Incidenti a Roma e provincia: la normalità che non possiamo più accettare

“Lunga e diritta correva la strada, l’auto veloce correva…” mi è tornato alla mente il verso iniziale di una vecchia canzone di Francesco Guccini dopo aver letto l’ennesimo articolo sul forte aumento degli incidenti stradali a Roma e provincia.

Ogni giorno assistiamo a code interminabili causate da tamponamenti, ascoltiamo il suono delle sirene delle ambulanze che spezzano il traffico per correre veloci verso il pronto soccorso più vicino, anche per questo i numeri diffusi da Polizia Locale, Carabinieri e ACI preoccupano ma non sorprendono: oltre 35mila collisioni l’anno, tra 150 e 170 vittime e migliaia di feriti, un flusso continuo di “lamiere contorte”, sirene, vite spezzate. Una quantità d’incidenti che ormai non è più un’eccezione, ma una condizione di normalità, ed è proprio questo che dovrebbe far riflettere oltre che preoccupare, mentre a sorprendere davvero sono le cause di questo bollettino di guerra.

Durante un incontro all’ITIS Galileo Galilei, nell’ambito del progetto Locauto on Tour, è stato presentato un sondaggio che fotografa un comportamento alla guida sempre più rischioso: il 53% degli intervistati usa il cellulare mentre guida, e il 12% addirittura invia o riceve messaggi. Non va meglio sul fronte delle sostanze: il 32% ammette di essersi messo al volante dopo aver bevuto alcolici e il 17% dopo aver assunto stupefacenti. Scelte individuali, quotidiane, spesso superficiali. Il sondaggio dimostra che la distrazione e l’imprudenza sono diventate pericolose abitudini. Come il cellulare è ormai diventato un’estensione del nostro corpo, la strada è diventata un ampliamento della nostra abitazione, dove la prudenza non serve.

Eppure, ogni volta che commettiamo un’infrazione, rischiamo qualcosa che non riguarda solo noi, ma chi attraversa sulle strisce, chi transita nel senso opposto, chi viaggia con noi. Occorre recuperare un poco di maturità collettiva, altrimenti la strada “lunga e diritta” evocata da Guccini continuerà a essere interrotta da sirene e frenate improvvise. Un auspicio rivolto anche alle istituzioni perché la sicurezza non dipende soltanto da chi guida, ma anche da chi progetta le strade, le gestisce, le controlla e cura la manutenzione. Non si possono attribuire tutte le responsabilità ai comportamenti individuali, trascurando quelle delle istituzioni. Una maggiore sicurezza nasce certo da scelte tecniche, ma soprattutto da decisioni politiche.

Tutti sappiamo che incroci progettati male favoriscono i tamponamenti, una segnaletica insufficiente confonde, un’illuminazione carente mette in ombra pedoni e ciclisti, e buche o asfalti degradati aumentano il rischio d’incidenti, soprattutto per chi viaggia in moto o in bici. Ma se le buche non vengono riparate, i guardrail non vengono sostituiti e i semafori restano spenti, non è per un crudele destino: è per una precisa scelta economica.

Questo accade perché la manutenzione delle strade viene ancora percepita come un costo, mentre è un servizio pubblico di tutela. Al giusto invito a essere prudenti deve corrispondere una condizione stradale che non tradisca quella prudenza. La sicurezza stradale dipende certamente da chi si mette alla guida, ma anche da chi ha la responsabilità di progettare e gestire una strada. Ed è proprio questo il punto: tutto si può migliorare, perché gli incidenti sono sempre il risultato di scelte, personali o istituzionali, che possono essere cambiate, corrette, ripensate. I numeri drammatici che leggiamo non sono soltanto statistiche: dietro ogni cifra c’è un nome, un volto, un obiettivo che voleva essere raggiunto. E torna alla mente la protagonista della struggente canzone di Francesco Guccini: “… sull’autostrada cercavi la vita…”.

Lorenzo Avincola

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