Il fatto è che Città del Messico non è costruita su un terreno qualunque: è costruita su quello che un tempo era un enorme lago, prosciugato in parte dagli Aztechi e poi ulteriormente svuotato dagli spagnoli. Risultato? La città intera si comporta come un gigantesco tiramisù geologico: morbida, stratificata e con la tendenza a scendere lentamente verso il basso.
L’Azteca, che pesa come un piccolo quartiere, segue il movimento con una certa dignità: non crolla, non si ribella, semplicemente scivola verso il basso, come un signore anziano che si accomoda meglio sulla poltrona.
Ma non è il solo. Città del Messico sprofonda in media tra i 20 e i 30 cm l’anno, con punte storiche di oltre 40 cm. Alcuni quartieri scendono più velocemente di altri, creando un paesaggio urbano che sembra progettato da un architetto surrealista: marciapiedi inclinati, palazzi che si guardano storti, tubature che fanno yoga involontario.
Città del Messico è l’unica città al mondo dove il GPS ti dice:
“Ricalcolo… perché anche la strada è scesa di due centimetri.”
Se continua così, nel 2050 la partita inaugurale si giocherà direttamente nel seminterrato.
In questo contesto, l’Azteca è quasi un modello di compostezza e la FIFA, che deve farci giocare la partita inaugurale, osserva tutto con un ottimismo degno di un manuale di autoaiuto:
“Sì, sprofonda… ma lo fa lentamente e comunque abbiamo visto difese muoversi più lentamente.”
Poi, diciamolo: se c’è uno stadio al mondo che può permettersi di affondare un po’, è proprio l’Azteca. Ha visto la Mano de Dios, il Gol del Secolo, due Mondiali e ora anche un lento declino geologico. È un monumento vivente o meglio, vivente e discendente.
In fondo, non tutti gli stadi possono vantare di essere parte attiva della tettonica urbana. L’Azteca sì, e lo fa con stile.
“Il bosco di Valcanneto, come sappiamo, è un patrimonio ambientale, sociale ed affettivo che molti cittadini vivono, conoscono e difendono da anni. Comprendo, quindi, le preoccupazioni emerse in questi giorni, ma sento il dovere di fare chiarezza su quello che l’Amministrazione sta facendo.
Il punto di partenza è semplice, ma fondamentale: il bosco è, oggi, in una condizione di forte sofferenza. Non intervenire significherebbe lasciare che la situazione peggiori, con conseguenze per l’ambiente, per la stabilità dell’area ed anche per la sicurezza, trattandosi, come sappiamo, di un bosco urbano vicino alle abitazioni.
Per affrontare il problema, l’Amministrazione ha scelto di affidarsi ad un Dottore Forestale di comprovata esperienza, che ha redatto un Progetto di Utilizzazione Forestale con la finalità di recuperare e tutelare l’area del bosco. E ci tengo a precisare che durante questo lavoro – durato mesi – vi sono stati dei confronti anche con il Corpo Forestale dei Carabinieri, che ha condiviso l’impostazione data dal progettista incaricato.
Il progetto prevede interventi importanti e, in alcuni punti, dei tagli consistenti. Capisco che questo possa generare preoccupazione, ma il tema è tecnico e va affrontato con serietà e senza strumentalizzazioni, poiché l’obiettivo non è, chiaramente, quello di impoverire il bosco, ma, al contrario, di rigenerarlo e metterlo in sicurezza.
Aggiungo, anche per far capire l’importanza delle attività che sono state fatte, che nel progetto è stata prevista un’attenzione particolare per l’Aula Verde, frequentata da bambini e ragazzi, e per il corso d’acqua che attraversa il bosco, che deve essere mantenuto libero da impedimenti per ridurre il rischio di esondazioni in occasione delle piene.
Il progetto, nei scorsi giorni, è stato trasmesso alla Città Metropolitana, che è l’Ente competente a esprimere il proprio parere, trattandosi di un’area sottoposta anche a vincoli sovracomunali. Chiaramente nessun intervento potrà essere avviato prima della conclusione dell’iter previsto dalle norme.
Tuttavia, al fine di garantire la massima trasparenza, abbiamo deciso anche di rendere pubblico il progetto inviato alla Città Metropolitana, pubblicandolo sul sito dell’Ente.
Inoltre, lo scorso 27 maggio, sempre con la finalità di spiegare ogni passaggio che stiamo facendo, abbiamo organizzato un incontro pubblico proprio a Valcanneto, insieme al Dottore Forestale incaricato ed al Responsabile dell’Ufficio Ambiente, invitando cittadini, associazioni e comitati che da anni seguono con attenzione le vicende del bosco.
Voglio precisare che da parte mia c’è piena disponibilità ad ascoltare osservazioni e contributi. Il confronto è sempre un valore, soprattutto quando riguarda un bene comune, ma deve essere fondato sui fatti e non sugli allarmismi.
Come Assessore all’Ambiente sento tutta la responsabilità di questa scelta. So che parlare di tagli in un bosco può colpire la sensibilità di molti e colpisce anche la mia. Ma tutelare un bosco non significa non fare nulla perché questo equivarrebbe a lasciarlo morire: significa capire quello che si può fare e farlo, anche quando le decisioni da prendere sono, almeno all’apparenza, poco popolari.
È vero, dopo l’intervento il bosco potrà apparire più spoglio rispetto a come siamo abituati a vederlo (nello specifico verranno mantenuti soltanto gli alberi considerati più forti ed in salute), ma questo passaggio servirà a favorire una crescita più sana, ordinata e, soprattutto, duratura.
L’obiettivo non è conservare un’apparenza, ma garantire che il bosco di Valcanneto viva davvero e, soprattutto, che possa essere goduto negli anni a venire”.
A dichiararlo è l’Assessore all’Ambiente del Comune di Cerveteri Alessandro Gnazi