C’è un momento, nella vita di ogni persona, in cui nasce il bisogno di allontanarsi dalle proprie abitudini. Non perché queste siano sbagliate, ma perché le percepiamo estranee a noi. Si sente la necessità di abbandonare i propri confini, come un uccello migratore che cerca un luogo nuovo. È il desiderio di mettersi alla prova in un contesto diverso, di scoprire fino a che punto si è adulti, capaci di resistere e crescere. L’esperienza Erasmus è anche questo: un distacco netto dalla quotidianità abituale. Si vive un contesto che non si può controllare del tutto, dove la vita ti costringe ad adattarti, spesso con brutalità. È un urto che all’inizio può sembrare difficile da sostenere, ma grazie al quale possono emergere i lati migliori di noi. Viaggiare significa affidarsi a se stessi senza certezze, se non il proprio coraggio. Eppure, passo dopo passo, si scopre che adattarsi a un contesto estraneo rende capaci di affrontare anche i contesti scelti, quelli che nella vita futura potremo costruire e dominare. È una palestra di crescita, dove la vera esperienza umana si rivela. Il contatto con una vita lontana e con una cultura nuova apre la mente. Permette di conoscere persone con valori diversi dai nostri e di scegliere ciò che, alla fine, vogliamo davvero portare dentro di noi. Conoscere gli altri significa conoscere meglio se stessi. È un cammino di consapevolezza che rende adulti, padroni delle proprie scelte. Ad ogni modo, non è per tutti. È per chi ha il coraggio di rompere con ciò che non lo rende felice. È per chi non vuole fermarsi, ma cambiare e crescere. Viaggiare, in fondo, è capire che il mondo non è solo il luogo in cui siamo nati, ma il terreno dove possiamo scoprire chi siamo davvero e che ruolo, nel grande cinema della vita, vogliamo vivere.
Evento nazionale di partecipazione attiva e di raccolta pubblica di fondi sabato 11 e domenica 12ottobre 2025dalle 9.30 alle 13 e dalle 14 alle 18
Tra le tante aperture delle Giornate FAI di Autunno 2025 nel Comune di Anguillara Sabazia (Roma) si potrà visitare
La Commissione europea ha collaborato con il FAI per l’istituzione di un itinerario europeo durante le Giornate FAI d’Autunno e, nel Lazio, è stata selezionata l’apertura del Borgo Storico e del Palazzo Baronale Orsini di Anguillara Sabazia, quale sito di rilevante importanza storica per la creazione di tale percorso.
La nostra attività verte sulla raccolta fondi con contributo libero non obbligatorio che, anche in questa occasione, avrete la possibilità di donare per recupero e tutela del nostro territorio.
La visita non necessita di alcuna prenotazione, occorre recarsi a Porta Maggiore (ingresso al centro storico di Anguillara Sabazia), dove verranno formati gruppi da 10 persone che, accompagnati da un nostro Volontario Narratore, inizieranno “il viaggio nella storia” della durata di circa 45 minuti (ultimo gruppo partenza alle 17.00).
La visita inizierà dal Borgo: attraverseremo Porta Maggiore, ammirando la Fontana delle Anguille e, poco piu’ avanti, al vicolo della Grondarella, vedremo i resti di una villa romana. Giunti a Piazza Magnante, osserveremo strutture medioevali e, successivamente, saremmo stupiti da un enigmatico murale: “La ragazza che guarda il lago”. Ai giardini del Torrione ci meraviglieremo della maestosità del lago di Bracciano
. Infine, accederemo al Palazzo Baronale Orsini (generalmente non visitabile): complesso rinascimentale, tra i più incantevoli del Lazio ed incastonato nelle fortificazioni, di cui visiteremo il piano nobile, composto da vari ambienti decorati con affreschi di vari autori, tra cui Luzio Romano. Saremo allietati, in orari prestabiliti, dalle melodie suonate dai ragazzi dell’Associazione Scuola Orchestra di Anguillara Sabazia.
Il viaggio terminerà al Museo Storico della Civiltà Contadina e della Cultura Popolare “Augusto Montori”, gestito dai volontari dell’Associazione Culturale Sabate.
Capo Gruppo Daniele Di Giulio tel.328/1910288 e-mail: civitavecchia@gruppofai.fondoambiente.it
Ci voleva davvero una lunga passeggiata da Piazzale Ostiense a Piazza San Giovanni in compagnia di un milione di persone, per sentirsi fisicamente parte di un’indignazione collettiva, così attorniato da tanti sorrisi, musiche, slogan, colori, sotto tante bandiere, striscioni e cartelli di varie dimensioni. Una moltitudine di cittadini dai mille pensieri ma uniti da una forte preoccupazione: le sorti di un popolo che rischia l’estinzione.
Si notava anche il fascino dell’improvvisazione perché tra una moltitudine di sigle organizzate, tantissimi cittadini erano scesi in piazza spontaneamente dopo il blocco della Global Sumud Flotilla. Quando osservi un fiume di persone, soprattutto giovani, attraversare le vie di una grande città, tutti spinti dallo stesso sdegno e scopri che molti cittadini affacciati alle finestre, con un continuo applauso, distribuiscono solidarietà, capisci che qualcosa di straordinario sta accadendo. Rinasce la speranza, ultimamente un po’ smarrita, che il genere umano sa anche reagire pacificamente, con le armi della ragione, alle ingiustizie del mondo, agli orrori che lo stesso genere umano è capace di concepire.
Mentre tornavo alla stazione Ostiense, l’incontro casuale con Nanni Moretti, che ha sempre avuto il coraggio delle proprie idee e la sua inaspettata stretta di mano, ha concluso una giornata che resterà impressa nella memoria come la prova che a volte è sufficiente un po’ di coraggio per ritrovarsi a lottare insieme per uno scopo condiviso. “A rinunciare vince la paura, e di paura io ne ho avuta molta, ma vivere significa lottare e allora la paura non importa” cantava molti anni fa Pierangelo Bertoli. E oggi quelle parole sembrano più vere che mai.
“Esprimo la mia sincera vicinanza e solidarietà alla giornalista dell’Adnkronos aggredita durante la manifestazione per Gaza a Roma. Si tratta di un gesto vile e intimidatorio, che condanniamo con fermezza. Ogni forma di violenza nei confronti di chi esercita con professionalità e coraggio il diritto-dovere di informare rappresenta un attacco alla libertà di stampa e ai principi democratici del nostro Paese.
L’UGL è al fianco di tutti i lavoratori dell’informazione e ribadisce l’importanza di tutelare chi svolge un servizio essenziale per il Paese”. Lo ha dichiarato Paolo Capone, Segretario Generale dell’UGL, in merito all’aggressione subìta da una giornalista dell’agenzia di stampa Adnkronos durante la manifestazione per Gaza a Roma.
La morte, chiaramente minacciata dalla corda che restava opaca, minacciosa, silenziosa, con il nodo scorsoio perfetto, annodato da mani esperte abituate non solo a decidere il destino degli altri, ma a stringere lentamente, con piacere, il confine tra possesso e annientamento.
Quel nodo era una presenza che non cercava di convincere: aveva già condannato. Una condanna che sarebbe stata giustificata da un’accusa costruita su qualche pretesto infame, inventato, forse già pronto e che avrebbe significato anche la morte certa dei suoi uomini, fedeli e ignari.
L’abito da sposa
La candela proiettava ombre febbrili sulle pareti. I santi sugli arazzi sembravano chinare il capo, come se volessero distogliere lo sguardo. Il vestito da sposa brillava appena sotto la luce tremolante, ammiccando con la sua bellezza ambigua, come se volesse sedurla, avvolgerla, possederla.
Bianca si alzò dal letto con fatica. Le gambe tremavano, non solo per la droga che le avevano somministrato, ma anche per il peso del pensiero. Si avvicinò al tavolo. Sfiorò il vestito di seta damascata che sembrava emanare luce dai fili preziosi che lo decoravano. Il profumo del tessuto sembrava raccontare storie di felicità. Non resistette alla curiosità di indossarlo. Come se il vestito la chiamasse per nome.
Si tolse gli abiti notturni e fece scorrere sulla pelle nuda, quasi con voluttà, la sottoveste in taffetà di seta avorio, liscia e luminosa come acqua di fonte. Tessuta a Lucca, quella seta portava con sé il respiro delle botteghe toscane e il sussurro delle mani che l’avevano filata.
Sollevò poi con cura la tunica cremisi, ricamata a mano con fili d’oro che si intrecciavano in motivi floreali gotici: tralci di vite, melograni e rose si arrampicavano lungo l’orlo e le maniche, come se la natura stessa volesse abbracciarla e benedirla. Il velluto, tinto con il rosso carminio della cocciniglia e il blu profondo dei lapislazzuli macinati, donava alla stoffa una vibrazione cromatica quasi mistica, come se la luce vi danzasse dentro. Sfiorando le spalle candide, la indossò sopra la sottoveste. La tunica scivolò carezzandole il corpo fino a rasentare il pavimento, con la grazia di un sipario che si apre su una scena onirica.
Quel velluto di seta cremisi, morbido e caldo, certamente proveniente dal lontano Oriente, sembrava respirare, vivo, mentre scendeva lungo il corpo. Le maniche, ampie e svasate, si aprirono come ali di fenice, mentre il broccato, tessuto a telaio con fili metallici dorati all’interno, brillava appena alla luce della candela, come fosse un segreto svelato solo al gesto, come se l’abito stesso fosse vivo e consapevole del corpo che avvolgeva.
Le perle cucite a mano al collo le lambirono la pelle come dita leggere. Tra esse si celava un piccolo granato che pulsava come un cuore antico.
Si sistemò la cintura sottile e rigida, in cuoio dorato intagliato, chiusa da una fibbia cesellata d’argento, stringendola appena sotto il petto. Da essa pendeva un piccolo drappo di seta blu, lunga fino al ginocchio, simbolo di fedeltà e nobiltà, che ondeggiava dolcemente ad ogni suo movimento.
Poggiò poi il mantello damascato, tessuto a Valencia bianco e oro, sulle sue spalle come un manto regale e chiuse la spilla a forma d’aquila con un clic secco, come un sigillo di proprietà.
Raccolse poi lentamente i capelli su un lato che avrebbe intrecciato lateralmente con fili d’oro e seta cremisi, magari lasciando che alcune ciocche sfuggissero libere e ribelli, poggiando la coroncina di alloro in metallo prezioso sul capo, completando il gesto con il velo nuziale: leggero, impalpabile, profumato con essenze rare, forse ambra grigia, rosa damascena o mirra, che avrebbero lasciato una scia olfattiva al suo passaggio, come se la sua presenza fosse destinata a rimanere sospesa nell’aria, anche dopo il silenzio.
La gabbia
Bianca si irrigidì. Al tatto, il morbido tessuto sembrava però gelido, come pelle di serpente appena risvegliata. Non aveva nulla dell’ammaliante seta, cangiante, dolce e delicata, che prometteva alla vista. L’abito sembrava respirare, come se avesse atteso quel corpo per possederlo. Era una menzogna raffinata e lucente, tessuta con mani che non conoscono pietà. Quei sottili fili d’oro che percorrevano il velluto, apparentemente teneri, le davano invece l’impressione di una rete di cuoio e metallo. Una gabbia di finimenti dorati travestiti da carezza. Le sembrava che le si avvolgessero attorno come braccia invisibili, come corde sottili che stringevano con una lentezza voluttuosa. Non ornamento, ma vincolo. Non abito nuziale, ma uniforme per una schiava, oggetto vivente in mani profane pronte ad un rituale di possesso.
Le cuciture seguivano le curve del suo busto con una precisione inquietante, chirurgica. Come se mani invisibili l’avessero misurata nel sonno, tracciando ogni linea del suo corpo con intenzione predatoria. Ora la stringevano, punto per punto, come per possederla per sempre. Il tessuto aderiva come pelle imposta, come se l’abito stesso volesse penetrarla, avvolgerla, assorbirla, come fosse un patto silenzioso, una promessa di sottomissione mascherata da splendore.
Il colletto alto le sfiorava la gola come un collare e le perle, cucite con arte sopra il bordo, sembravano occhi muti che la osservavano, testimoni di un rito che non aveva scelto. Il granato al centro pulsava come un cuore estraneo, un sigillo di proprietà.
Il mantello, pesante e damascato, le gravava sulle spalle come un manto regale rovesciato: non trionfo, ma condanna. La spilla a forma d’aquila, chiusa con un clic secco, le parve un morso, un marchio.
Senza specchi in cui guardarsi, Bianca si guardò nella mente e non vide una sposa. Vide un corpo incatenato in oro, un simulacro di se stessa. Con un gesto netto si tolse quel vestito come se volesse strappare via l’inganno di chi voleva imporglielo. Si tolse ogni strato, ogni cucitura, ogni promessa mai fatta né mai immaginata. Lasciò cadere tutto a terra come si lascia cadere una maschera. Rivestì il suo corpo del bianco vestito da notte, semplice, puro, come una pelle ritrovata. Nel silenzio che seguì, il suo respiro fu il primo atto di ribellione.
Il matrimonio non sarebbe stato un’unione, ma una prigione dorata. Per il conte una conquista mascherata da promessa. Bianca lo sapeva. Non era ingenua, non più. Il matrimonio sarebbe stato solo un’ombra che avrebbe coperto la verità: quel rito avrebbe consegnato il trono a Bernardo, e lei, una volta incoronato re, sarebbe diventata un ostacolo da rimuovere. Non sarebbe servito molto: sarebbe stato sufficiente un’accusa, una voce insinuata nel buio: infedeltà, lussuria, tradimento. Le antiche armi per distruggere l’onore di una donna da sempre legata solo ad una funzione.
Quel matrimonio non sarebbe stato un patto, ma una rapina. Una condanna travestita da cerimonia. Un atto politico inciso sul corpo di una donna, come una ferita che non sanguina ma brucia. Bianca lo sentiva: non sarebbe stata amata, ma spogliata. Non celebrata, ma posseduta e poi gettata via, come un calice svuotato dopo il brindisi del tradimento. Il vestito che avrebbe dovuto raccontare la gioia di chi ama ed è amata, era in realtà una veste sacrificale, cucita per l’offerta e non per la festa. Ogni filo, ogni perla, ogni gesto non erano ornamento, ma vincolo; non promessa, ma condanna; erano parte di un rituale che non le apparteneva.
Dire “sì” avrebbe significato rinunciare a se stessa. Diventare involucro, simulacro, madre di eredi che non sarebbero mai stati suoi, né liberi. Probabilmente sarebbe stata uccisa poco dopo, o peggio: lasciata vivere come simbolo, come corpo utile, come pedina.
Ma Bianca non era nata per essere una pedina. Lei era una regina, al di là del titolo del primo marito. Lo era da quando era stata educata a leggere e comprendere. Nel silenzio, il vestito giaceva ora a terra come una belva ferita a sorpresa proprio quando sembrava avere la meglio. Lei lo guardò con occhi nuovi. Non con paura, ma con lucidità e in quella lucidità, la ribellione cominciò a prendere forma insieme ai pensieri ed ai ricordi che, mano a mano, ritornavano sempre più lucidi.
In un’epoca dominata da smartphone e tastiere, la scrittura a mano resta uno strumento prezioso per educare i giovani alla consapevolezza e all’espressione emotiva.
C’è una connessione tra la digitalizzazione dei ragazzi e la loro intelligenza emotiva?
E quanto la scrittura a mano riesce a sviluppare questa capacità rispetto all’utilizzo della tecnologia?
Sono interrogativi sempre più attuali, se pensiamo a giovani che digitano rapidamente su smartphone e tablet ma faticano a fermarsi, riflettere ed esprimere ciò che provano. L’intelligenza emotiva è la capacità di riconoscere le proprie emozioni, comprenderle, gestirle e comunicare in modo autentico con gli altri. È una competenza che si costruisce con l’esperienza diretta e con strumenti che aiutano a rallentare e a prendere consapevolezza di sé. In questo senso, la scrittura a mano ha un ruolo fondamentale. Da grafologa, ho potuto osservare in tante grafie giovanili come il gesto della mano rifletta la dimensione emotiva: tensione, ansia, ma anche creatività, entusiasmo e sicurezza. Il foglio diventa uno specchio che racconta ciò che spesso le parole non riescono a dire. Ogni segno è unico, personale, irripetibile. Digitare, al contrario, standardizza. Ogni lettera è uguale per tutti e non restituisce la ricchezza dell’individualità. Per questo scrivere a mano non è solo una questione tecnica, ma un esercizio che coinvolge corpo, mente ed emozione. Favorisce concentrazione, memoria, introspezione ed empatia: tutti aspetti che rafforzano l’intelligenza emotiva. Non si tratta di contrapporre tecnologia e carta. La prima apre finestre sul mondo, la seconda aiuta a conoscersi e a dare forma alle emozioni. È nell’equilibrio tra digitale e scrittura che i ragazzi possono trovare una vera ricchezza educativa.
Dallo scorso dicembre molte polemiche si sono susseguite sullo sciagurato piano di dimensionamento scolastico presentato e voluto dalla giunta guidata dal presidente Rocca. Una vera e propria stangata per molti territori in cui l’accorpamento di alcuni istituti scolastici avrebbe portato ad un impoverimento strutturale e sociale delle aree coinvolti. Da Roma a tutte le province del Lazio, gli accorpamenti previsti dal piano regionale sarebbero stati ben ventitré, non escludendo alcuna macroarea della nostra Regione.
Il piano però, in seguito al ricorso di oltre 200 famiglie del IV Municipio di Roma in merito all’accorpamento degli istituti Sordi e Falcone, è stato giudicato illegittimo dal TAR e dal Consiglio di Stato. La giunta Rocca è stata di fatto bocciata. Lo stop del TAR certifica quindi in maniera netta il fallimento delle politiche scolastiche della destra regionale. Più volte al presidente Rocca e all’assessore Schiboni è stato chiesto in questi mesi di fare un passo indietro e di ascoltare le esigenze delle famiglie, degli insegnanti e dei ragazzi. Eppure la Giunta ha preferito tirare dritto, sorda davanti agli appelli e alle richieste dei cittadini, preferendo arrivare a questo punto.
La responsabilità politica e amministrativa di questo caos è quindi tutta della giunta, del presidente Rocca e dell’assessore Schiboni, che hanno preferito forzare la mano anziché ascoltare e dialogare. Dovrebbero scusarsi con le comunità scolastiche coinvolte e intervenire immediatamente per garantire il diritto allo studio alle ragazze e ai ragazzi del Lazio. Le sentenze vanno applicate senza se e senza ma, senza perdere ulteriore tempo. Tempo che lascerebbe inoltre la Regione a rischio di denuncia penale. Una situazione che sarebbe sempre più inaccettabile e vergognosa per l’istituzione regionale tutta. Il tempo delle forzature è finito: è ora di tornare al rispetto delle regole e delle persone. Inoltre, quello che deve essere chiaro è che la scuola non è una semplice voce di spesa da tagliare e modulare a piacimento di chi governa.
Tutti temi affrontati durante l’evento organizzato dalla consigliera Eleonora Mattia “Sentenze del TAR e dimensionamento – effetti, scenari e risposte per i territori coinvolti” lo scorso 16 settembre nella Sala Mechelli del Consiglio Regionale del Lazio. Occasione di confronto molto partecipata, dove, oltre alla già citata consigliera Eleonora Mattia, hanno preso al dibattito rappresentanti politici come il capogruppo PD alla Regione Lazio Mario Ciarla, il segretario regionale Daniele Leodori e i consiglieri Marta Bonafoni ed Enrico Panunzi. Ma anche amministratori locali, rappresentanti sindacali e delle famiglie, così come degli studenti.
Questa visione della scuola, come organo da poter modellare e controllare a loro piacimento, collima inoltre in maniera preoccupante con un altro grave fatto che ha riempito i media nelle settimane e nei giorni scorsi. La scelta da parte da parte dell’Ufficio scolastico regionale di emanare una circolare “riservata” nella quale si invita a evitare che i Collegi dei docenti discutano e deliberino di temi di natura geopolitica è incomprensibile e contraria a qualsiasi principio di autonomia scolastica.
La scelta ha ovviamente scatenato molte reazioni contrarie, a partire da enti come Dirigentiscuola e Usb Scuola, i quali hanno immediatamente denunciato l’accaduto. Colpisce anche la modalità scelta: perché parlare sottovoce di una questione che avrebbe meritato chiarezza e trasparenza? La scuola non è solo burocrazia: è crescita, confronto, cittadinanza. Mantenere la serenità è giusto, ma non può tradursi in un freno al pensiero critico e i nostri studenti hanno diritto a una scuola capace di guardare in faccia il mondo che li circonda. Occorrerebbe un chiarimento su questo.
Da parte nostra, su tutti questi temi, possiamo affermare con certezza che noi continueremo a stare dalla parte dei territori, delle famiglie, degli amministratori locali e delle realtà scolastiche, dalla parte del diritto all’istruzione per dei servizi scolastici vicini e accessibili. Non ci faremo da parte.
Carissime studentesse e carissimi studenti del Liceo Ignazio Vian,
voglio rivolgervi il mio personale saluto e iniziare questo anno scolastico condividendo propositi e riflessioni. Da 50 anni la scuola è parte della mia vita: l’ ho vissuta da studentessa, da mamma, da docente e da dirigente e, nonostante le mille criticità, credo sia una parte meravigliosa della mia esistenza.
Ho sempre affidato alla scuola il mio desiderio di crescita personale, culturale e umana e ho sempre creduto che sia un passaggio ineludibile per chi vuole ritagliarsi un ruolo di cittadino attivo nella costruzione di un mondo migliore. Mi rivolgo a voi che, talvolta inconsapevoli, state costruendo il vostro futuro mentre ascoltate una lezione, mentre preparate un’interrogazione (o cercate di evitarla), mentre vi candidate come rappresentanti di classe o di istituto, mentre scegliete questo o quel progetto.
In una fase storica segnata da venti di guerra vi esorto ad essere costruttori di pace, a impegnarvi ogni giorno a essere leali, a usare un linguaggio gentile, a rispettare gli altri nella loro unicità, pronti al confronto e al dialogo; prendetevi cura dei compagni in difficoltà, degli ambienti scolastici, e assumetevi le vostre responsabilità, sempre. L’errore è parte della crescita di ognuno di noi, ma abbiate il coraggio delle vostre azioni: agite alla luce del sole e siate onesti. Siete la nostra speranza che un mondo migliore si può ancora costruire, ma si comincia dal quotidiano. Non possiamo fermare le guerre che stanno dilaniando il mondo, ma possiamo rendere la nostra scuola un luogo di dialogo, di confronto, di apertura e di inclusione. Possiamo essere la goccia che alimenta un oceano di Bene. La scuola non è un’istituzione perfetta, ma possiamo lavorare per renderla il posto migliore possibile. Insieme. Vi chiedo di essere protagonisti responsabili del dialogo educativo, di costruire insieme a tutta la comunità educante la scuola che desiderate, di fare proposte e di contribuire a costruire un clima sereno e stimolante. La pace che tutti desideriamo in questo momento si costruisce con i fatti, non con le parole. Siate pacifisti coerenti: la pace richiede tempo, impegno personale, perseveranza, correttezza.
A voi genitori rivolgo l’invito ad avere fiducia nella scuola, a essere aperti al dialogo e al confronto, capaci di accettare anche le momentanee cadute dei vostri figli senza trasformare tutto in lotta o in controversia. Noi adulti sappiamo bene che se non si parla, se non si chiarisce, se non si fa emergere un problema questo non si risolverà da solo. La scuola è fatta di persone che possono fare cose giuste e meno giuste, ma solo nella ricerca della correttezza potremo assicurare alle nostre ragazze e ai nostri ragazzi un percorso di crescita autentico.
A voi docenti rivolgo un caloroso invito a riflettere ogni giorno sul compito sempre più complesso e importante che abbiamo scelto di svolgere: abbiamo la responsabilità di educare, istruire e formare le nostre ragazze e i nostri ragazzi. Abbiamo il dovere di accogliere, ascoltare, e rispettare soprattutto le loro fragilità. La nostra sfida deve essere conquistare il loro interesse, stimolare la loro curiosità, camminare con loro per riempire la loro valigia di quegli strumenti necessari non solo per sopravvivere ma per essere una parte attiva e pensante del mondo che affronteranno. Ricordiamoci di partire sempre dai punti di forza dei nostri ragazzi , dai loro talenti, dalle loro attitudini per lavorare sui loro punti deboli; incoraggiamoli, e ricordiamo loro ogni giorno che c’è sempre il modo per rialzarsi dopo una caduta o dopo un momento di difficoltà.
A tutto il personale ATA voglio ricordare che ciascuno è un tassello fondamentale per far funzionare la scuola e il vostro impegno è fondamentale. I laboratori sono un luogo di apprendimento privilegiato e vanno valorizzati con la competenza a cui ci avete abituati. Gli ambienti puliti sono un elemento essenziale per assicurare il benessere di tutti, senza dimenticare che i collaboratori scolastici sono le nostre sentinelle perché sanno dei ragazzi più di quanto immaginiamo e sono ascoltatori formidabili e attenti. Una segreteria che funziona garantisce al sistema scolastico un’efficiente organizzazione e si prende cura dei tanti problemi che ogni giorno affliggono la comunità educante tutta.
Un pensiero caro e affettuoso infine, va a chi ci ha lasciato: sarà sempre parte di questa comunità.
La porta della presidenza sarà come sempre aperta, perché sono fermamente convinta che la fiducia e il dialogo si costruiscono giorno dopo giorno, insieme. Sono pronta ad accogliere tutti per ascoltare proposte, per risolvere problemi, per affrontare le mille criticità che fanno parte del nostro lavoro quotidiano. Costruiamo ponti, non muri!
Auguro a tutte e a tutti, un anno scolastico sereno e di pace. Il nostro impegno deve essere certosino, costante e quotidiano e ogni traguardo raggiunto, sarà un successo dell’intera comunità scolastica del Vian.
In arrivo un nuovo PCTO per l’Istituto Tecnico Agrario Salvo D’Acquisto di Bracciano.
A breve partirà una collaborazione con l’organizzazione Navdanya International, nata 30 anni fa in India dalla Dott.ssa Vandana Shiva che diede origine ad un movimento per la difesa della sovranità alimentare e delle sementi tradizionali, dei beni comuni, e dei diritti dei piccoli agricoltori in tutto il mondo.
Fra gli obiettivi dell’organizzazione ci sono la protezione della natura e della biodiversità, la difesa delle colture e delle conoscenze tradizionali, la difesa del diritto dei consumatori ad un’alimentazione sana e libera da prodotti chimici.
Con l’Istituto Tecnico Agrario Salvo D’Acquista inizierà un progetto di Formazione Agroecologica con l’obiettivo di fornire agli studenti competenze ecologiche per la comprensione dell’agroecosistema e strumenti tecnico-pratici di progettazione e lavoro in agricoltura ecologica.
Il progetto prevede una serie di moduli che andranno a trattare i seguenti argomenti: lo studio dell’agroecosistema, l’ecologia del suolo, tecniche di lavorazione del terreno, i sistemi agroforestali e i sistemi di allevamento, la risorsa acqua, la funzione sociale dell’agricoltura, gli aspetti economici e la salubrità e qualità delle produzioni. Il tutto finalizzato ad una gestione eco-sostenibile dell’agroecosistema.
Inoltre sono previste delle ore presso delle aziende agricole del territorio per un totale di 26 ore di formazione suddivise in lezioni in aula e laboratori in campo.
Infatti l’attività finale prevederà un lavoro di gruppo in cui gli studenti andranno a progettare un modello di azienda agricola , ricercando soluzioni di sostenibilità dal campo alla tavola.
Un nuovo progetto con l’obiettivo di garantire la massima formazione ai nostri studenti, al quale si aggiungeranno tante altre attività delle quali saremo pronti a parlarvene nei prossimi mesi.
Una presentazione partecipata e commovente: oltre i confini politici, un libro che unisce e
dona.
La presentazione de “La Sindachite” di Luca Testini ha registrato un successo che è andato
ben oltre ogni aspettativa. Nella sala della parrocchia di via delle Palme, gremita di pubblico,
si è respirato un clima raro: quello dell’unità. Per una volta, Bracciano ha messo da parte i
colori e le appartenenze, ritrovandosi insieme, cittadini, simpatizzanti, ex amministratori,
uomini e donne di ogni fede politica, attorno a un libro che ha saputo parlare a tutti, con
ironia e profondità.
Sin dalle prime parole del suo intervento, Testini ha ricordato che “vedere tante facce
amiche radunate non per una campagna elettorale ma per un libro… già questo è un piccolo
miracolo”. Una frase accolta da applausi sinceri che ha dato il tono alla serata: un incontro
non solo letterario, ma anche umano e civile.
Il libro, che racconta con umorismo e affetto la “febbre da candidatura” che ogni cinque anni
contagia Bracciano e tanti comuni italiani, nasce da un’esperienza personale profonda.
L’autore ha raccontato di averlo scritto in un periodo difficile, segnato da accuse ingiuste e
da una lunga battaglia giudiziaria conclusa con l’assoluzione piena “perché il fatto non
sussiste”. Da quella ferita è nato il desiderio di riflettere e sorridere, trasformando la
delusione in leggerezza e autoironia.
“La Sindachite” non è solo una satira, ma anche una piccola lezione di politica autentica. “In politica, ha ricordato Testini, la denuncia personale non è mai la strada giusta. Perché
non colpisce un’idea, ma l’uomo e i suoi affetti. E così si dimentica il vero obiettivo: il
bene comune.”
E proprio intorno a questo concetto di bene comune si è sviluppato il senso più profondo
della serata.
Tra una risata e un aneddoto braccianese, il pubblico ha colto i messaggi trasversali del
libro: la necessità di ridere di noi stessi, di tornare a una partecipazione genuina, di
riscoprire la serietà senza i personalismi.
Quando gli è stato chiesto cosa può davvero fare la differenza, Luca Testini ha risposto con
parole che hanno colpito tutti:
“La differenza la fa la capacità di portare avanti progetti che non siano legati ai cinque o
dieci anni di un’amministrazione ma che guardino al rilancio del nostro paese nei prossimi
vent’anni. Dobbiamo capire che siamo solo di passaggio, che il Comune non è una proprietà
privata. E se un progetto verrà terminato da qualcun altro, non importa: l’importante è che
vinca l’idea, al di là di chi la rappresenta in quel momento.”
Il finale del discorso ha commosso molti presenti: “Il vero successo non è vincere o avere un manifesto più grande. Il vero successo è restare uomini liberi, coerenti, capaci di
sorridere anche dopo una caduta.”
E a suggello della serata, Testini ha voluto citare Italo Calvino, ricordando che “la
leggerezza non è superficialità ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul
cuore”.
Un pensiero che riassume perfettamente lo spirito de La Sindachite: la capacità di sorridere
delle proprie ferite e di guardare avanti con ironia e fiducia.
Ma non è finita qui.
Grazie alla generosità degli ospiti intervenuti e alla decisione dell’autore di devolvere
interamente l’incasso della vendita del libro, compresi i costi già sostenuti per la
pubblicazione, è stato possibile raccogliere e donare 350 euro alla parrocchia di via delle
Palme, a sostegno della comunità.
Un gesto che racchiude lo spirito del libro e del suo autore: fare, non solo parlare.
Perché, come recita la frase che chiude “La Sindachite”,
“il vero sindaco è quello che non si candida… ma che non smette mai di fare.”
Salvatore Di Marsilio