Cβera una volta, in un Comune lontano, un giardino che apparteneva a tutti e a nessuno. LΓ¬ le piante crescevano come volevano e potevano, inseguendo solo la propria forza. Alcune si allungavano e si allargavano, fino a divorare la luce delle altre, oscurandole, facendole deperire e morire prima del tempo; altre si arrampicavano stringendo forte chi avevano accanto; altre ancora sottraevano il nutrimento dal terreno prima che le vicine potessero farlo o addirittura lo sottraevano direttamente alle altre.
In quel giardino tutte le piante erano libere di fare ciΓ² che volevano, se avevano la forza o lβastuzia per farlo, ma nulla era giusto perchΓ© nessuna aveva la libertΓ di vivere serenamente. Perfino le piΓΉ robuste vivevano nellβinquietudine: ogni giorno era una lotta per prevalere, non per fiorire.
Il giardino produceva pochi fiori e quei pochi si piegavano presto; i frutti, quando arrivavano, erano piccoli e malaticci, stanchi, come se avessero dimenticato il sapore della vita.
Un giorno i cittadini compresero che quel giardino non era libero, era soltanto abbandonato al caos, e decisero che meritava un destino diverso: doveva diventare un luogo forte, armonioso, pieno di colori, dove bambini e ragazzi potessero correre, giocare, respirare bellezza. Per farlo, perΓ², occorreva decidere regole capaci di aiutare ogni pianta a crescere senza soffocare le altre.
Furono chiamati i giardinieri più saggi, esperti e preparati, i quali si riunirono, osservarono il terreno, ascoltarono il vento, seguirono il cammino del sole. Capirono che la libertà , senza limiti, non è libertà , ma una giungla dove il più forte divora il più debole. Che le regole non sono muri da abbattere, ma servono a distribuire ciò che altrimenti qualcuno prenderebbe tutto per sé. Che non servivano a spegnere la luce di qualcuno, ma a far sì che ogni pianta avesse il proprio raggio di sole. Decisero, quindi, di scrivere insieme i precetti da consegnare ai cittadini per proteggere il giardino e fare in modo che tutte le piante potessero vivere serenamente.
CosΓ¬ scrissero i primi precetti: ogni pianta ha diritto alla luce, ogni albero ha diritto allβacqua, ogni seme ha diritto di provare a diventare grande. Nessuna pianta doveva piΓΉ essere calpestata o lasciata al buio solo perchΓ© diversa.
Poi stabilirono chi avrebbe fatto cosa: alcuni giardinieri avrebbero preparato il terreno; altri avrebbero vigilato, perché nessuno strappasse le foglie altrui; altri ancora avrebbero custodito la sicurezza del giardino. Così nessuno avrebbe potuto comandare da solo o decidere tutto per gli altri.
PoichΓ© il futuro Γ¨ sempre una terra da scoprire, i giardinieri scelsero anche i valori che avrebbero guidato ogni nuova decisione: pace, libertΓ , rispetto, solidarietΓ , lavoro. Erano le radici profonde da cui far nascere regole nuove, quando sarebbe stato necessario: una mappa che indicava i sentieri da seguire quando il giardino avrebbe incontrato stagioni nuove e sconosciute.
Da quel giorno, ogni volta che spuntava una nuova piantina, qualcuno le sussurrava:
βNon avere paura. In questo giardino cβΓ¨ un posto anche per te.β
CosΓ¬ il giardino tornΓ² a crescere, stagione dopo stagione, protetto da una recinzione di regole non fatta per chiudere, ma per abbracciare, per custodire la libertΓ di tutti: la Costituzione, lβunico testo che puΓ² dire NO perfino a chi comanda.
Riccardo Agresti


Β Β 
