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Quando la solitudine d’estate diventa pericolo

L’estate è la stagione della luce, delle vacanze, dei sorrisi. Ma dietro questa immagine collettiva di spensieratezza si nasconde un lato meno visibile: quello della solitudine, dell’emarginazione e della frustrazione sociale. Per molti, infatti, il periodo estivo non è sinonimo di riposo, ma di isolamento. Chi non può permettersi una vacanza, chi vive solo, chi non ha reti familiari o amicali solide, si ritrova improvvisamente a fare i conti con un vuoto che può diventare pericoloso.

Le statistiche lo confermano: secondo l’OMS e l’ISTAT, i suicidi e gli omicidi familiari tendono ad aumentare nei mesi estivi. Il caldo, la sospensione delle routine, la chiusura di servizi e centri di ascolto, la riduzione delle interazioni quotidiane creano un contesto in cui disagi psichici e fragilità di personalità possono esplodere. La criminologia parla di acting out, ovvero di comportamenti impulsivi e distruttivi che nascono da una tensione interna non più gestibile. In estate, questa tensione trova meno argini: la luce prolungata, il caldo, la perdita di sonno e l’aumento del consumo di alcol o sostanze riducono i freni inibitori e favoriscono il passaggio all’atto.

Dietro molti episodi di violenza o autolesionismo non c’è solo la malattia mentale, ma anche la disperazione sociale. L’impossibilità di partecipare al “rituale collettivo” delle vacanze, di sentirsi parte di un mondo che sembra vivere solo di leggerezza, può generare sentimenti di esclusione, rabbia e invidia. In chi è già fragile, questi vissuti possono trasformarsi in autoaggressività (suicidio) o eteroaggressività (omicidio), spesso all’interno delle mura domestiche, dove il disagio trova il suo sfogo più immediato.

La psicologia della devianza insegna che la solitudine non è mai neutra: può diventare un fattore di rischio quando si accompagna a povertà relazionale, mancanza di scopi e percezione di inutilità. In estate, tutto questo si amplifica. La società rallenta, i servizi si riducono, le persone si allontanano. Chi resta indietro si sente invisibile, e l’invisibilità è uno dei più potenti generatori di dolore psichico.

La prevenzione passa da qui: dal riconoscimento della fragilità come parte della vita sociale. Servono reti di ascolto attive anche nei mesi estivi, campagne di sensibilizzazione che contrastino lo stigma e favoriscano la richiesta di aiuto. Serve, soprattutto, una cultura della prossimità, capace di vedere chi resta solo mentre gli altri partono.

Perché dietro ogni gesto estremo non c’è solo la follia di un individuo, ma spesso il silenzio di una comunità che non ha saputo — o voluto — ascoltare.

Gianluca Di Pietrantonio, criminologo forense

Psicopatologia da web. Il ruolo della prevenzione digitale nei bambini e negli adolescenti. Ne parliamo con Adelia Lucattini, Ordinario della Società Psicoanalitica italiana (SPI) e dell’International Psychoanalytical Association (IPA).

Lucattini: “Il consiglio ai genitori è quello di non usare mai lo schermo per calmare i figli poiché un effetto anestetico sulla mente. Noia, attesa e frustrazione sono esperienze necessarie. Se ogni emozione spiacevole viene immediatamente spenta dal dispositivo, il bambino sviluppa con maggiore difficoltà capacità interne di autoregolazione e introspezione”.

 Di Marialuisa Roscino

 ​Nell’era dell’iperconnessione permanente, smartphone, tablet e social media sono diventati parte integrante della quotidianità di bambini e adolescenti, ridefinendo i confini della crescita, delle relazioni e della percezione di sé. Ma qual è il reale impatto di questo “mondo virtuale” sulla mente in evoluzione delle nuove generazioni? ​Per comprendere i rischi e le opportunità di questo scenario, abbiamo rivolto alcune domande di riflessione alla Dott.ssa Adelia Lucattini, psichiatra e psicoanalista Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana (SPI).

Con la sua guida clinica e scientifica, in questa intervista di oggi, esploriamo l’aumento dei disturbi legati all’uso improprio della rete, le vulnerabilità neurobiologiche degli adolescenti, le dinamiche familiari alterate dall’isolamento digitale e le strategie più efficaci di prevenzione e intervento terapeutico.

Dott.ssa Lucattini, nella pratica clinica si osserva un aumento di disturbi legati direttamente all’uso improprio o eccessivo della rete tra bambini e adolescenti?

Sì, ormai da alcuni anni numerosi studi scientifici confermano un aumento delle situazioni in cui l’uso digitale partecipa al disagio psicologico di bambini e adolescenti. Non sempre ne è la causa diretta. Più spesso intercetta e amplifica vulnerabilità già presenti, come ansia, depressione, impulsività, solitudine, difficoltà scolastiche o fragilità dell’autostima.

È importante distinguere un uso frequente da un uso problematico, dall’ansia ossessiva alla dipendenza vera e propria. Il problema clinico compare quando l’adolescente perde il controllo, non riesce a interrompersi e continua nonostante le conseguenze sul sonno, sullo studio e sulle relazioni. La relazione può essere circolare. Chi soffre già di per sé (ansia, angoscia e depressione) cerca rifugio online e il rifugio digitale può progressivamente aggravare il disagio (Behavioral Sciences (Basel), 2025).

Quali sono le manifestazioni psicopatologiche più frequenti che si riscontrano oggi rispetto al passato?

Più frequentemente si osservano sono ansia, umore depresso, insonnia, irritabilità, inversione del ritmo sonno veglia, difficoltà di concentrazione, calo scolastico e progressivo isolamento.

Possono comparire controllo compulsivo delle notifiche, crisi di rabbia quando il dispositivo viene tolto, perdita di interesse per attività precedentemente amate e crescente dipendenza dal giudizio degli altri. Non si tratta sempre di nuove psicopatologie, disturbi psicologici o malattie mentali. Spesso sono conflitti propri dell’età evolutiva che il digitale rende più intensi e continui, difficili da comprendere e più difficili da gestire. Lo schermo può inoltre diventare uno strumento per evitare emozioni dolorose, frustrazioni o relazioni vissute come troppo impegnative e rappresentare un impedimento ad una normale crescita psicologica, emotiva e affettiva. Il digitale ha un forte impatto inconscio poiché isola la sensorialità e allontana da relazioni interpersonali profonde (International Journal of Behavioral Medicine, 2025).

Dal punto di vista psicoanalitico, perché la mente di un adolescente è così vulnerabile agli schermi e ai social media?

 L’adolescenza è una fase di costruzione, definizione e ampliamento dell’identità personale, crescita e cambiamenti del corpo, conoscenza della sessualità e trasformazione del rapporto con i genitori. Il ragazzo deve separarsi dalle immagini infantili di sé e costruire un’identità nuova. In questo processo lo sguardo dei coetanei diventa particolarmente importante.

I social offrono uno specchio sempre disponibile. Like, follower e commenti possono essere vissuti come misure del proprio valore personale. Quando l’autostima è ancora fragile e in divenire, il mancato riconoscimento online può essere percepito come una ferita narcisistica.

Lo schermo rafforza l’idealizzazione della propria immagine, proteggendosi dalla complessità e dall’incertezza della relazione reale. Questa protezione diventa rischiosa quando impedisce di sperimentare il confronto, l’attesa e la frustrazione (Scientific Reports, 2026).

Quali sono i meccanismi attraverso cui l’iperconnessione altera la percezione della realtà, può generare ansia e depressione negli adolescenti e nei bambini?

 I social espongono continuamente a immagini selezionate, corpi perfetti e idealizzati, successi personali mostrati come raggiungibili senza impegno e difficoltà. Fiabe raccontante dai moderni cantastorie che non vengono riconosciute dagli adolescenti che confrontano la propria vita reale con una rappresentazione costruita, cinematografica, della vita altrui, mostrata come autentica. Le menzogne anche se colorate, patinate e spumeggianti, generano sempre nei ragazzi una percezione  di falsificazione e tradimento del vero, purtroppo però accompagnati da una sensazione inadeguatezza e fallimento che, poiché non razionalizzabile, rimane a livello emotivo e inconscio. Per cui il fallimento è doppio per non riuscire a decifrare le proprie intuizioni e per la competizione con modelli irraggiungibili anche nelle più intense fantasie.

Inoltre, la necessità di essere sempre disponibili, il timore di essere esclusi e il dolore di non ricevere risposte possono generare un vero stress digitale. Le notifiche intermittenti mantengono inoltre una condizione di attesa e di eccitazione difficile da interrompere.

Dal punto di vista psicoanalitico, l’iperconnessione può ridurre lo spazio mentale necessario per pensare le emozioni. L’esperienza viene immediatamente agita, condivisa o controllata, invece di essere elaborata interiormente (Addictive Behaviors, 2026).

Nel caso dei bambini più piccoli, quali rischi comporta l’esposizione precoce a smartphone e tablet?

Nei primi anni il bambino impara a conoscere e vivere le emozioni attraverso la relazione con l’adulto. Il volto, la voce e la presenza del genitore aiutano a tollerare l’attesa, la noia, la frustrazione e l’angoscia.

Quando lo schermo viene utilizzato sistematicamente per calmare ogni pianto, il bambino può avere meno occasioni per sviluppare le risorse interne per modulare emozioni, pensieri e comportamenti. Il dispositivo può così di diventare un calmante esterno indispensabile.

Il rischio non dipende soltanto dalla durata dell’esposizione, ma da ciò che lo schermo sostituisce,  il contatto fisico affettuoso, le parole che consolano, le attenzioni che generano sicurezza interiore. Sono particolarmente importanti per lo sviluppo sano del bambino, il dialogo, il gioco simbolico, il movimento, l’esplorazione e la condivisione emotiva con l’adulto (Behavioral Science, 2026).

Come cambia al riguardo, la dinamica della relazione genitori-figli nell’era digitale e quali segnali d’allarme non dovrebbero mai essere sottovalutati?

Il conflitto sullo smartphone può diventare il luogo interiore e concreto, in cui si esprimono problemi più profondi, come il bisogno di autonomia dell’adolescente, l’ansia di controllo del genitore e la difficoltà reciproca nel riconoscere limiti e separazioni.

Anche l’esempio degli adulti è fondamentale. Quando il genitore controlla continuamente il telefono mentre i figli gli parlano, il bambino può sentirsi ignorato o meno importante del dispositivo.

I principali segnali di allarme sono isolamento, uso notturno, insonnia, irritabilità intensa, calo scolastico, perdita delle amicizie, abbandono dello sport, menzogne sull’utilizzo e incapacità di fermarsi. Autolesionismo, ideazione suicidaria e cyberbullismo richiedono sempre una valutazione specialistica tempestiva (Medical Internet Research, 2025).

Quando la situazione evolve in una vera e propria psicopatologia o in un ritiro sociale e al riguardo, qual è l’approccio terapeutico più efficace?

Quando compare una perdita persistente di controllo e l’attività digitale diventa prioritaria rispetto a tutto, scuola, sonno, relazioni e cura personale. Quando la vita scompare e resta soltanto il mondo virtuale.

La “terapia” non può limitarsi al sequestro dello smartphone. È necessario comprendere quale funzione psicologica svolga il dispositivo. Può servire a non sentire solitudine, vergogna, angoscia, vuoto o paura del giudizio.

Il trattamento psicoterapeutico integrato deve coinvolgere l’adolescente e la famiglia e ripristinare gradualmente la centratura di se stessi, il sonno, le relazioni, la frequenza scolastica, l’attività fisica. Gli interventi psicoanalitici strutturati hanno prove scientifiche consistenti. Un trattamento psicodinamico o psicoanalitico può lavorare sulle fragilità identitarie, narcisistiche e interpersonali che sostengono il ritiro (JMIR Mental Health, 2026).

Quali conseguenze in particolare può comportare l’accesso precoce sui dispositivi digitale sulle performance scolastiche?

 Numerosi studi scientifici dimostrano che l’accesso precoce e l’uso prolungato dei dispositivi digitali può essere associato a una riduzione delle capacità di attenzione, ritardo nel linguaggio, difficoltà in scrittura, calcolo e fluidità nella lettura. Inoltre, soprattutto negli adolescenti, sottrae tempo al sonno, e a tutte interazioni sociali e educative. Uno studio longitudinale su 6.281 bambini neozelandesi ha rilevato che una maggiore esposizione agli schermi tra i 2 e i 4 anni e mezzo è associata, negli anni successivi, a prestazioni inferiori nel linguaggio, nella scrittura, nel calcolo e nella fluidità alfabetica, oltre che a maggiori difficoltà nelle relazioni con i coetanei. Già oltre 1,5 ore al giorno a 2 anni si osservavano esiti peggiori a 4 anni e mezzo; oltre 2,5 ore al giorno aumentavano i problemi con i pari fino agli 8 anni. Le associazioni restavano significative anche considerando il contesto familiare e sociale, lo studio mostra una correlazione e non un rapporto causale (Developmental Psychology, 2026).

Quali consigli si sente di dare in merito, per un uso consapevole e sicuro del web e della tecnologia in termini preventivi ed efficaci, anche per non demonizzarla del tutto?

-Accompagnare, non soltanto controllare. I genitori è importante che si interessino alla vita digitale dei figli con curiosità e interesse, affinché il bambino possa raccontare ciò che fa e vede online senza temere rimproveri;

-Dare limiti chiari e prevedibili. Regole coerenti sugli orari aiutano a contenere l’impulsività e offrono quella funzione protettiva che bambini e adolescenti non sono ancora pienamente capaci di esercitare da soli;

-Proteggere il sonno e gli spazi familiari. È opportuno evitare dispositivi durante i pasti e prima di dormire e lasciare lo smartphone fuori dalla camera durante la notte;

-Non usare mai lo schermo per calmare i figli poiché un effetto anestetico sulla mente e blocca la crescita mentale.  Noia, attesa e frustrazione sono esperienze necessarie. Se ogni emozione spiacevole viene immediatamente spenta dal dispositivo, il bambino sviluppa con maggiore difficoltà capacità interne di autoregolazione;

-Proteggere la vita reale e le attività con amici e all’aria aperta. Il digitale è sano quando non sostituisce gioco, movimento, amicizie, studio e relazione affettiva. La qualità dell’equilibrio conta molto più della semplice contabilità regionalistica delle ore quotidiane da dedicare agli strumenti digitali. semplice numero di ore;

-Educare al pensiero critico, sempre, approfittando del modo digitale così familiare ai ragazzi. Occorre spiegare che immagini, corpi e vite mostrate online sono spesso selezionati o modificati, aiutando i ragazzi a non identificare il proprio valore con like e approvazione sociale;

-Essere un buon modello di riferimento. Un adulto capace di interrompere l’uso del telefono, ascoltare e tollerare il silenzio, che pratica sport, che scherza e gioca con i figli, mostra al di là delle parole, con “azioni parlati”, che la tecnologia è uno strumento utile (ad esempio in ambito scolastico e professionale) ma non un oggetto indispensabile a scopo ludico.

Il 6 agosto al TMF Teatro Maurizio Fiorani di Canale Monterano “MUSIKERIA”

Riceviamo e pubblichiamo

Il 6 agosto al TMF Teatro Maurizio Fiorani di Canale Monterano: MUSIKERIA, un viaggio sonoro unico che vede protagonisti due straordinari maestri della scena musicale.:

  • Stefano Indino Fisarmonicista  (Fisarmonica) Definire Stefano Indino un semplice fisarmonicista sarebbe riduttivo. È un vero virtuoso dello strumento, capace di far letteralmente “cantare” il mantice. Nelle sue mani, la fisarmonica spazia con disinvoltura tra la passionalità del tango, le melodie della tradizione popolare e le sofisticate sfumature della musica d’autore. La sua cifra stilistica è l’eleganza espressiva: ogni nota racchiude un’intensità emotiva travolgente, frutto di una sensibilità artistica rara e di prestigiose collaborazioni nel panorama nazionale.
  • UMBERTO VITIELLO (Percussioni, Voce e Chitarra) Umberto Vitiello è un artista poliedrico, un catalizzatore di energia pura sul palco. La sua forza risiede nella capacità di fondere il ritmo ancestrale delle percussioni con la melodia della chitarra e l’espressività della sua voce. Il suo approccio alla musica è viscerale e comunicativo: i suoi arrangiamenti ritmici non sono solo un accompagnamento, ma una narrazione dinamica che dialoga costantemente con il pubblico, portando sul palco una vitalità contagiosa e un groove inconfondibile.

Cosa succede quando due talenti così si incontrano? Nasce un dialogo intimo e potente. La precisione melodica della fisarmonica di Stefano si intreccia con il battito vibrante e la vocalità di Umberto, creando un’atmosfera acustica avvolgente, ricca di sfumature folk, world music e improvvisazione live.

E dopo il concerto? La serata continua in compagnia! Il biglietto include una “spaghettata” .. con penne all’arrabbiata e un buon bicchiere di vino, per condividere le emozioni del live a tavola.

Giovedì 6 Agosto – Ore 21:00 Teatro Maurizio Fiorani – Canale Monterano

É gradita la prenotazione ai numeri: 328 6748785 | 380 4620311 (potete lasciare un messaggio Whatsapp) Ti aspettiamo!

 Il paradosso del turismo italiano: un petrolio che non sappiamo estrarre

Il lago di Bracciano – Intervista ad Alberto Guidi

Il lago di Bracciano è uno dei luoghi più belli del Centro Italia: clima mite dodici mesi l’anno, acque pulite, natura rigogliosa, borghi ricchi di storia, gastronomia eccellente. Eppure, come accade in molte altre zone splendide del nostro Paese, il suo potenziale turistico rimane largamente inespresso. Il problema non è la mancanza di risorse, ma la mancanza di visione.

Il turismo italiano è “il petrolio del nostro Paese”. Una metafora potente: come gli arabi hanno costruito la loro ricchezza sul petrolio, così l’Italia potrebbe costruirla sul turismo. Con una differenza fondamentale: il petrolio finirà, il turismo. Non a caso molti Paesi arabi stanno già investendo massicciamente in cultura, musei, servizi, ospitalità, preparandosi al futuro. L’Italia, che possiede il più grande patrimonio culturale del mondo, un clima unico e una varietà paesaggistica irripetibile, continua invece a trattare il turismo come un fenomeno spontaneo, invece che come un settore strategico.

 

Il lago di Bracciano è un esempio perfetto di questo paradosso.

Il movimento turistico del lago è quasi interamente legato al fine settimana. Durante la settimana, circoli velici, camping, ristoranti e stabilimenti sono scarsamente frequentati. Poi arriva la domenica e tutto esplode: traffico, affollamento, servizi sotto pressione. In alcuni casi, per mantenere un livello di qualità accettabile, gli operatori sono costretti persino a mandare via i turisti.

Il turismo straniero, un tempo presente, oggi è quasi scomparso: solo passaggi veloci, nessuna permanenza significativa.

Questa dinamica non permette crescita, non crea ricchezza stabile, non sostiene l’occupazione. È un turismo “mordi e fuggi”, incapace di generare valore.

 

Il lago di Bracciano è diviso tra più comuni, ognuno con le proprie priorità, i propri interessi, le proprie logiche elettorali. Il risultato è che non esiste una strategia comune, non esiste un piano turistico integrato, non esiste una promozione internazionale coordinata.

Si organizzano sagre, eventi, manifestazioni: iniziative certamente utili e interessanti, ma concentrate nei weekend, incapaci di distribuire il turismo nel tempo e nello spazio. Il comprensorio non ragiona come un’unica destinazione, ma come un mosaico di piccoli orticelli.

Eppure basterebbe poco: una cabina di regia sovracomunale, una programmazione condivisa, una promozione unitaria all’estero, una rete di servizi coordinata.

Ad esempio il lago soffre di un grave deficit infrastrutturale di trasporto pubblico. La stazione ferroviaria non è vicina al lungolago, i collegamenti Cotral sono irregolari, il trasporto privato della ditta Schiaffino non copre le carenze della linea pubblica, le attese sono lunghe, le corse saltano. Per raggiungere Roma o Viterbo, un turista che non viva al centro di Bracciano o vicino la stazione di Anguillara Sabazia, deve spesso aspettare ore. Chi soggiorna in strutture a Trevignano Romano è spesso costretto a servirsi del taxi, ovviamente non economico.

È evidente che, con questi presupposti, molti visitatori preferiscano altre destinazioni più comode e meglio servite.

 

Una ciclabile intorno al lago, di cui si parla da oltre trent’anni, e che recentemente sembrava essere ad un passo dalla realizzazione, sarebbe un’attrazione turistica straordinaria: sport, natura, sostenibilità, turismo lento. Invece ne è stata realizzata solo una piccola porzione per pochi chilometri, esclusivamente nel comune di Trevignano, e poi abbandonata. La strada carrabile, che dovrebbe essere un percorso panoramico sicuro, tranquillo per turisti che vogliano apprezzare il lago e magari fermarsi per foto ricordo, è percorsa da auto che sfrecciano ad alta velocità, senza controlli adeguati.

 

La costiera romagnola è la dimostrazione che non serve avere il paesaggio più bello del mondo per attrarre turismo. Con organizzazione, gentilezza, servizi e visione d’insieme, la Romagna ha trasformato la costa più anonima d’Italia in un polo turistico internazionale.

Ora immaginiamo cosa potrebbe diventare il lago di Bracciano, o l’intera costiera tirrenica, o quella ionica, o l’Argentario, o la costiera amalfitana, se avessero la stessa capacità di programmazione. Viene la pelle d’oca.

 

Chi, come gli imprenditori che hanno rilanciato il Camping Smeraldo, avendo una pluriennale esperienza in gestione turistica nel sud Italia e nelle maggiori isole. conosce bene il valore del territorio e soffre nel vedere potenzialità enormi sprecate. Il campeggio era una struttura comatosa, riportata alla vita con lavoro, investimenti e visione. Eppure, senza un sistema territoriale forte, anche le realtà virtuose rischiano di essere penalizzate.

Quando le cose sono organizzate, quando chi lavora ha competenza ed empatia, tutti ne traggono beneficio: non solo gli operatori turistici, ma ristoranti, musei, negozi, artigiani, servizi. Forse è proprio questo il problema: c’è una miopia gestionale. Il turismo è una ricchezza diffusa, non un privilegio di pochi e purtroppo nessuno se ne prende carico. Ma il turismo è il petrolio dell’Italia. Gli arabi stanno già preparando il futuro, investendo in cultura e servizi perché sanno che il petrolio finirà. L’Italia, invece, possiede un patrimonio enorme e che non finirà nel tempo se curato. Clima, storia, arte, paesaggi attireranno sempre turisti, ma tutto è gestito senza una visione politica lungimirante.

 

Le attività turistiche attuali che vengono offerte dalle cittadine del lago sono belle, ma rivolte quasi esclusivamente ai residenti. Luoghi cinematografici non sono segnalati né pubblicizzati. Reperti storici dimenticati anche dai residenti, Il turismo straniero, quello che porta ricchezza vera, è quasi assente. Pochi gestori conoscono l’inglese e molti pensano allo straniero come qualcuno da spennare al volo, mai come qualcuno che potrebbe pubblicizzare gratuitamente il territorio, se trattato bene, e magari ritornare.

 

La speranza è nelle nuove generazioni di amministratori: i sindaci del lago e dintorni sono tutti giovani, hanno energia, hanno potenzialità. Se riusciranno a fare sistema avviano iniziative promozionali nel territorio nazionale e soprattutto quello internazionale, centro e nord Europa sarebbero il target migliore, il lago di Bracciano potrà diventare una delle mete più appetibili del turismo italiano e forse mondiale, con chiaro vantaggio per tutti.

Con il pensiero alto si raggiungono obiettivi elevati. Con il pensiero basso si resta piccoli e dimenticati.

 

Molti sognano un mondo migliore. Ma il mondo migliore esiste già: è davanti ai nostri occhi, nei luoghi che abitiamo, nelle bellezze che non sappiamo valorizzare, nella gentilezza di chi accoglie con un sorriso nel proprio negozio.

Il lago di Bracciano è uno di questi luoghi. Un patrimonio naturale e culturale che potrebbe generare ricchezza, lavoro, benessere. Un petrolio che non sappiamo estrarre.

 

La sfida è tutta qui: passare dalla bellezza alla visione, dalla potenzialità alla realtà, dall’orticello al comprensorio.

Solo così il lago potrà diventare ciò che merita di essere. Un luogo da vivere 12 mesi l’anno.

 

Riccardo Agresti

Piano Urbano della Mobilità Sostenibile. Bracciano verso il futuro

“Ho scelto Bracciano per vivere la mia terza età e, con gli anni, ho imparato ad amarlo profondamente; ne scrivo perché mi sento di parte”.

Rileggendo il programma elettorale del 2021, dell’Amministrazione Crocicchi,  che condivido, mi sono soffermato in particolar modo “sulla tutela del territorio, sulla mobilità, la sostenibilità e la città resiliente”. Poiché si tratta di temi di scottante attualità, li riporto al centro del dibattito cittadino, affinché le promesse elettorali si traducano finalmente in realtà tangibili.

Disegnare la mobilità del futuro richiede una pianificazione strategica che metta a sistema carte, norme e investimenti finanziari. Ma per funzionare davvero deve essere calato nella realtà quotidiana di chi vive il territorio. Governare il cambiamento significa aprire spazi di ascolto e confronto con la cittadinanza, i commercianti e i pendolari. Solo percependo la mobilità come risorsa condivisa, il “nostro” paese potrà diventare un modello di sostenibilità alle porte della Capitale.

Bracciano è un territorio unico, ma anche profondamente complesso.

Con una estensione di 147 km², paragonabile a quella di Bologna o Torino, e una popolazione di appena 19.000 abitanti, il Comune si trova a dover gestire da un lato il nucleo storico e la fragilità naturalistica del bacino lacustre, dall’altro le frazioni e le aree rurali collegate da arterie stradali strette, dissestate e spesso intasate.

L’amministrazione Crocicchi ha saputo intercettare importanti fondi del PNRR per la rigenerazione urbana e la pedonalizzazione del “Lungolago Argenti”, promuovendo concretamente la sostenibilità e la resilienza del territorio. Un’opera che si propone come un vero e proprio “laboratorio” per dimostrare ai cittadini come sia possibile realizzare un nuovo modello di vivibilità.

Resta però molto da fare e la spesa corrente del Comune può coprire solo l’ordinaria manutenzione e minimi adeguamenti. Bracciano, sconta una cronica carenza di spazi di aggregazione e servizi essenziali. Mancano strutture culturali fondamentali, come un vero teatro cittadino e una sala cinematografica, oltre a un centro di aggregazione per i giovani e a un centro anziani adeguato e accogliente. A ciò si aggiungono: la necessità di edifici scolastici più moderni e dislocati fuori dal centro storico, di impianti sportivi polivalenti, di pos bancario a Bracciano Nuova, e per ultimo, pur registrando che la ferrovia rappresenta una spina dorsale fondamentale, l’anacronistica presenza del passaggio a livello in pieno centro che paralizza la viabilità e congestiona il traffico dividendo in due il cuore economico e sociale della città.

Mi domando, dunque,  quali siano le reali possibilità per Bracciano di attuare una svolta sostenibile, o quantomeno di gettarne le basi strutturali.

La strategia non può quindi puntare su grandi opere calate dall’alto, ma sul tatticismo urbano: interventi mirati, a basso costo e ad alto impatto.

Le direttrici strategiche:

  • Ciclovie: una rete di corridoi protetti nei tragitti casa-scuola e casa-lavoro, integrando il sistema trasporto regionale.
  • Percorsi ciclopedonali: servono per raggiungere l’Ospedale Padre Pio, i centri commerciali, i luoghi di culto, i luoghi ricreativi, per semplici passeggiate, footing o jogging.
  • Connessione Stazione – Lago: prevedere l’uso di corsie ciclabili leggere: (bike lanes – piste ciclabili – con segnaletica orizzontale) e postazioni di e-bike sharing – condivisione di biciclette elettriche – a pedalata assistita nei punti nodali: la stazione, i parcheggi di interscambio e il Lungolago.
  • Trasporto pubblico a chiamata (DRT): ottimizzare i costi di carburante e di personale è più efficiente un modello di Demand Responsive Transport, – trasporto a chiamata. Il mezzo parte solo su prenotazione, tramite app dedicata o numero verde. Servizi simili sono già adottati nel Lazio.
  • Parcheggi di interscambio periferici: intercettare le auto prima che intasino il nucleo storico o congestionino il lungolago. L’adozione di tariffe agevolate per la sosta, combinate con il ticket per il trasporto pubblico.

Sono piccole indicazioni che aprono la strada verso un orizzonte più ampio. “Preparare il terreno” significa dotarsi degli strumenti normativi adeguati.

Il primo passo concreto è la redazione del PUMS (Piano Urbano della Mobilità Sostenibile), anche in forma semplificata o associata con i comuni limitrofi del Lago (Anguillara e Trevignano). Senza un PUMS approvato, sarà impossibile accedere ai fondi del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti o ai nuovi cicli di fondi europei.

Le sfide sono politiche e culturali, prima ancora che economiche. Superiamo la frammentazione per un’integrazione totale: treni, bici, aree pedonali e bus a chiamata!

Il futuro si costruisce oggi con scelte coraggiose e programmazione precisa.

Franco Marzo

L’estate manzianese: quando gli eventi diventano comunità

C’è un modo per misurare la salute di un paese, ed è guardare a come si riempiono le sue piazze d’estate. A Manziana, negli ultimi mesi, questo è successo spesso e non per caso. Dietro ogni sagra, concerto o presentazione c’è una scelta precisa dell’Amministrazione comunale: usare la stagione estiva non solo per intrattenere, ma per restituire ai cittadini gli spazi del paese, uno dopo l’altro, come occasioni di incontro. In un paese di queste dimensioni, dove ci si conosce quasi tutti, ogni piazza restituita alla collettività non è solo un luogo in più da vivere, ma un tassello che rafforza il tessuto di relazioni che tiene insieme la comunità.

Le tradizioni non si toccano, ed è giusto così: Quadroni in Festa, la Sagra dell’Arrosticino e la Sagra de li Lombrichi restano gli appuntamenti che scandiscono l’estate manzianese da sempre, il punto fermo attorno a cui si riconosce una comunità. Ma quest’anno il cartellone ha aggiunto qualcosa di nuovo, che racconta bene la direzione intrapresa: la cultura come strumento per valorizzare i luoghi di incontro. È il caso di “Voci nel Borgo”, il concerto della Lake Jazz Orchestra che ha accompagnato l’inaugurazione del Lavatoio restaurato nel quartiere di Quadroni. Non un evento qualunque calato in Piazza Sciarra, ma la sua vera e propria consacrazione a nuovo spazio di comunità. Un luogo della memoria quotidiana: il lavatoio, dove si intrecciavano un tempo faccende domestiche e relazioni, che torna a vivere grazie alla musica e alla partecipazione di chi lo abita.

Lo stesso filo lega la rassegna “Storie dal Patrimonio”, le attività della Biblioteca comunale e l’inaugurazione del monumento dedicato a Gianni Rodari: iniziative diverse per linguaggio e pubblico, ma unite dall’idea che la cultura debba intrecciarsi alla vita di tutti i giorni, per bambini e adulti, per chi a Manziana è nato e per chi la sceglie come meta turistica per l’estate.

Se c’è un elemento che accomuna tutti questi momenti è la collaborazione; tra istituzioni, associazioni e volontari che, insieme, rendono possibile ciò che nessuno costruirebbe da solo. È questo lavoro condiviso, spesso invisibile, a fare la differenza; perché un paese non si tiene insieme con i calendari degli eventi, ma con le persone che scelgono, anno dopo anno, di ritrovarsi.

Francesco De Gregori e il valore del dubbio: perché la sua posizione aiuta a crescere

«Se avessi potuto scegliere tra la vita e la morte, avrei scelto l’America», cantava De Gregori nel 1976. Era la voce di Buffalo Bill, cacciatore del Far West, e l’autore alludeva al disincanto politico degli anni Settanta. I cantautori hanno sempre usato le storie per dire ciò che pensano: Bennato ironizzava che sono solo canzonette, Guccini ci ricordava che però non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni. Siamo sempre nell’affannosa ricerca di quello che Franco Battiato chiamava un centro di gravità permanente.

La polemica che ha investito De Gregori nelle ultime settimane è sembrata, a molti, il gesto di un uomo che si ritrae un attimo prima che il mondo gli chieda di esporsi ancora. Come se avesse avvertito la vertigine dell’oggi e avesse scelto di fermarsi sulla soglia, in una sorta di resa alla complessità del presente.

Ma interpretare così la sua posizione significa non aver capito il suo messaggio. La storia musicale di De Gregori non è mai stata una marcia verso il consenso: è stata una sottrazione continua alle semplificazioni mentre oggi viviamo in un tempo che non tollera il dubbio: pretende schieramenti immediati, indignazioni lampo, certezze usa e getta. Chi non si adegua viene sospettato, processato, etichettato.

Il paradosso è evidente: celebriamo il dubbio come valore morale, salvo poi condannare chi lo esercita davvero. Finché un artista mette in discussione le certezze dentro una canzone, lo applaudiamo; se lo fa in un’intervista, diventa un problema. All’improvviso si pretende che parli solo da artista militante, non da cittadino che si pone domande. Eppure ci aveva avvisato: guarda che non sono io. Ascoltare, però, costa fatica.

Ricordo i concerti dei cantautori: alla mia età li ho visti quasi tutti. Al pubblico dava fastidio quando un autore parlava tra una canzone e l’altra; al primo accenno partivano i fischi, perché, si diceva, un artista è lì per cantare, non per fare una conferenza stampa. De André lo ripeteva: spiegare una canzone la impoverisce, perché il brano è già tutto ciò che ha da dire.

Quando De Gregori si è chiesto quali titoli abbia un uomo di spettacolo per impartire lezioni, molti si sono scandalizzati, ma quella domanda ne apriva un’altra: è davvero compito dell’artista trasformarsi sul palco in un attivista, nel portavoce di un’idea?

Senza considerare, aggiungo, che esprimere reiterati slogan politici può aiutare una nobile causa, ma anche migliorare una carriera, soprattutto oggi, dove ogni parola deve essere un segnale, ogni silenzio un sospetto, ogni uscita dal coro una colpa. Il dubbio non è più considerato un atto di onestà intellettuale, ma una mancanza di coraggio, ma chi produce cultura, dovrebbe sapere che è proprio il dubbio a distinguere l’arte dalla militanza, il pensiero dalla propaganda.

De Gregori rinuncia al ruolo di maestro ma questo non vuol dire che si disinteressa della realtà: ci comunica che la responsabilità di una figura pubblica non è solo denuncia, ma anche riflessione. Non si può chiedere a un artista di essere impegnato e poi punirlo quando non coincide con l’impegno che vogliamo. Ci ha voluto ricordare che la cultura deve produrre complessità, sviluppare domande, proporre una visione.

E in un’epoca in cui vince chi fa più baccano, scegliere di non gridare, da parte di un autore che ha narrato che la storia siamo noi in venti album di canzoni, è una forma rara di coraggio. Forse il più grande atto politico che un artista possa compiere oggi.

Lorenzo Avincola

Torna il Festival Porta d’Oriente, sostenuto dal contributo della Città Metropolitana

Comunicato stampa

Civitavecchia, 30 luglio 2026 — Il Festival Porta d’Oriente, dedicato alla cultura giapponese, si conferma anche per il 2026. Il progetto del Comune di Civitavecchia è stato ammesso a finanziamento nel bando della Città Metropolitana di Roma Capitale per la realizzazione di iniziative a favore dello sviluppo culturale, sociale ed economico del territorio (decreto del Sindaco metropolitano n. 102 del 4 giugno 2026, determinazione dirigenziale R.U. n. 2596 del 10 giugno 2026). Alla città è andato un contributo di 20.000 euro, il massimo previsto dal bando per i Comuni della fascia demografica di Civitavecchia, a fronte di un progetto da 25.000 euro complessivi.
Il festival nasce da un episodio autentico della storia cittadina. Il 18 ottobre 1615 il samurai Hasekura Tsunenaga, ambasciatore inviato in Europa, sbarcò a Civitavecchia, allora porto dello Stato Pontificio, prima di proseguire verso Roma dove fu ricevuto da papa Paolo V. Fu il primo giapponese a mettere piede in città, e a quello sbarco è dedicata la statua di viale Guglielmo Marconi, vicino a Porta Livorno.
Il programma unisce storia, arte e laboratori: dall’origami al kintsugi, la riparazione delle ceramiche con l’oro, dal kimono alla cerimonia del tè, con mercatini dell’artigianato, cucina giapponese, sake e musica tradizionale.
“È un appuntamento che si conferma e cresce di anno in anno, nei contenuti e nella partecipazione,” spiega l’assessora alla Cultura Stefania Tinti, “e che quest’anno la Città Metropolitana ha sostenuto con il contributo massimo del bando. È soprattutto il frutto del lavoro dell’ufficio Cultura, che ha costruito un progetto solido: ci tengo a dirlo. Portiamo avanti una pagina di storia poco conosciuta e insieme la nostra identità di città di porto, da sempre luogo d’incontro tra mondi diversi.”
Il bando finanzia iniziative che contribuiscono allo sviluppo culturale, sociale ed economico dei Comuni del territorio metropolitano. Date, sedi e modalità di partecipazione saranno comunicate nelle prossime settimane.

Il canto lento dei luoghi

Mi rivolgo a voi con una voce che non è soltanto la mia. È la voce delle acque che si allargano nel lago di Bracciano, dei venti che scendono dalle colline di Trevignano, dei boschi che respirano tra Manziana e Canale Monterano. È la voce delle pietre antiche di Cerveteri, delle onde che si infrangono a Ladispoli, dei sentieri che si arrampicano verso Oriolo e Vejano. È la voce di un territorio che, questo mese, chiede di essere ascoltato.

Parlo io, il territorio. E non lo faccio per nostalgia o per vanità, ma perché ogni giorno vivo del vostro passo, del vostro sguardo, del vostro lavoro. Vivo del turismo che arriva, che torna, che scopre e riscopre. Vivo degli amministratori che cercano equilibrio, dei commercianti che aprono le serrande all’alba, dei piccoli imprenditori che credono che qui, tra lago e mare, tra Roma e Tuscia, si possa ancora costruire futuro.

Io vi vedo. Vi ascolto. E ora tocca a me parlare.

Le mie acque conoscono la pazienza: sanno che ogni onda nasce da un respiro lento. I miei boschi conoscono la cura: ogni foglia cresce perché nessuno ha avuto fretta. I miei siti archeologici custodiscono la memoria: non chiedono applausi, ma rispetto. Le mie strade di campagna, i vicoli dei borghi, le piazze che si aprono all’improvviso tra le case raccontano storie che non si possono consumare in un weekend distratto.

Per questo, a chi viene e a chi accoglie, chiedo una cosa sola: rispetto. Rispetto per l’ambiente, certo, per la fauna che si muove silenziosa, per le biodiversità che fanno di me un mosaico unico. Ma rispetto anche per i ritmi che mi appartengono, più lenti, più giusti, più umani. Per le tradizioni che non sono folclore, ma identità. Per le culture locali che non sono ostacolo, ma ricchezza. Per i racconti antichi che non sono passato, ma radici.

Il turismo non è soltanto business. È un incontro. È un patto. È la possibilità di rigenerarsi insieme: chi arriva e chi resta, chi osserva e chi custodisce. È scambio, è simbiosi, è equilibrio. È la promessa che ciò che si ammira non verrà consumato, ma compreso.

In questo numero, saranno le vostre voci – quelle degli intervistati, dei lavoratori del turismo, dei cittadini – a comporre il coro. Ma io sarò la voce solista. Non per sovrastare, ma per armonizzare. Per ricordare che ogni scelta, ogni progetto, ogni passo deve partire da qui: dal rispetto che mi è dovuto come si deve a un familiare. A un padre, a una madre, a un fratello. A qualcuno che si ama e che si vuole proteggere.

Io sono il territorio. E vi chiedo di continuare a camminare con me, non sopra di me. Di ascoltarmi, non solo di guardarmi. Di farmi vivere, non solo di usarne i confini.

Perché insieme possiamo fare del turismo non un passaggio, ma un ritorno. Non un consumo, ma una cura. Non un affare, ma un equilibrio ritrovato.

Ludovica Di Pietrantonio, direttore L’agone

TORREVALDALIGA NORD, PD CIVITAVECCHIA: «ORA BASTA ANNUNCI. SERVONO AREE, TEMPI E GARANZIE PER IL TERRITORIO»

Comunicato stampa

Prendiamo atto delle parole del ministro Urso e della vicepresidente Angelilli sulla riconversione di Torrevaldaliga Nord.

Se davvero si apre una nuova fase, allora questa fase deve avere contenuti precisi: aree disponibili, tempi certi, bonifiche, investimenti e garanzie occupazionali.

Perché il punto è sempre lo stesso: senza la disponibilità concreta delle aree Enel, ogni progetto rischia di restare fermo sulla carta.

In questi mesi sono state presentate molte proposte per il futuro dell’ex centrale. Si parla di logistica, industria, economia circolare, innovazione, energia, lavoro. Ma Civitavecchia e il comprensorio non possono vivere di annunci.

Questo territorio ha già pagato un prezzo altissimo sul piano ambientale, sociale ed economico. Ora ha diritto a sapere con chiarezza quali aree saranno liberate, quali resteranno nella disponibilità di Enel, con quali tempi e con quali impegni pubblici.

Per questo chiediamo che il prossimo tavolo non sia l’ennesimo passaggio interlocutorio. Serve un cronoprogramma pubblico e verificabile.

Servono tre cose semplici.

La prima: una mappa chiara delle aree disponibili, di quelle vincolate e di quelle che Enel intende trattenere.

La seconda: sopralluoghi con i tecnici dei Comuni e del territorio, perché non si può decidere il futuro di Torrevaldaliga Nord senza conoscere davvero lo stato dei luoghi.

La terza: un accordo istituzionale serio, che tenga insieme Governo, Regione, Enel, Autorità portuale, Comuni, imprese e parti sociali, con impegni precisi su tempi, investimenti e lavoro.

La priorità resta restituire al territorio le aree necessarie alla riconversione. Ma va detto con chiarezza: se parti strategiche dovessero restare indisponibili perché trattenute da Enel, questo ulteriore peso non può cadere ancora una volta su Civitavecchia. Anche il tema delle compensazioni economiche e territoriali dovrà entrare nella discussione.

Il Governo e la Regione non possono limitarsi a prendere atto o ad annunciare aperture. La vicepresidente Angelilli è Commissario straordinario del Governo per la reindustrializzazione dell’area. I ministri competenti hanno responsabilità dirette. Il centrodestra governa a Roma e alla Regione Lazio: ha tutti gli strumenti per incidere.

Per questo chiediamo anche ai rappresentanti del territorio in Parlamento e in Regione di dire chiaramente quanto pesano. Non bastano fotografie, comunicati e rassicurazioni. Servono risultati.

Lo schema visto finora non è più accettabile: Enel decide, il Governo rinvia, la Regione annuncia, i territori pagano.

Torrevaldaliga Nord non è un dossier tecnico da chiudere dentro un ministero. È il futuro del lavoro, dell’ambiente, del porto, della logistica e dell’identità produttiva di un intero comprensorio.

Civitavecchia, Tarquinia, Santa Marinella, Tolfa, Allumiere e Monte Romano devono essere protagoniste, non spettatrici, della più grande partita industriale dei prossimi anni.

Civitavecchia e tutti i comuni del comprensorio hanno già dato molto all’Italia.

Adesso è l’Italia che deve dimostrare di non essersene dimenticata.

Partito Democratico — Circolo di Civitavecchia