L’anno scolastico si chiude, come di consueto, con gli esami di maturità e con l’inesorabile e puntuale strascico di polemiche, delusione e rivendicazioni.
La nuova configurazione delle Commissioni d’Esame non ha sempre favorito la valorizzazione del percorso compiuto dagli studenti e delle competenze raggiunte, come auspicato dal Ministero dell’Istruzione e del Merito. Eppure, l’indicazione di aprire il colloquio con una breve riflessione del candidato sul proprio percorso scolastico e personale, anche alla luce delle informazioni contenute nel Curriculum della studentessa e dello studente lasciava alle Commissioni la possibilità di personalizzare la prova orale e di porre al centro della valutazione proprio la persona. Troppe commissioni, purtroppo, hanno perso l’occasione di abbandonare la logica dell’interrogazione, la pedissequa valutazione delle conoscenze per aprirsi anche alla verifica dell’acquisizione dei metodi propri di ciascuna disciplina, della capacità di utilizzare e di raccordare le conoscenze acquisite e di argomentare in modo critico e personale, nonché il grado di responsabilità e maturità raggiunto; un’altra occasione mancata, per molte commissioni che non hanno voluto tradire una solida consuetudine fatta di domande a raffica, tese più a dimostrare da un lato, la poca professionalità dei colleghi della disciplina e dall’altro, a mettere alla prova la preparazione degli studenti, anziché la loro maturità. Del resto, l’Esame è l’epilogo di un sistema scolastico che, nonostante l’insistenza pluridecennale delle norme, sulla necessità di una valutazione formativa, resta arroccato su una concezione squisitamente gentiliana di selezione e di studio mnemonico. E allora l’esame di maturità non è più un momento formativo e orientativo, come richiesto dalla stessa Ordinanza Ministeriale, ma un mesto rito di passaggio. Bastava leggere con cura le Indicazioni contenute nei documenti predisposti dal MIM, per capire che si richiedeva a presidenti e commissari un salto di qualità, che ci si attendeva di superare la logica del “Programma” per aprirsi alla logica della competenza, della maturità raggiunta e conquistata, anche attraverso le esperienze dei percorsi di Formazione Scuola Lavoro e, perché no, del vituperato Capolavoro. Gli studenti portano all’esame il loro percorso didattico ma anche quello umano, le loro piccole e grandi conquiste, i loro momenti di difficoltà e le loro vittorie, i fallimenti e le soddisfazioni.
Ho avuto modo di ascoltare, in qualità di presidente di commissione, il racconto di percorsi di reale crescita: cambi di indirizzo di studi, vicende personali che hanno costretto gli studenti a crescere in fretta, battaglie contro la depressione, disturbi alimentari, malattia e solitudine; tutti hanno condiviso la gioia per essere giunti al termine del loro percorso di studi nella scuola secondaria di secondo grado e hanno raccontato speranzosi i loro progetti per il futuro. Cui prodest un sapere sterile e inanimato? perché mettere in difficoltà piuttosto che a proprio agio gli studenti?
L’esame di maturità è un importante rito di passaggio che chiude la fase della vita adolescenziale e apre la fase dell’età adulta. Merita di essere gestito con responsabilità e cura, richiede conoscenza della normativa e una notevole dose di empatia per accompagnare gli studenti oltre quel cancello che si apre sulla vita.


