È ufficialmente cominciato il periodo natalizio a Roma Nord. Ieri sera, a Ponte Milvio, si è svolta la cerimonia di accensione dell’albero di Natale che, insieme alla collaborazione con Christmas World, ha dato il via al calendario di iniziative del “Natale in Municipio XV”. L’albero illuminato, le coreografie di luci e la prima parata natalizia hanno richiamato residenti e curiosi, trasformando uno dei luoghi simbolo del territorio come Torretta Valadier nello sfondo di uno spettacolo di videomapping.
Il calendario del Natale si distingue da sempre per la varietà di appuntamenti previsti nei diversi quartieri del territorio municipale. Oltre alle tradizionali parate e agli spettacoli per bambini e famiglie, quest’anno l’offerta culturale si amplia e si arricchisce con 26 visite guidate gratuite in tutta la città, pensate per valorizzare il patrimonio storico e artistico di Roma.
Gli eventi dedicati alle famiglie rappresentano il cuore del programma. Dopo l’inaugurazione, il clima natalizio raggiungerà le piazze dell’Olgiata, di Labaro, di Vigna Clara e molte altre zone, dove tra il 12 e il 21 dicembre sono previsti spettacoli, animazione e l’attesissimo arrivo di Babbo Natale. Alcuni appuntamenti sono in programma anche a Largo San Godenzo e nella zona Cassia-Grottarossa.
Il percorso di festa si estenderà fino ai primi giorni di gennaio. La Befana farà la sua comparsa nel borgo di Isola Farnese la mattina del 5 gennaio, per poi raggiungere via Brembio a Labaro nel pomeriggio. L’Epifania si chiuderà il 6 gennaio a Cesano, con uno spettacolo itinerante tra le strade storiche del borgo.
Il presidente del Municipio XV, Daniele Torquati, ha spiegato che saranno 37 gli appuntamenti in programma, articolati tra parate, spettacoli per famiglie e visite culturali: un mese intero di iniziative gratuite pensate – ha sottolineato – per raggiungere tutti i quartieri del territorio e offrire al tempo stesso ai residenti l’opportunità di scoprire Roma grazie alle visite guidate organizzate in collaborazione con l’associazione culturale Mirabilia Urbis.
L’assessora alle Politiche culturali e scolastiche, Tatiana Marchisio, ha aggiunto che il calendario di quest’anno è stato concepito all’insegna dell’aggregazione e della socializzazione. Ha evidenziato come gli eventi siano rivolti non solo alla comunità del Municipio XV, ma anche ai tanti romani che durante il periodo natalizio vorranno conoscere meglio le realtà del territorio. Ha infine ringraziato associazioni e comitati di quartiere per la collaborazione nell’organizzazione delle attività.
Con l’accensione dell’albero a Ponte Milvio e un calendario che abbraccia un intero mese di iniziative, a Roma Nord il Natale è ufficialmente iniziato.
Il termine càlico, quando riferito ai gatti, non indica una razza né è legato a una razza specifica: descrive esclusivamente una particolare colorazione del mantello, caratterizzata da grandi chiazze tricolori, bianco, nero e arancione, oppure grigio e crema nelle varianti diluite. Negli Stati Uniti calico cat è diventato sinonimo di “gatto tricolore”, ma l’origine del termine affonda nelle rotte commerciali: calico deriva infatti dal francese calicot, che a sua volta indicava un tessuto di cotone stampato e leggero. Questo tessuto prendeva il nome dalla città indiana di Calicut (oggi Kozhikode, nello stato del Kerala), celebre porto del Malabar dove i tessitori locali, i chaliyans, producevano e commerciavano queste stoffe.
Macchie di luce e colore
Il mantello del gatto calico si riconosce per le sue ampie macchie ben definite, in cui il bianco occupa una parte consistente (in genere tra un quarto e tre quarti del totale), affiancato da zone di nero e arancione. La differenza rispetto al mantello tartarugato (tortie) è evidente: nel tartarugato i colori rosso/arancione e nero si intrecciano in una trama fitta e mescolata, quasi come pennellate sovrapposte, mentre nel calico classico le chiazze sono nitide e separate, con contrasti più netti. A voler essere ancora più precisi, il calico non si limita alla presenza dei tre colori: nelle aree scure (nere o grigie) le macchie sono solide, cioè prive di striature o disegni.
il Calico classico ha macchie ben definite di bianco, nero e arancione.
Il Calico diluito ha tonalità più tenui, con bianco dominante e macchie che spaziano dal grigio-blu al crema fino al cosiddetto “biondo fragola”.
Il Tartarugato ha colori rosso/arancione e nero mescolati e intrecciati su tutto il mantello, senza grandi zone uniformi di bianco.
Un disegno che non si può programmare
Il mantello calico nasce dall’interazione dei geni che determinano le chiazze arancioni e nere, distribuite su un fondo bianco. Non è una razza, ma una colorazione resa possibile da particolari combinazioni cromosomiche. Quindi non è possibile “allevare” gatti calico in modo programmato, poiché la loro nascita dipende da meccanismi genetici casuali. È proprio questa imprevedibilità a renderli speciali e, in molte culture, considerati portafortuna. Le razze che ammettono il mantello calico sono numerosissime: praticamente tutte quelle che non impongono una colorazione unica (come il Blu di Russia, il Korat o il Certosino), non limitate al colorpoint (come il Siamese) o a mantelli tipici e uniformi (come l’Abissino, il Sokoke o l’Ocicat). In altre parole, il calico può comparire in gran parte delle razze a pelo corto e lungo, rendendolo una delle colorazioni più affascinanti e trasversali del mondo felino.
La sua origine viene spesso descritta come antica: alcuni studiosi ipotizzano che gatti con mantello tricolore fossero già presenti in epoca egizia e che la colorazione si sia diffusa in Europa lungo le rotte commerciali che collegavano il Mediterraneo con l’Asia e l’Africa.
Custodi di eccezioni: i maschi calico
Nei gatti, come in tutti i mammiferi, la colorazione del mantello è determinata da geni localizzati sui cromosomi sessuali. In particolare, il gene O (orange), responsabile del colore arancione, si trova sul cromosoma X.
Le femmine (XX), avendo due cromosomi X, possono esprimere contemporaneamente sia il nero sia l’arancione, oltre al bianco dovuto al gene spotting. È questa combinazione a rendere possibile il mantello tricolore tipico del calico.
I maschi (XY), invece, possiedono un solo cromosoma X: per questo sono quasi sempre monocolore (nero, arancione o altra tinta), con eventualmente il bianco. I rarissimi maschi tricolori nascono quando si verifica un’aneuploidia sessuale, cioè un’alterazione del numero dei cromosomi, che li porta ad avere un assetto XXY. Questa condizione genetica è nota anche nell’uomo come sindrome di Klinefelter e comporta generalmente sterilità. Nei gatti calico maschi XXY la fertilità è un’eccezione straordinaria: si stima che nascano circa 1 su 3000 gatti maschi con questa condizione, e che solo 1 su 10.000 di essi sia fertile. In pratica, una probabilità di 1 su 30 milioni: un evento quasi mitico. Per la loro rarità, i maschi calico sono spesso considerati portafortuna. La loro unicità li rende figure narrative e simboliche: custodi di eccezioni, testimoni di un destino che sfida le regole naturali ed è visto come un segno di prosperità eccezionale.
Il mosaico della natura: la lyonizzazione
La colorazione del mantello nei gatti calico è il risultato di un fenomeno affascinante: l’inattivazione di Lyon (o lyonizzazione), cioè il silenziamento casuale di uno dei due cromosomi X nelle cellule femminili. Durante le prime fasi dello sviluppo embrionale, ogni cellula della femmina inattiva uno dei due cromosomi X per bilanciare la produzione delle proteine. Una volta stabilita, questa scelta rimane invariata nelle divisioni cellulari successive. È proprio questa casualità a generare le chiazze di colore composte da cellule “figlie” della cellula iniziale: in alcune cellule “madri” resta attivo l’X con l’allele “nero”, in altre quello con l’allele “arancione”. Il risultato è un mosaico unico e irripetibile: nessuna gatta calico ha lo stesso disegno di un’altra.
Il bianco, invece, ha un’origine diversa. Non dipende dall’inattivazione dei cromosomi X, ma dalla mancata migrazione o attività dei melanociti — le cellule che producono pigmento — in alcune zone della pelle durante lo sviluppo. In quelle aree, semplicemente, il colore non viene depositato, creando macchie candide che completano il mantello tricolore.
Talismani del mare e della terra
In molte culture, i gatti calico sono considerati portafortuna, simboli di prosperità e protezione.
In Giappone, dove vengono chiamati mi-ke (“tre peli”), già nell’Ottocento erano celebrati come talismani beneauguranti. Una leggenda narra che i marinai portassero con sé almeno un gatto calico a bordo, convinti che li proteggesse dalle tempeste e dai pericoli del mare. Sempre in Giappone, il celebre Maneki Neko (gatto che chiama), la statuetta del gatto con la zampa alzata che accoglie clienti e fortuna oscillando in continuazione, trae ispirazione proprio dai calico, anche se non tutti i Maneki Neko sono raffigurati tricolori. Infatti, ogni colorazione ha un significato di auspicio differente: il bianco per l’armonia domestica, nero contro la sfortuna, oro per la ricchezza, rosso per la salute, verde per il successo scolastico e calico (tre colori) come potentissimo portafortuna. Se la zampa sinistra è sollevata, richiama i clienti; se è la destra, diffonde buona sorte. A molti occidentali può sembrare che il Maneki Neko stia salutando. In realtà, il gesto che compie riproduce il modo tipico con cui i giapponesi invitano qualcuno ad avvicinarsi: la mano alzata, il palmo rivolto verso l’esterno e le dita che si piegano verso il basso, ripetutamente. La statuetta del gatto emula proprio questo movimento, trasformandolo in un segno di accoglienza. Secondo la tradizione giapponese, il Maneki Neko è un potente portafortuna: numerose leggende raccontano che quando un gatto assume questa posa, sulla casa o sul negozio del suo proprietario si riversa prosperità, clienti e buona sorte. Nel 2007, una gatta calico di nome Tama divenne capostazione a Kinokawa: la sua presenza aumentò il traffico passeggeri del 17% e salvò la stazione dalla chiusura, trasformandola in un’icona nazionale.
In Irlanda, un’antica, e falsa, credenza popolare sosteneva che strofinare la coda di un calico su una verruca a maggio la facesse scomparire. Nel Medioevo europeo si pensava che questi gatti tenessero lontani gli spiriti maligni: “dove passa un calico, il male si dissolve”, recitava il proverbio.
In Germania sono chiamati Glückskatze, “gatti della fortuna”. Nel 2001, negli Stati Uniti, noti come Money Cats, sono stati scelti come gatto ufficiale del Maryland, perché la loro colorazione bianca, nera e arancione richiama quella della farfalla di Baltimora e del rigogolo (Baltimore Oriole), simboli dello Stato. Nei Paesi Bassi li chiamano lapjeskat, “gatti rattoppati”, mentre in Québec sono noti come chatte d’Espagne, “gatte di Spagna”.
Una suggestiva leggenda tibetana del XII secolo racconta che, in un monastero attraversato da discordie, tre monaci si dedicarono a digiuno e preghiera. Il giorno seguente apparve una gatta calico con tre cuccioli femmina: i colori del suo mantello furono interpretati come un segno divino: il bianco lo Yang, il nero lo Yin, l’arancione la Terra e il monastero come il luogo in cui questi tre principi dovevano armonizzarsi.
Si ringraziano la dottoressa Valentina Cavallo della associazione “a-Mici” Onlus e la dottoressa Elena Peci per la consulenza scientifica
Si ringrazia altresì, per la foto di “Ada”, la dottoressa Iris Agresti
Nel pomeriggio di ieri, a Canale Monterano, si è svolta la programmata Tavola Rotonda in materia di Domini Collettivi – Usi Civici, promossa dall’Università Agraria di Canale Monterano, in collaborazione con la Fondazione Ecosistemi di Roma.
Una giornata di grande soddisfazione, contrassegnata da un successo che è andato ben oltre le pur fortemente auspicate aspettative.
Un Panel prestigioso al completo:
Marina Aiello – Dirigente Regionale dell’Area Usi Civici,
Claudio Digiovannantonio – Dirigente ARSIAL,
Marco Marchetti – Docente di Pianificazione Forestale – Università “La Sapienza” Roma,
Marcello Marian – Presidente ARUAL – Associazione Regionale Università Agrarie Lazio,
Antonio Perinelli – Commissario per gli Usi Civici di Lazio, Toscana e Umbria,
Daniele Natili – Dottore di Ricerca in Diritto Romano,
Alessandro Bettarelli – Sindaco di Canale Monterano,
Fernando Cappelli – Direttore Riserva Naturale Regionale Monterano.
Conclusioni a cura di Fabio Chiaravalli – Presidente Università Agraria di Canale Monterano.
Coordinamento di Giorgio Galotti – Consigliere di Amministrazione Fondazione Ecosistemi, a cui va un particolare ringraziamento per l’eccellente attività di moderazione.
Sono seguiti numerosi ed interessanti interventi da parte del folto pubblico presente, laddove spicca la fondamentale partecipazione di Presidenti e Rappresentanti delle Università Agrarie operanti sul territorio, concludendo con un piacevole momento conviviale incentrato su ottimi prodotti locali.
La discussione è stata intensa ed equilibrata, toccando molteplici temi di una materia complessa come quella delle proprietà collettive.
Fra gli innumerevoli argomenti trattati, essenzialmente gravitanti attorno all’interpretazione ed all’applicazione della Legge 168/2017, allo stato attuale Carta Base di principi e norme sui domini collettivi, si evidenziano, a solo titolo di esempio, il tema dei pascoli e del loro recupero (Digiovannantonio), la natura ed il regime dei domini collettivi (Perinelli), la gestione forestale (Marchetti), l’applicazione ed i problemi applicativi della L. 168/2017 (Ajello), la gestione operativa delle Università Agrarie (Marian), la collocazione della L. 168/2017 nell’ordinamento italiano, nonché il suo ruolo di sottosistema giuridico e l’esigenza di norme di coordinamento (Natili).
Essenzialmente, i principali soggetti della gestione e della tutela dei domini collettivi – organi regionali, magistrato giusdicente, dottrina, enti del territorio – si sono incontrati con spirito di dialogo.
Tale spirito è stato il frutto principale della Tavola Rotonda, con l’auspicio che possa avere pieno seguito per il futuro dei domini collettivi, nell’interesse attuale e futuro del tessuto sociale.
Il vedere una partecipazione così sentita, conferma l’urgenza e la volontà di lavorare insieme per il bene delle nostre Università
Agrarie. L’obiettivo appare chiaro: revisionare le regole dove necessario e dare fattiva applicazione a quelle condivise, per dare nuova linfa e operatività al patrimonio collettivo.
L’impegno che ci portiamo a casa è forte.
Grazie a tutti, e avanti così verso gli Stati Generali delle Università Agrarie nel 2026.
Un momento di 𝐜𝐨𝐧𝐟𝐫𝐨𝐧𝐭𝐨 𝐚𝐩𝐞𝐫𝐭𝐨 per costruire insieme il futuro del nostro 𝐜𝐞𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐮𝐫𝐛𝐚𝐧𝐨.
L’𝐀𝐦𝐦𝐢𝐧𝐢𝐬𝐭𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐂𝐨𝐦𝐮𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐝𝐢 𝐁𝐫𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚𝐧𝐨 invita tutti i cittadini a partecipare all’assemblea pubblica che si terrà:
𝐀𝐮𝐥𝐚 𝐂𝐨𝐧𝐬𝐢𝐥𝐢𝐚𝐫𝐞 del Comune di Bracciano
𝟏𝟑 𝐝𝐢𝐜𝐞𝐦𝐛𝐫𝐞 𝟐𝟎𝟐𝟓
𝐨𝐫𝐞 𝟏𝟏:𝟎𝟎
Un incontro promosso in collaborazione con il 𝐂𝐨𝐧𝐬𝐢𝐠𝐥𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐐𝐮𝐚𝐫𝐭𝐢𝐞𝐫𝐞 𝐌𝐨𝐧𝐭𝐢 𝐁𝐨𝐫𝐠𝐨 𝐒𝐭𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 per presentare i prossimi interventi previsti nel progetto “𝐀𝐠𝐨𝐫𝐚̀: 𝐂𝐨𝐧𝐧𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐔𝐫𝐛𝐚𝐧𝐞”, finanziato con la legge regionale “𝐄𝐭𝐫𝐮𝐫𝐢𝐚 𝐌𝐞𝐫𝐢𝐝𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞”, e aprire un confronto diretto su temi, proposte e necessità che riguardano il 𝐂𝐞𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐒𝐭𝐨𝐫𝐢𝐜𝐨 e il 𝐂𝐞𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐔𝐫𝐛𝐚𝐧𝐨:
𝐏𝐚𝐫𝐥𝐞𝐫𝐞𝐦𝐨 𝐝𝐢:
* 𝐑𝐢𝐪𝐮𝐚𝐥𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 degli spazi pubblici
* 𝐏𝐫𝐨𝐠𝐞𝐭𝐭𝐢 𝐢𝐧 𝐜𝐨𝐫𝐬𝐨 𝐞 𝐢𝐧 𝐩𝐫𝐨𝐠𝐫𝐚𝐦𝐦𝐚
* 𝐏𝐚𝐫𝐭𝐞𝐜𝐢𝐩𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐞 𝐚𝐬𝐜𝐨𝐥𝐭𝐨 della cittadinanza
La 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐞𝐜𝐢𝐩𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐨𝐠𝐧𝐮𝐧𝐨 è importante: migliorare la città è un 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐨𝐫𝐬𝐨 𝐜𝐨𝐧𝐝𝐢𝐯𝐢𝐬𝐨, fatto di 𝐚𝐬𝐜𝐨𝐥𝐭𝐨, 𝐜𝐨𝐧𝐟𝐫𝐨𝐧𝐭𝐨 e 𝐜𝐨𝐥𝐥𝐚𝐛𝐨𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞.
Una giornata dedicata all’Educazione civica a partire da uno dei personaggi che meglio l’hanno trasformata in testimonianza, a costo della vita: è quella trascorsa dagli studenti dell’Istituto Alberghiero di Ladispoli venerdì 5 dicembre all’Università “La Sapienza” di Roma dove è in corso una mostra dedicata a Martin Luther King.
L’iniziativa comprende due spazi espositivi. Il primo, “Martin Luther King. Diritto alla libertà”, illustra il movimento afroamericano per i diritti civili e la visione non violenta
dell’attivista di Atlanta, Premio Nobel per la Pace nel 1964.
Il secondo, “Martin Luther King e l’Italia”, esplora i legami tra il movimento statunitense e la società italiana del tempo. “Conoscere figure come Martin Luther King rende l’educazione civica più viva e concreta, – ha osservato la Prof.ssa Francesca De Cicco, Docente di Ditritto dell’Istituto Alberghiero di Ladispoli, che ha accompagnato gli studenti insieme ai colleghi Luigi Alessio, Francesco Vacca e Maria Grazia Vasta – perché mostra come i valori di libertà, giustizia e uguaglianza possano trasformare la società.
Studiare questi testimoni dell’impegno e della verità consente ai nostri studenti di comprendere che nessun diritto è scontato, ma al contrario frutto di lotte e di coraggio”. La mostra, sostenuta dalla Fondazione CHANGES e allestita con numerosi documenti, filmati e testimonianze, è stata illustrata da una guida che ha spiegato agli allievi la storia della liberazione dei neri in America, dalla schiavitù alle lotte di Martin Luther King.
Un’occasione unica per capire quanto l’educazione ad una cittadinanza responsabile e consapevole possa e debba ispirarsi a grandi personaggi, perché attraverso il loro esempio si comprenda l’importanza del valore concreto dell’impegno per il bene comune.
Le VILLAE hanno accolto il passaggio della Torcia Olimpica, simbolo universale di pace, dialogo e cooperazione tra i popoli, in un percorso che ha attraversato due siti riconosciuti dall’UNESCO come patrimonio dell’umanità: Villa Adriana e Villa d’Este.
La staffetta, che anticipa l’apertura dei prossimi Giochi Olimpici, ha fatto tappa a Tivoli il 7 dicembre in una giornata che ha offerto un incontro unico tra sport, storia e valori condivisi. Un’occasione per celebrare il legame tra la competizione atletica, nata nel mondo antico, e la grande tradizione culturale che le VILLAE custodiscono e promuovono, in un ideale ponte che collega il passato alla contemporaneità.
Il Direttore delegato delle VILLAE, Elisabetta Scungio, sottolinea come il passaggio della Torcia rappresenti «un riconoscimento alla forza simbolica dei nostri luoghi, alla loro identità e alla capacità di parlare ancora oggi di armonia, misura e bellezza. Accogliere la fiamma olimpica significa valorizzare il dialogo tra culture che Villa Adriana e Villa d’Este incarnano da secoli, ma anche riaffermare alcuni principi fondamentali: il rispetto delle regole, la legalità, la lealtà, l’accessibilità e l’inclusione come basi di una convivenza civile e di una piena cittadinanza culturale».
Il percorso ha previsto diverse tappe tra i luoghi iconici delle Ville, con un folto pubblico di visitatori, turisti e cittadini ad assistere al transito della Torcia, in un dialogo suggestivo tra l’energia dello sport e la monumentalità dei luoghi. Il passaggio della Fiamma è diventato così l’occasione per ribadire il valore dello sport come strumento di inclusione sociale, capace di “non lasciare indietro nessuno” e di promuovere una cultura del rispetto che dal mondo antico arriva fino al presente.
«In questo contesto – prosegue Elisabetta Scungio – la Torcia Olimpica si conferma non solo un emblema dei Giochi, ma anche uno strumento di valorizzazione del patrimonio culturale attraverso valori comuni: la cura della memoria, la conservazione del paesaggio e dei monumenti, l’attenzione alle persone e alle comunità che vivono e frequentano questi luoghi.
La scelta oculata degli organizzatori di includere Villa Adriana e Villa d’Este nel percorso della staffetta testimonia quanto l’Italia si identifichi in maniera simbiotica con la sua storia e con il suo patrimonio.
In linea con i valori olimpici, le VILLAE promuovono un modello di fruizione fondato su accessibilità, inclusione e partecipazione, affinché l’esperienza del patrimonio culturale possa essere realmente alla portata di tutte e di tutti, nel segno di una cultura del rispetto che unisce sport e beni culturali sotto la stessa luce».
Il Natale 2025 si preannuncia più sobrio per le famiglie italiane. È quanto emerge dal nuovo report congiunto di Facile.it e Consumerismo No Profit, che ogni anno fotografa l’impatto economico delle festività sui bilanci domestici. L’indagine, diffusa alla vigilia dell’avvio dello shopping natalizio, conferma un trend già percepito da molti: tra rincari diffusi e costi energetici ancora alti, gli italiani stringeranno la cinghia su regali e cenone, mentre aumenteranno – loro malgrado – le spese per i viaggi, soprattutto a causa dell’aumento dei prezzi dei trasporti.
Secondo il rapporto, la voce che più risente della prudenza dei consumatori è quella dei regali. La spesa complessiva si fermerà a 8,7 miliardi di euro, contro gli oltre 10,9 miliardi del 2024. Si tratta di un calo vicino al 20%, che si traduce in un budget medio di 204 euro a persona. Tre milioni di italiani dichiarano che ridurranno gli acquisti a causa dell’aumento di altre spese familiari, e cresce la quota di chi sceglie di pagare i regali a rate, un fenomeno che negli ultimi anni si è esteso anche agli acquisti di importo medio-basso. Meno sorprese sotto l’albero, dunque, e maggiore attenzione al rapporto qualità-prezzo, con un ritorno ai mercatini, alle promozioni online e ai doni utili per la vita quotidiana.
Non va meglio sul fronte della tavola. Per il tradizionale pranzo o cenone, il budget complessivo scenderà da 3,5 miliardi del 2024 agli attuali 2,7 miliardi, pari a 64 euro pro capite. A pesare è soprattutto il caro-alimenti: secondo i dati citati da Consumerismo No Profit, tra il 2021 e il 2025 i prezzi alimentari sono cresciuti mediamente del 25%, con punte superiori per alcune categorie fondamentali nelle ricette natalizie. I prodotti vegetali segnano aumenti oltre il 30%, latte e derivati sfiorano il +28%, mentre pane e cereali viaggiano oltre il +25%. A risentirne sono i piatti simbolo delle feste: dalle lasagne ai timballi, dai secondi di carne ai dolci lievitati. Anche mantenere lo stesso menù dell’anno precedente comporta oggi un aumento della spesa, spesso non sostenibile per molte famiglie.
Il rapporto traccia dunque un Natale fatto di scelte più ponderate. Gli italiani non rinunciano alla festa, ma la affrontano con maggiore consapevolezza, selezionando le spese e pianificando gli acquisti con anticipo.
Un’uscita didattica che resterà impressa nella memoria degli studenti dell’Istituto Alberghiero di Ladispoli: giovedì 4 dicembre, accompagnati dai docenti Silvia Colaciello, Marco Erra, Paolo Ferranti, Sirio Gatti, Carmela Panzella e Fabrizio Varini, gli allievi di via Federici si sono recati in visita alla “Perugina”, storica “Casa del Cioccolato” fondata nel 1907.
Tra i marchi più conosciuti dell’industria alimentare italiana, l’azienda fa parte dal 1988 del gruppo Nestlé e rappresenta oggi uno dei principali poli europei nella produzione del cioccolato. “Un’occasione unica per arricchire il percorso formativo dell’Istituto Alberghiero e far conoscere agli studenti le realtà produttive d’eccellenza del nostro Paese”, ha commentato il Docente di Pasticceria, prof. Paolo Ferranti, al termine della visita.
Incarnando da oltre un secolo la migliore tradizione cioccolatiera e il valore del “made in Italy” nel mondo, la Perugina nasce come piccolo laboratorio artigianale a conduzione familiare, grazie a Francesco Buitoni, Annibale e Luisa Spagnoli, Leone Ascoli e Francesco Andreani.
Basandosi su una selezione attenta delle materie prime e su una straordinaria capacità di adattarsi con spirito innovativo alle diverse esigenze del mercato, fra le prime aziende nazionali ad introdurre i metodi dell’organizzazione scientifica del lavoro teorizzati da Taylor nel 1911, la Perugina divenne già negli anni Venti del secolo scorso uno dei principali esportatori italiani. Dal 1935 i prodotti Perugina approdarono negli Stati Uniti e vennero aperte filiali in diverse città internazionali.
Da allora la crescita della storica azienda umbra non si è più arrestata, attraversando epoche, sfide e trasformazioni. “Siamo già venuti in visita alla Perugina negli anni passati. – ha osservato il Prof. Ferranti – Nel nostro Istituto puntiamo da sempre ad alternare la didattica in aula ad esperienze sul campo.
Siamo certi che questa giornata rimarrà impressa nella memoria degli studenti come stimolo allo studio e motivazione all’impegno scolastico anche e soprattutto nei nostri Laboratori di Pasticceria”.
Nel pomeriggio di sabato 6 dicembre, al CIRCOLO BOCCIOFILO “Santa Lucia Bracciano-Romano Rosati” di Bracciano, si è svolta l’attesa festa realizzata con e per i ragazzi dell’A.A.I.S., l’Associazione per l’Assistenza e l’Integrazione Sociale, che da decenni ormai opera nel territorio di Bracciano a favore delle persone con disabilità. Entrando al Circolo Bocciofilo si è respirata subito una bella atmosfera carica di allegria, serenità e solidarietà, che ha portato subito nelle dolci atmosfere natalizie i tanti presenti di ogni età, ricordando che Natale, non è quello che si respira nei Centri Commerciali, ma forse quel momento di incontro e convivialità, che si è concretizzato ieri.
Come ha ricordato il sindaco di Bracciano, Marco Crocicchi, presente durante l’intera manifestazione “quest’evento testimonia l’importanza e la bellezza della collaborazione tra le realtà associative, che riescono a sostenersi a vicenda in un mutuo scambio che arricchisce le parti reciprocamente e questa serata ne è l’esempio tangibile”. Artefici, promotori e organizzatori del ricco pomeriggio sono stati Gianfranco Vecchiotti e Umberto Di Felice, presidente del centro entrambi durante le premiazioni dei ragazzi dell’AAIS ha commentato l’evento dicendo: “Siamo molto soddisfatti per la riuscita di questa manifestazione e siamo molto contenti di vedere i ragazzi felici e divertirsi”. Ogni lunedì infatti i ragazzi dell’AAIS sono accolti nel Centro Bocciofilo dove hanno la possibilità di svolgere attività sportive e di socializzazione; un incontro che vede un proficuo scambio di sinergie tra i soci del centro che si prodigano e per accogliere al meglio i ragazzi e per gli stessi ragazzi che si incontrano là. La manifestazione è iniziata nel primo pomeriggio con un nutrito e appassionato torneo di bocce, dopo le premiazioni di rito, nel centro hanno iniziato a risuonare le note della fisarmonica di Marinucci Gianluca.
A seguire si è svolta l’attesa estrazione dei biglietti di una Grande Lotteria di beneficenza realizzata per sostenere appunto anche l’A.A.I.S. e in molti hanno risposto a questa causa con una grande generosità, visto che sono stati venduti migliaia di biglietti al costo esiguo di 0.50 centesimi. Tanti gli ambiti premi messi in palio anche quest’anno da tanti esercenti, associazioni e persone generose e sensibili alle tematiche sociali. Ovviamente come in ogni festa che si rispetti non un ricco e nutrito rinfresco ha concluso una coinvolgente ed importante giornata di festa. Vecchiotti e Di Felice hanno chiuso l’evento dichiarando che: “è stato bello respirare quest’aria di festa, sapendo di poter aiutare un’associazione che tanto supporta il territorio come l’A.A.I.S. Ci rende felici l’idea di supportare un’associazione che sostiene tanti ragazzi e poi offriamo a chi interviene la possibilità di famigliarizzare con il gioco delle bocce.
L’agone nuovo presente con il Presidente Giovanni Furgiuele, ringrazia gli Organizzatori e quanti che hanno organizzato a titolo volontaristico, una giornata di vicinanza e solidarietà a tante persone.
L’appuntamento è per il prossimo anno e per i prossimi pomeriggi per chi vuole stare in compagnia e divertirsi.
“Io, vittima, fui resa colpevole. Io, donna, fui resa mostro. Gli uomini cantarono la gloria di Perseo, che mi decapitò come trofeo, che portò la mia testa come arma, che usò il mio dolore come potere.
Ma ascoltate la mia voce. Io non sono il mostro che vi hanno raccontato. Io sono la testimonianza di un’ingiustizia. Io sono la ferita che diventa forza. Io sono la vittima che diventa simbolo.
Guardatemi e non vedrete pietra. Guardatemi e vedrete la verità: che il desiderio dei potenti è violenza, che la colpa delle vittime è menzogna, che la mia metamorfosi è denuncia.
Io sono Medusa. Non il silenzio. Non il mostro. Io sono la voce che mai si fermerà.”
Medusa
Gea, la Terra, antichissima divinità del mito greco, unendosi al figlio Ponto, il Mare, diede vita a creature che incarnavano gli elementi marini: tra queste Forco, detto il Biancastro, e Ceto. Da Forco e Ceto nacquero altre figure straordinarie: il drago Ladone, le Graie (nate già vecchie) e le tre Gorgoni, le Terribili.
Le sorelle Gorgoni erano Steno (la Forte), Euriale (la Vasta) e Medusa (la Potente). Medusa, la più giovane, era sacerdotessa devota ad Athena. Il suo stesso nome era già un destino: “Medusa”, colei che domina, che ammalia. Diversa dalle altre due, era l’unica mortale, ma al tempo stesso la più incantevole: bella, dolce, affascinante, irresistibile. I suoi capelli lunghi, setosi e splendenti erano celebri, tanto che Ovidio, nel libro IV delle Metamorfosi, la descrisse come una fanciulla luminosa, consacrata alla bellezza e alla grazia, ricordando che «molti avevano desiderato la sua chioma» (pulcherrima fuit multorumque optata comis).
Lo stupro
La sua bellezza non rimase celata né agli uomini né agli dèi: gli uni e gli altri ne furono rapiti e ne arsero di desiderio. Tra le divine potenze fu Poseidone a cadere maggiormente vittima del suo incanto, e, come accade ai sovrani che non conoscono freni, non si limitò ad ammirarla: decise che quell’incanto sarebbe stata sua.
Nel silenzio solenne del tempio, dove le colonne vegliavano come sentinelle sulla sacralità di Athena, la bellezza di Medusa ardeva come una fiamma brillante, splendore che incendiava sguardi e sospiri. Poseidone, dio del mare, attese l’istante in cui la fanciulla restò sola: emerse dalle acque con il fragore delle onde e l’arroganza dei sovrani che non conoscono freno. Non lo guidava amore, né dolcezza: lo divorava la brama predatoria, un desiderio che si abbatte come tempesta, che non chiede, non attende, non rispetta. Varcò la soglia del tempio, là dove il sacro avrebbe dovuto proteggere la sacerdotessa, e con furia la inseguì, la raggiunse, la travolse con brutalità disumana, profanò insieme il corpo e il luogo consacrato. In quell’atto non vi era eros, ma hybris: la tracotanza oscena del potere che si appropria, la violenza cieca che si veste di divinità e infrange persino il santuario della dea. L’amore, che dovrebbe sbocciare come dono reciproco e promessa di gioia, fu insozzato da un atto privo di dolcezza, privo di affetto, privo di rispetto. Poseidone non portò carezze né scelta, non portò condivisione: portò soltanto dolore feroce, sopraffazione crudele, dominio spietato.
Medusa sentì il corpo violato, l’anima infranta. Ciò che avrebbe dovuto essere l’apice della bellezza fra due che si amano, si mutò in profanazione, in ferita, in condanna. Il gesto che unisce si spezzò in strappo sanguinoso, l’intimità si trasformò in sfregio irreparabile.
Il dolore di Medusa non fu soltanto carne lacerata, ma la consapevolezza che l’amore, il più alto dei doni, era stato deformato in violenza, corrotto in sopruso, avvelenato in sofferenza. La sua bellezza fu ridotta a pretesto, la sua innocenza tradita, la sua grazia trasformata in dolore.
Così il tempio si fece antro di sopraffazione, teatro di profanazione, abisso di dolore, il silenzio si dissolse in urla strazianti e disperate e la donna divenne vittima. Vittima non per scelta, non per peccato, colpevole solo del proprio fascino. Furono istanti interminabili, terribili, colmi di terrore: Medusa, imprigionata dall’impotenza, incapace di fuggire, di difendersi, di reagire, subì l’oltraggio che lacerava insieme corpo e anima. Ogni respiro era soffocato dall’orrore, ogni singhiozzo un marchio indelebile di violenza.
Poi il fragore del mare si spense, come un’eco che si ritira nell’abisso. Poseidone, entrato come tempesta, si allontanò con passo indifferente, senza voltarsi, senza ascoltare il silenzio squarciato dai singhiozzi che lasciava dietro di sé. Andò via senza rimorso, senza pietà: dio che si crede sovrano, che riduce il dolore altrui a nulla, che abbandona la vittima come scoglio inutile, gettato dalla marea.
Medusa rimase a terra, sul marmo gelido, sola, violata, tra le colonne del tempio profanato. La sua bellezza era infranta, il suo cuore spezzato. Il dio era già lontano e il suo desiderio, consumato insozzando l’innocenza, si dissolse come schiuma, lasciando soltanto l’orrore indelebile inciso nella carne e nello spirito, una ferita che non conosce guarigione. Così Poseidone, il grande, si immerse nel mare e dietro di lui restarono soltanto rovina, frattura, violenza, e il silenzio eterno di un sacrilegio.
La condanna
Il tempio tornò al silenzio, ma era un silenzio infranto, gravido di urla soffocate. Medusa giaceva a terra, il volto scavato dal dolore, la chioma sconvolta come brandelli di un destino spezzato. Le colonne stesse parevano fremere ancora, scosse dall’eco dell’atto sacrilego, quando la figura di Athena si manifestò, solenne, implacabile, con lo sguardo severo e distante, più duro del marmo che la circondava.
Medusa, con voce spezzata, si inginocchiò, sollevò lo sguardo verso la dea e, tra lacrime e singhiozzi, la implorò.
“O Athena, dea della saggezza, custode delle vergini e del sacro, ascolta il mio grido. Sono stata violata, profanata nel tuo tempio. Il mio corpo è ferito, la mia anima schiacciata dal peso dell’orrore, la mia purezza profanata. A te rivolgo la mia supplica: ciò che doveva essere amore si è mutato in abisso, in dolore, in violenza. Imploro conforto, imploro giustizia. Non abbandonarmi alla solitudine. Aiutami, rendi giustizia al mio tormento. Non lasciare che la vittima resti abbandonata, non permettere che il silenzio copra il mio pianto.”
Ma la speranza di giustizia si infranse subito e divenne anche peggio. Athena, con voce ferma e volto impenetrabile, rispose come pietra che non conosce pietà:
“Medusa… l’affronto è smisurato, l’empietà immensa. Il mio tempio è stato profanato, la mia sacralità violata, la mia purezza offesa. Tutto a causa del tuo corpo. La colpa ricade su di te, perché la tua bellezza ha attirato lo sguardo del dio. Pensa ai tuoi capelli che hai curato con pazienza, al tuo sguardo che incantava uomini e donne, al tuo passo leggero che rapiva chi ti seguiva, al tuo sorriso che apriva i cuori, alla tua voce dolce e penetrante, ai tuoi gesti raffinati che parlavano più delle parole. Ogni dettaglio del tuo corpo, ogni attenzione alla tua bellezza, ogni tunica che hai indossato ha acceso desideri e voluttà.
Non comprendi che il tuo modo di camminare era una provocazione? Che il tuo sorriso era un invito? Che la tua voce era una promessa nascosta? Che la tua grazia era una trappola per gli uomini? Che la tua bellezza era un’arma che hai usato senza misura?
Non comprendi che la tua cura di te stessa è stata la tua rovina? Ciò che ti rendeva affascinante è ciò che ha attirato la tempesta. La tua bellezza non è dono, ma colpa. E ora, Medusa, pagherai il prezzo di ciò che hai mostrato al mondo. I tuoi capelli, la tua gloria maggiore, diverranno orrore per tutti, affinché nessuno osi più guardarti con desiderio.”
Medusa rimase attonita, il cuore spezzato. Dopo attimi di silenzio, con voce tremante replicò:
“No, cerulea Athena, non è così! La mia bellezza non è colpa, è dono divino. La cura di me stessa non è peccato, è rispetto del dio che mi ha disegnata in queste forme. Non è il mio sguardo che ha generato violenza, non è il mio sorriso che ha profanato il tempio. È la brama di chi non conosce limite, è la forza di chi si crede padrone, è la violenza di chi non conosce rispetto. Perché accusarmi della mia bellezza, che è naturale e voluta dagli dèi? Io ho solo avuto cura di ciò che mi è stato donato. Perché punire la luce invece dell’ombra? Io non ho scelto di essere posseduta, io non ho chiamato nessuno a violarmi, io non ho deciso di concedermi. Se il desiderio degli dèi si è fatto tempesta, non è mia la colpa, ma della loro hybris: la tracotanza smisurata che spinge i potenti a oltrepassare i limiti imposti dall’ordine divino.
Non puoi accusare me che sono vittima. Non puoi punire me che ho subito. La bellezza non è invito alla violenza, la cura di sé non è peccato, il desiderio di essere ammirata non è incitazione allo stupro. Ogni donna ha diritto a camminare fiera, a sorridere senza paura, a vivere senza essere colpevolizzata. Se il dio del mare mi ha profanata, se il potere mi ha travolta, la colpa non è mia, ma di chi ha scelto la violenza.
Non resterò in silenzio. Non sarò complice della menzogna che mi rende colpevole. Anche come mostro, la mia voce griderà che la cura di sé non è peccato, che la bellezza non è invito alla violenza, che la vittima non è mai colpevole!”.
Athena rimase immobile, lo sguardo duro come ferro. Medusa, pur tremante e spezzata, si sollevò da terra, mentre la sua fulgida chioma iniziò a mutare, trasformandola da vittima a meraviglia maledetta. La sua voce non più supplica, divenne ribellione: contrasto tra la condanna della dea e la dignità della donna che rifiuta di essere colpevolizzata per la sua bellezza. Fissò Athena negli occhi e con durezza concluse:
“Dunque non sono vittima, ma colpevole? Dunque il mio dolore diventa condanna? Dea, tu mi togli la bellezza, tu mi togli la speranza, tu mi rendi abominevole. Eppure, nel mio sguardo resterà la memoria di questa ingiustizia. Chi mi osserverà, saprà vedere la verità: che il potere violenta e la vittima subisce ancora una volta imputandola di vestirsi in modo provocante, di avere sorriso, di avere camminato sensualmente, di essere libere. Il dolore diventa sospetto, la ferita diventa prova contro di loro, la violenza subita si trasforma in condanna. La vittima viene processata, il carnefice protetto e la giustizia piegata al potere.”
Medusa oggi
Questa è la storia delle metamorfosi di Medusa. Athena, dea della guerra, avrebbe potuto comportarsi diversamente? Avrebbe potuto vendicarsi con il fratello? No, Athena è specchio di una cultura dove “i pesci grossi non si divorano tra loro” e che quindi rovescia la verità, trasformando la vittima in colpevole, la ferita in colpa, il grido in condanna. La pena per l’innocente Medusa a una metamorfosi mostruosa, fu rovesciamento della vendetta divina contro chi non poteva difendersi, per non colpire il potente, o forse fu protezione mascherata, donandole il potere di pietrificare con lo sguardo, rendendo Medusa invulnerabile e temuta. Ma fu comunque il riflesso di un ordine antico, di una cultura che colpevolizza la donna violata, che trasforma la vittima in colpa, che perpetua la legge di una società maschilista.
Il mito di Medusa ci costringe a guardare oltre la superficie: non è soltanto la storia di una fanciulla trasformata in mostro, ma di una vittima innocente punita come colpevole. È un grido contro le strutture che perpetuano violenza e disuguaglianza. Medusa ha incarnato, e incarna ancora oggi, la paura che la società nutre verso la rabbia delle donne: una società che reprime, che condanna, che infligge punizione non al carnefice, ma alla vittima.
Questo mito svela una dinamica che riconosciamo ancora nel presente: la colpevolizzazione della vittima, la protezione dei potenti, la trasformazione della sofferenza femminile in spettacolo o trofeo. È la denuncia di un sistema in cui la giustizia si piega, in cui la violenza maschile viene normalizzata e la donna diventa capro espiatorio.
Medusa diventa così il simbolo della donna resa mostro per aver subito violenza, un meccanismo che si ripete ancora oggi nei tribunali e nei discorsi pubblici. La sua testa, successivamente brandita da Athena e Perseo come arma, è l’emblema di come il dolore femminile venga strumentalizzato, piegato, trasformato in potere altrui.
Eppure la sua voce, col tempo, si è fatta voce di tutte. La sua ferita è diventata la ferita collettiva, la sua ribellione si è trasformata nella ribellione di chi reclama giustizia. Medusa, simbolo di fascino e terrore, è oggi icona femminile di potere e resistenza: non più solo vittima, ma memoria vivente dell’ingiustizia e della forza che la sfida.