Marco entrò al Four Friends con la sciarpa della Roma avvolta come un mantello da battaglia. Era presto: il caffè profumava di giornata che deve ancora cominciare e dalla cucina arrivava già l’odore dell’impasto della pinsa. Lui, intanto, aveva l’adrenalina del derby che gli pulsava nelle tempie.
Chiara, al bancone, lo vide e gli lanciò un sorriso:
“A Marco… oggi te vedo carico! Forza Lazio!”
Marco sbuffò, ma non si offese. Con Chiara non era possibile offendersi: sempre allegra, con quella leggerezza seria che smonta tutto.
“Ma lassa perde, va’… famme ‘sto caffè, che oggi la ‘maggica’ se porta a casa tutto!”
Chiara rise e posò la tazzina sul bancone come un trofeo.
Marco cominciò a sorseggiarlo quando entrò un altro cliente: sciarpa biancoceleste, passo tranquillo. Chiara lo accolse con un entusiasmo teatrale:
“Oh, ecco Luca! Forza Roma!”
Il nuovo arrivato scoppiò a ridere.
“Chia’, sei sempre la solita.”
Marco guardò lui, poi guardò lei.
“Allora ce pigli tutti pe’ i fondelli?”
Luca gli si sedette accanto.
“A tutti no. Solo a quelli che considera amici.”
Marco scosse la testa, divertito.
“Peccato che nun capisce gnente de carcio.”
Luca lo fissò come si fissa uno che ha appena detto una sciocchezza colossale.
“Ma chi, Chiara? Guarda che quella è arbitro federale. Ma nun lo dice mai.”
Marco rimase con la tazzina a mezz’aria.
“Ma che, davero?”
“Davero. Serie minore, ma arbitra. E pure bene. Secondo me va lontano, magari la vedemo ai mondiali prima de la nazionale!”
Marco si voltò verso Chiara, che asciugava bicchieri con aria innocente.
“E allora perché ‘sti sfottò?”
Chiara non si voltò, ma rispose divertita:
“Perché séte buffi. Tutti. Romanisti, laziali… e nun solo! Ve credete diversi, ma séte uguali come du’ caffè presi ar banco.”
“Oh, mo’ ce fai pure la lezione?”
Chiara posò lo strofinaccio.
“Nessuna lezione. In campo nun c’ho nessuna sciarpa: c’ho solo er fischietto. E ‘sto posto è uguale: nun ha colori, ha solo tavoli pe’ magnà e bevé bene.”
Luca guardò i tavoli sotto le vetrate, dove la luce cominciava a entrare.
“A proposito: ma perché se chiama Four Friends?”
“Perché l’hanno messo su in quattro. Quattro soci, quattro storie diverse nel mondo der magnà, quattro teste che manco se somijano. Se se mettevano a litigà su chi c’aveva ragione, ‘sto locale manco esisteva. Invece hanno fatto de la diversità la forza. E quel tavolone laggiù l’hanno voluto lungo apposta: se ce sta posto pe’ tutti, nun serve litigà.”
Sorrise e riprese ad asciugare.
“E mica succede solo co’ Roma e Lazio, eh. È lo stesso teatrino tra nord e sud, tra paese e paese, tra chi c’ha lo scudetto sulla maglia e chi er campanile in piazza. Cambia la sciarpa, cambia la bandiera, ma è sempre la stessa scusa pe’ nun diventà amici. E c’è sempre quarcuno che ce guadagna a tenevve l’uno contro l’artro: finché ve scaldate pe’ ‘na sciarpa, nun guardate chi sta a decide.”
“Poi, oh: domani, comunque vada, ve svejate uguali. Gnente sordi in più o in meno. Mica avete segnato voi, mica avete parato voi, la squadra mica l’avete scelta voi. Strillate pure pe’ novanta minuti e passa, ma senza menavve. Quello che avete menato, domani, magari ve poteva dà ‘na mano.”
Marco e Luca rimasero un momento in silenzio, ciascuno con la propria sciarpa stretta tra le mani.
Luca allungò la mano. Marco gliela strinse, ridendo.
Poi si alzò e guardò la sciarpa biancoceleste.
“Sai che c’è? Famo a cambio de sciarpe. Me la tengo pe’ ricordamme che le bandiere servono a fà colore, nun a divide’.”
“Eccotela”, rispose prontamente Luca.
Si scambiarono le sciarpe come due ragazzini che si scambiano figurine rare.
Chiara li guardò avviarsi verso la porta.
“Aò, almeno tifate forte, sennò che derby è? E dopo tornate qua, che stasera se magna: pinsa romana, tagliere der derby e un cocktail. Al Four Friends c’è posto pe’ tutti i colori.”
Marco si girò, sorridendo.
“Litigamo domani, Chia’, pe’ cose serie. Oggi ce se diverte e basta.”
Quella sera, al tavolo lungo del Four Friends, due sciarpe, una giallorossa e una biancoceleste, pendevano dalla stessa sedia. Marco e Luca dividevano una pinsa e un tagliere e nessuno dei due ricordava più come fosse finita la partita.
Chiara, passando con i bicchieri, si portò due dita alle labbra e fischiò piano, tre volte.
Fine partita.
Riccardo Agresti


