Sabato 31 gennaio 2026 alle ore 17,00
nell’aula consiliare del Comune di Bracciano
Giornale del Lago e della Tuscia edito dall'Associazione no-profit "L'agone Nuovo".
Sabato 31 gennaio 2026 alle ore 17,00
nell’aula consiliare del Comune di Bracciano
Comunicato Stampa
ROMA, 26 gennaio 2026 – «Un bellissimo tavolo, rifinito nei materiali, ma senza le gambe». È questa la metafora con cui Antonio De Palma, presidente di Nursing Up, descrive la riforma delle professioni sanitarie e l’introduzione delle nuove lauree magistrali a indirizzo clinico.
Per il sindacato, si tratta di un’evoluzione solo formale: mancano risorse dedicate e, soprattutto, manca una collocazione contrattuale coerente. Le nuove figure, che dovrebbero essere destinate all’area della dirigenza, sono state invece immaginate nell’area dell’elevata qualificazione del comparto sanità, svuotando di contenuto la riforma e rendendola incapace di produrre benefici concreti. «Non ci si prenda in giro – afferma De Palma – se svolta doveva essere, svolta non è stata».
Il tema si inserisce in un quadro di progressivo disinvestimento sul personale sanitario: tra il 2012 e il 2024 la spesa per il personale è scesa dal 39,7% al 36,6% della spesa sanitaria complessiva, con una perdita stimata di oltre 33 miliardi di euro, come evidenziato da Fondazione GIMBE in audizione parlamentare.
Estremamente negativa anche la valutazione sull’assistente infermiere, definito una “figura trappola”, che rischia di scaricare ulteriori responsabilità sugli infermieri senza migliorare la qualità delle cure.
«Tra nuove lauree magistrali e figure di supporto – conclude De Palma – resta pericolosamente coperta la professione infermieristica di base, vera colonna portante del sistema sanitario. Senza investimenti, tutele e una valorizzazione reale, il sistema non evolve: si scompensa».
UFFICIO STAMPA – SINDACATO NURSING UP
Comunicato stampa
Le recenti dichiarazioni del Ministro Lollobrigida in merito all’adozione di un piano nazionale che preveda prelievi e abbattimenti dei lupi, sul modello di altri Paesi europei, segnano un arretramento inaccettabile nelle politiche di tutela della biodiversità.
Il Partito Politico REA osserva come la gestione della fauna selvatica debba basarsi su rigorosi protocolli scientifici di prevenzione e convivenza, anziché su soluzioni cruente che minacciano l’equilibrio degli ecosistemi.
In merito a questa emergenza, il Segretario Nazionale Gabriella Caramanica dichiara: “La protezione del lupo non è un’opzione politica negoziabile, ma un dovere civico e costituzionale che impone allo Stato di investire in strategie non letali e in una corretta informazione territoriale. Rispondere alla presenza dei lupi con i fucili significa abdicare al ruolo di custodi della natura per assecondare interessi particolari, calpestando la dignità degli esseri senzienti e ignorando le evidenze scientifiche che condannano l’inefficacia degli abbattimenti selettivi”.
REA ribadisce la necessità di un approccio che privilegi la messa in sicurezza delle attività zootecniche attraverso strumenti di prevenzione moderni e il mantenimento di un elevato status di protezione per le specie chiave del nostro patrimonio naturale. Difendere il lupo significa difendere l’integrità del nostro territorio e il diritto delle future generazioni a vivere in un ambiente equilibrato e rispettoso di ogni forma di vita. Il Governo abbandoni logiche di gestione anacronistiche e ristabilisca il primato della legalità ambientale, garantendo che nessuna decisione istituzionale venga mai presa a scapito della vita e del rigore morale che la nostra società civile oggi richiede.
Comunicato Stampa
CERVETERI, 26 gennaio 2026 – Il movimento politico Città Futura Anno Zero ha eletto Federica Battafarano nuova Segretaria politica. Una scelta che conferma la linea di continuità con il lavoro svolto negli anni e rilancia l’azione del movimento in vista delle prossime sfide per il territorio caerite.
Battafarano vanta una consolidata esperienza amministrativa e politica maturata a livello locale. Nel corso degli anni ha ricoperto ruoli che le hanno consentito di acquisire competenze nella gestione della cosa pubblica, affiancando all’attività istituzionale un costante rapporto con il tessuto sociale della città.
«Mi è stato affidato il ruolo di Segretaria politica, una responsabilità che accolgo con gratitudine e senso del dovere – ha dichiarato Battafarano – consapevole che la forza del nostro progetto risiede nel lavoro collettivo, nel confronto e nella partecipazione attiva. Ringrazio tutte e tutti coloro che continuano a mettere tempo, energie e competenze al servizio di questo percorso».
Nel suo intervento, la neo-Segretaria ha ribadito l’importanza di una politica fondata sull’ascolto e sulla condivisione: «La politica non è un esercizio di potere, ma un atto di ascolto. Metto la mia esperienza a disposizione di questo progetto perché credo che Cerveteri abbia bisogno di una visione capace di tenere insieme diritti, inclusione e sviluppo».
Il percorso politico di Federica Battafarano è caratterizzato dall’impegno sui temi dei beni comuni, dei diritti sociali e della promozione culturale come elemento strategico per la crescita economica e identitaria del territorio.
Sotto la sua guida, Città Futura Anno Zero intende rafforzare il dialogo con quartieri e frazioni, promuovere politiche inclusive, consolidare il ruolo di Cerveteri come polo culturale e turistico e incentivare processi amministrativi improntati a trasparenza e partecipazione.
Il movimento ha espresso fiducia nella nuova Segretaria, sottolineando come la sua esperienza e il suo approccio politico rappresentino un valore aggiunto per il prosieguo dell’azione sul territorio.
Ufficio Stampa – Città Futura Anno Zero


Tutti conosciamo la vespa, lo scooter più famoso d’Italia nato dopo il dopoguerra e divenuto pratico e maneggevole anche per le donne aprendo così un nuovo mercato, pratico ed ormai icona di design. La vespa si fece celebre nel famoso film vacanze romane del 1953 dove Audrey Hepburn e Gregory peck andavano in giro per Roma su una vespa 125 rendendola simbolo della dolce vita.
Il signor Alberto di Carlo presidente del vespa club di Anguillara Sabazia assieme al vice presidente Danilo Berlinghini e la segretaria e tesoriera Rosella Oliverio coltivano la passione per la vespa affiliandosi nel 2024 al vespa club Italia potendo così partecipare a raduni ed essi stessi organizzarli.
Col gruppo della vespa sono stati in Svizzera, in Ungheria ed in Irlanda, se i viaggi non superano i duecento km però si va in Vespa. L’associazione ruota intorno ai 170 soci. Lo scorso anno c’è stato il raduno nazionale della vespa proprio ad Anguillara ed hanno partecipato 370 vespe. La vespa per i soci del vespa club è un modo per ricordare l’infanzia, i primi amori, i primi giri in autonomia; coltivando la passione per la vespa si coltiva il ricordo di quella gioventù ormai perduta ma piena di amore e spensieratezza.
Al vespa club si fanno anche pranzi di gruppo oltre alle classiche uscite in vespa ed è un gruppo molto coeso che coltiva oltre alla passione per il famoso scooter anche il valore dell’amicizia. Se ci si volesse associare basta andare alla sede del vespa club in Via dei Cavalieri di Vittorio Veneto, numero 4,ad Anguillara Sabazia, ma sono disponibili anche i contatti telefonici ed il sito web e la pagina Facebook.
Vespa club non è solo raduni ma anche solidarietà e beneficenza: i soci, infatti, si impegnano moltissimo nel sociale, si creano feste per solidarietà, si è stati a delle case famiglia ed al bambin Gesù.
In sintesi la vespa è un simbolo cult della nostra Italia che ad alcuni come il vespa club di Anguillara Sabazia può riportare all’infanzia ed aiutarli a riviverla ricordandoci che al mondo serve fare del bene.
Ilaria Morodei, redattrice L’agone
Comunicato stampa
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani considera la Giornata della Memoria un momento centrale del calendario civile italiano ed europeo, non soltanto come occasione di commemorazione, ma come spazio pubblico di riflessione critica sul rapporto tra storia, responsabilità e diritti. Il 27 gennaio interroga il modo in cui il passato viene conosciuto, narrato e trasmesso, chiamando in causa la qualità della memoria collettiva e il ruolo educativo delle istituzioni scolastiche.
Per l’edizione 2026, il tema “La Memoria scritta della Shoah” invita a riportare al centro dell’attenzione le fonti, i documenti, i diari, le testimonianze personali, la letteratura e la poesia come fondamento della conoscenza storica. La memoria non è un dato spontaneo né un semplice esercizio emotivo: essa si costruisce attraverso la scrittura, la conservazione delle tracce e il lavoro di studio che consente di sottrarre il passato alla semplificazione e alla rimozione. In questo senso, la dimensione documentaria rappresenta anche un presidio essenziale contro il negazionismo e contro le forme più sottili di distorsione della storia.
In Italia, la legge n. 211 del 2000 richiama la Shoah, le leggi razziali, la persecuzione dei cittadini ebrei, la deportazione e la morte di uomini e donne italiani, nonché il ricordo di quanti si opposero al progetto di annientamento. Resta tuttavia significativa l’assenza di un riferimento esplicito al fascismo e al ruolo svolto dallo Stato italiano nella costruzione e nell’attuazione delle politiche razziali. Questa lacuna segnala una difficoltà ancora aperta nell’assunzione piena delle responsabilità storiche e rende ancora più necessario un lavoro rigoroso sulle fonti, capace di restituire concretezza alle scelte politiche e amministrative che resero possibile la persecuzione.
La persecuzione antiebraica in Italia non fu un evento improvviso né unicamente l’effetto dell’occupazione tedesca dopo il 1943. Essa si sviluppò progressivamente all’interno di un preciso quadro istituzionale, attraverso decisioni legislative e pratiche amministrative che trovarono nel regime fascista il proprio riferimento. Le leggi razziali del 1938 tradussero l’antisemitismo in norma dello Stato, ridefinendo l’appartenenza alla comunità nazionale ed escludendo gli ebrei dalla vita civile, economica e sociale. Dopo l’8 settembre 1943, la collaborazione della Repubblica sociale italiana con le autorità naziste rese possibile l’arresto e la deportazione di migliaia di persone, con il coinvolgimento diretto di apparati e funzionari italiani. È proprio la memoria scritta a consentire oggi una ricostruzione puntuale di questi processi, sottraendoli all’astrazione e restituendo loro volti, nomi e responsabilità.
Alla luce di queste considerazioni, il CNDDU intende promuovere, in vista della Giornata della Memoria 2026, una Campagna nazionale per le scuole dal titolo “Parole che restano”. Si tratta di un percorso pensato per coinvolgere studenti e studentesse in un’esperienza attiva e partecipata di confronto con la memoria scritta della Shoah, valorizzando la lettura critica dei testi, l’analisi dei documenti e la riflessione sul linguaggio. “Parole che restano” nasce dall’idea che siano proprio le parole – quelle dei diari, delle lettere, delle leggi, delle testimonianze – a costruire il ponte tra il passato e il presente, rendendo visibili i processi attraverso cui i diritti possono essere progressivamente negati.
La campagna mira a rafforzare il ruolo della scuola come luogo di costruzione della coscienza civile, superando una didattica puramente celebrativa e promuovendo percorsi capaci di integrare storia, educazione linguistica ed educazione ai diritti umani. Attraverso il lavoro sui testi, gli studenti sono chiamati a interrogarsi non solo su ciò che è accaduto, ma anche su come è stato raccontato, giustificato o contestato. In un tempo segnato dalla diffusione di linguaggi semplificati e polarizzanti, educare alla responsabilità delle parole significa anche fornire strumenti per riconoscere stereotipi, generalizzazioni e nuove forme di antisemitismo.
Nel contesto internazionale del 2026, attraversato da guerre e crisi umanitarie, la Giornata della Memoria assume un valore particolarmente delicato. Il riconoscimento della sofferenza delle popolazioni civili richiede attenzione e sensibilità, ma anche rigore nell’uso del passato. La memoria della Shoah non può essere sovrapposta meccanicamente al presente né trasformata in uno strumento di contrapposizione politica. Preservarne la specificità storica è una condizione necessaria per mantenere aperto uno spazio di confronto pubblico responsabile e rispettoso.
Ricordare il 27 gennaio significa oggi tenere insieme memoria scritta, responsabilità storica e impegno educativo. Significa nominare senza ambiguità colpe e complicità, comprese quelle italiane, senza rimozioni né autoassoluzioni. Ma significa anche investire sulla scuola come luogo in cui il passato non viene evocato per chiudere il discorso sul presente, bensì per renderlo più consapevole, più critico e più attento alla tutela dei diritti e della dignità di ogni essere umano. È in questa tensione tra conoscenza storica e coscienza civile che la Giornata della Memoria può continuare a parlare alle nuove generazioni e interrogare il nostro tempo.
prof. Romano Pesavento
presidente CNDDU
Comunicato stampa
Appuntamento per sabato 31 gennaio alle ore 17:00 all’interno dell’Aula Consiliare del Granarone. Una storia vera: dalla diagnosi di aplasia midollare alla rinascita
Una storia vera nata all’interno di una camera d’ospedale, in uno di quei reparti dove si intrecciano dolori, speranze, lacrime, paure, infinite rincorse alla ricerca di un sospiro di sollievo che significa tornare a vivere: il reparto pediatrico.
‘L’esercito dei giusti’, libro di Roberta Spaccini che sarà presentato sabato 31 gennaio alle ore 17:00 all’interno dei locali dell’Aula Consiliare del Granarone a Cerveteri, è la storia di una mamma che ha combattuto assieme al marito, affinché il figlio Giulio Luttazzi, oggi un bellissimo ragazzo di 19anni potesse tornare ad una vita normale dopo la diagnosi di aplasia midollare. Un libro che vi renderà più ricchi, culturalmente e umanamente, ma soprattutto straordinariamente innamorati della vita. Parte dei proventi del libro, sarà devoluto alle attività di ADMO Lazio – Associazione Donatori Midollo Osseo.
“La storia di Giulio negli anni ha toccato il cuore di tutta la nostra comunità – ha dichiarato il Sindaco di Cerveteri Elena Gubetti – siamo passati dalla preoccupazione e dal dolore alla speranza di trovare quanto prima un donatore compatibile fino alla gioia, di vedere Giulio finalmente uscire dall’ospedale e tornare giorno dopo giorno ad una vita normale, di tornare alla vita! La storia di Giulio e di tutta la sua famiglia, è una storia di rinascita, questo ragazzo ha dimostrato una capacità di rialzarsi dalle difficoltà uniche e oggi questa sua forza l’ha portato ad essere uno dei componenti fissi della Nazionale Italiana di Calcio Trapiantati, vederlo difendere nuovamente i pali della porta, sono la conferma della forza d’animo e del coraggio che hanno avuto in questo lungo percorso”.
“A Roberta, che ha trovato la forza di trasformare in un libro un percorso così difficile, facendo della propria storia personale un inno alla vita e un importante monito verso la donazione del midollo osseo, rivolgo i miei complimenti, così come faccio un grandissimo in bocca al lupo a Giulio, perché possa continuare la sua carriera sportiva e raggiungere ancora importanti traguardi – conclude il Sindaco di Cerveteri Elena Gubetti – alla cittadinanza tutta, agli amici, alle realtà sportive ed in particolar modo ai giovani, l’invito a partecipare: non sarà solo un piacevole incontro letterario, ma una lezione di vita e forza d’animo straordinaria!”
Nel corso della presentazione del libro, moderata dalla giornalista Francesca Lazzeri, interverrà il Dottor Andrea De Salvo, psicologo e psicoterapeuta del dipartimento di oncoematologia dell’Ospedale Bambino Gesù e collaboratore dell’Associazione 4You Aps, una delegazione della Nazionale Italiana Calcio Trapiantati, l’Associazione C(u)ori in Corsia Onlus e i responsabili di Admo Lazio – Associazione Donatori Midollo Osseo.
INTERVISTA AD ADELIA LUCATTINI, PSICHIATRA E PSICOANALISTA, ORDINARIO DELLA SOCIETÀ PSICOANALITICA ITALIANA
Lucattini: “Famiglia e scuola sono i pilastri fondamentali nella prevenzione dei comportamenti violenti tra i giovani. Una base familiare sicura e contenitiva aiuta gli adolescenti a sviluppare regolazione emotiva, fiducia nelle relazioni, capacità di chiedere aiuto e resilienza nelle difficoltà. In assenza di questo supporto, i giovani sono più vulnerabili a pressioni esterne, conflitti interpersonali e dinamiche aggressive”.
Di Marialuisa Roscino
Il panorama della violenza giovanile oggi non è più un fenomeno circoscritto a contesti di marginalità, ma attraversa trasversalmente ogni strato della nostra società, assumendo forme sempre più fluide e preoccupanti. Se da un lato, le nuove tecnologie offrono opportunità senza precedenti, dall’altro, sono diventate il palcoscenico di nuove dinamiche di sopraffazione, dove il confine tra reale e virtuale si dissolve, lasciando spazio a un’aggressività spesso priva di filtri emotivi.
Le ricerche più recenti delineano un quadro multifattoriale: non si tratta solo di “comportamenti devianti”, ma di una costellazione di fragilità psicologiche, difficoltà nella regolazione degli affetti e un senso di vuoto esistenziale che i giovani tentano di colmare attraverso l’agire violento o l’ uso e abuso di sostanze stupefacenti e alcol.
In un mondo, in cui i modelli culturali cambiano rapidamente, la capacità di gestire la rabbia e di riconoscere l’altro come “persona” sembra essersi indebolita.
Per comprendere le radici profonde di questo disagio e comprendere come intervenire preventivamente, abbiamo intervistato Adelia Lucattini, Psichiatra e Psicoanalista Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana, per una maggiore analisi dell’attuale contesto e delle dinamiche che spingono un adolescente verso la violenza.
Dott.ssa Lucattini, perché secondo Lei, nei giovani aumenta la rabbia e la violenza? In che modo influiscono nell’attuale panorama, i media e i social network sui comportamenti violenti?
L’influenza dei media e dei social network sui comportamenti violenti degli adolescenti è complessa e multifattoriale, ma le evidenze più recenti indicano che l’uso pervasivo di piattaforme digitali può incrementare alcune forme di aggressività e comportamenti antisociali, soprattutto in presenza di forme di uso problematico o di esperienze di esclusione e vittimizzazione online. Studi longitudinali mostrano che l’uso intensivo dei social media, e in particolare i comportamenti riconducibili alla dipendenza da social network, sono associati a livelli più elevati di aggressività reattiva e relazionale negli adolescenti, con differenze di genere nel modo in cui questa relazione si manifesta. Questi effetti non sono semplicemente dovuti alla quantità di tempo trascorso online, ma anche a meccanismi psicologici e sociali – come moral disengagement, esclusione sociale e vulnerabilità emotiva – che mediano o moderano la relazione tra esposizione a contenuti online e risposte aggressive. Nel complesso, i social media non creano automaticamente comportamenti violenti, ma possono amplificare tendenze aggressive preesistenti, facilitare dinamiche di cyberbullismo e normalizzare risposte ostili, soprattutto se non accompagnati da educazione digitale e regolamentazioni adeguate (European Journal of Investigation in Health, Psychology and Education, 2025).
Il bullismo, il cyberbullismo, lo stalking e il revenge porn sono forme di violenza che colpiscono in particolare i giovani. Quali sono gli effetti psicologici più comuni che Lei riscontra nei ragazzi vittime di questi fenomeni?
Le ricerche più recenti confermano che le vittime di bullismo, cyberbullismo e altre forme di violenza digitale, come stalking online e diffusione non consensuale di immagini intime, presentano un rischio significativamente aumentato di depressione, ansia, isolamento sociale, bassa autostima e difficoltà scolastiche. Nei casi più gravi, si osservano ideazione suicidaria, comportamenti autolesivi e sintomi post-traumatici, con effetti che possono persistere nel tempo e interferire con lo sviluppo emotivo e relazionale. Studi longitudinali mostrano come la cyber-vittimizzazione abbia un impatto diretto e duraturo sulla salute mentale degli adolescenti, indipendentemente da altri fattori di rischio preesistenti (Lancet Child & Adolescent Health, 2026).
In che modo, la violenza psicologica può essere altrettanto dannosa quanto quella fisica?
La violenza psicologica, pur non lasciando segni corporei visibili, può essere altrettanto tossica e pervasiva quanto la violenza fisica perché agisce sul senso di sé, sulla sicurezza relazionale e sulle capacità di regolazione emotiva. Dati recenti indicano che esperienze prolungate di violenza emotiva e coercitiva sono associate a esiti psicologici severi, come sintomi post-traumatici, depressione, ansia, stress prolungato e compromissione del funzionamento sociale allo stesso modo di molte forme di abuso fisico. Studi clinici mostrano che la violenza psicologica può generare una risposta traumatica persistente, alterando la percezione di sicurezza e controllo e favorendo l’insorgenza di disturbi dell’umore e di regolazione emotiva (Current Psychology, 2026).
Quali possono essere le conseguenze a breve e lungo termine della violenza giovanile, sia per le vittime che per gli aggressori?
La violenza giovanile ha conseguenze rilevanti e durature sia per chi la subisce, sia per chi la agisce. Nel breve termine può determinare ferite fisiche, stress acuto, paura, sintomi ansioso-depressivi e difficoltà scolastiche. Nei casi gravi e ripetuti può portare a comportamenti autolesivi o anticonconservativi. Nel lungo periodo, l’esposizione alla violenza è associata a un aumentato rischio di disturbi mentali, comportamenti a rischio per la salute, abuso di sostanze, disabilità e malattie croniche, oltre a compromissioni dello sviluppo emotivo, cognitivo e relazionale. Anche gli aggressori presentano un rischio maggiore di cronicizzazione dei comportamenti violenti, fallimento scolastico, marginalità sociale e problemi giudiziari. Le evidenze più recenti confermano che la violenza giovanile rappresenta un fattore critico che incide negativamente sulle traiettorie di vita e sulla possibilità di un’integrazione sociale positiva (Child Abuse & Neglect, 2026).
Quanto incidono sostanze stupefacenti e alcol nel generare comportamenti violenti?
L’uso di alcol e droghe è un fattore di rischio consolidato associato a comportamenti violenti tra gli adolescenti e i giovani adulti. Dal punto di vista psicofarmacologico, l’alcol riduce le inibizioni, compromette i processi decisionali e aumenta la reattività emotiva, facilitando aggressività, conflitti e reazioni impulsive. Anche l’uso di droghe illecite può modificare l’umore e la percezione, portando a irritabilità, paranoia o scarso controllo degli impulsi, tutte condizioni che possono aumentare la probabilità di violenza in contesti sociali o interpersonali. L’associazione tra uso di sostanze e comportamenti violenti è stata osservata sia nell’immediato (ad esempio, episodi di violenza in stato di ebbrezza), sia longitudinalmente, con un aumento del rischio di comportamenti antisociali, aggressività e coinvolgimento in condotte delinquenziali. Questi effetti sono particolarmente pronunciati quando l’uso di sostanze avviene in contesti di vulnerabilità psicologica o sociale, e possono essere bidirezionali ( ovvero l’uso può precedere o seguire esperienze di violenza (Journal of School Health, 2025).
Qual è il ruolo determinante della Famiglia e della Scuola?
Famiglia e scuola sono i pilastri fondamentali nella prevenzione dei comportamenti violenti tra i giovani. Una base familiare sicura e contenitiva aiuta gli adolescenti a sviluppare regolazione emotiva, fiducia nelle relazioni, capacità di chiedere aiuto e resilienza nelle difficoltà. In assenza di questo supporto, i giovani sono più vulnerabili a pressioni esterne, conflitti interpersonali e dinamiche aggressive.
La scuola, dal canto suo, ha un ruolo cruciale nel promuovere competenze socio-emotive come gestione della rabbia, risoluzione dei conflitti, empatia e cooperazione. Programmi scolastici ben strutturati possono ridurre i comportamenti a rischio, sostenere un clima positivo nella classe e favorire lo sviluppo di strategie
pro-sociali. Studi longitudinali indicano che interventi basati sulla famiglia e sulla scuola sono associati a una diminuzione significativa dei comportamenti aggressivi e a un miglior adattamento sociale negli adolescenti (Lancet Child Adolesc Health, 2026).
Un approccio integrato che coinvolge famiglia, scuola, agenzie educative, sport e comunità è determinante per prevenire la violenza giovanile e sostenere lo sviluppo sano dei ragazzi.
Come la psicoanalisi può contribuire nella prevenzione e nel trattamento della violenza tra i giovani, sia da parte di chi la commette, che da parte di chi la subisce?
La psicoanalisi e la psicoterapia psicodinamica possono offrire un contributo significativo sia nella prevenzione, sia nel trattamento dei giovani coinvolti in fenomeni di violenza. Attraverso l’esplorazione delle dinamiche emotive profonde, dei modelli relazionali interiori, delle difficoltà di regolazione affettiva e delle esperienze traumatiche precoci, questo approccio aiuta i giovani a comprendere le motivazioni inconsce dei propri comportamenti, migliorare la capacità di mentalizzazione e a sviluppare modi più adattivi di fronteggiare conflitti e stress. La talking cure, praticata in forma individuale, familiare o di gruppo, consente ai ragazzi di elaborare esperienze dolorose e simbolizzare emozioni difficili da esprimere, migliorando l’autoconsapevolezza, la gestione dell’aggressività e la qualità delle relazioni interpersonali. Anche nei casi di chi ha vissuto violenza, la psicoterapia psicodinamica può ridurre sintomi internalizzanti come ansia, depressione e comportamenti autolesivi e promuovere processi di integrazione psicologica.
Un’importante ricerca ha evidenziato che la psicoterapia psicodinamica applicata ai giovani mostra evidenza di efficacia clinica nel ridurre sintomi psicologici e migliorare il funzionamento emotivo e sociale (Frontiers in Psychology, 2024).
Quali consigli si sente di dare per la prevenzione della violenza tra scuola, famiglia e comunità?
-Costruire una rete educativa stabile e comunicante. Scuola, famiglia e servizi territoriali devono condividere informazioni, obiettivi e strategie, evitando interventi isolati o frammentati;
-Intercettare precocemente il disagio emotivo e relazionale. Cambiamenti comportamentali, ritiro sociale, aggressività o calo del rendimento scolastico vanno riconosciuti come segnali di allarme e non come “fasi normali” da ignorare;
-Promuovere competenze emotive e relazionali fin dall’infanzia. Empatia, gestione della rabbia, rispetto delle regole e capacità di risolvere i conflitti sono fattori protettivi fondamentali;
-Offrire adulti di riferimento affidabili e coerenti. Insegnanti, genitori ed educatori devono rappresentare modelli di contenimento, ascolto e responsabilità, evitando messaggi contraddittori;
-Educare a un uso consapevole del digitale e dei social. Prevenire la violenza significa anche contrastare cyberbullismo, esclusione e umiliazione online attraverso educazione digitale condivisa;
-Favorire spazi di dialogo e partecipazione per i giovani. Dare voce ai ragazzi riduce il ricorso all’aggressività come forma di espressione del disagio;
-Attivare tempestivamente il supporto specialistico quando necessario. Il coinvolgimento precoce dei servizi di salute mentale previene la cronicizzazione del disagio e l’escalation dei comportamenti violenti.
Dal profilo facebook del sindaco Crocicchi




Comunicato stampa
“Esprimiamo il nostro profondo cordoglio per la scomparsa del collega Sergio Menicucci, giornalista di grande esperienza, protagonista della vita professionale e sindacale della categoria, che ha dedicato tutta la sua lunga carriera alla difesa del giornalismo, del servizio pubblico e dei diritti dei colleghi”. Così in una nota il coordinamento di Pluralismo e Libertà, presente in Stampa Romana, Fnsi, Inpgi e Casagit sulla scomparsa di Sergio Menicucci, avvenuta oggi.
Nato a Cofigni (Rieti) il 5 agosto 1936, Sergio Menicucci era giornalista professionista dal 1° aprile 1970. Ha svolto una lunga e autorevole carriera soprattutto in Rai, ricoprendo numerosi incarichi di responsabilità. In particolare, a partire dal giugno 1995, è stato caporedattore della TGR Rai Molise a Campobasso, contribuendo in modo significativo allo sviluppo dell’informazione regionale del servizio pubblico, sempre con rigore, equilibrio e attenzione ai territori.
“Accanto all’attività professionale, è stato costante e appassionato il suo impegno sindacale”, ricordano gli esponenti di Pluralismo e Libertà, “Più volte eletto nel Consiglio della Federazione Nazionale della Stampa Italiana e all’Associazione Stampa Romana, Sergio Menicucci ha rappresentato un punto di riferimento per generazioni di giornalisti. Da sempre vicino ai giovani colleghi, si è battuto con determinazione negli organismi di categoria per il miglioramento delle condizioni di lavoro di praticanti, precari e disoccupati, con una sensibilità rara e una visione autenticamente solidale della professione. Nel corso della sua vita ha saputo coniugare competenza professionale, passione civile e attenzione ai valori costituzionali della libertà di informazione e del pluralismo, che ha difeso con coerenza e spirito critico, dentro e fuori le redazioni. Pluralismo e Libertà si stringe con affetto al dolore della famiglia, degli amici e dei colleghi tutti, ed esprime una particolare vicinanza al figlio, il collega Ernesto Menicucci, nel ricordo di un padre e di un professionista che ha lasciato un segno profondo nella storia del giornalismo e del sindacato dei giornalisti”.