L’esperienza del Gruppo Donatori Sangue “Francesco Olgiati” ODV e il ruolo degli studenti nella costruzione di una nuova cultura del dono
Parlare oggi di giovani significa spesso imbattersi in una lunga serie di definizioni stereotipate: disillusi, disinteressati, fragili, individualisti. Nel dibattito pubblico, le nuove generazioni vengono frequentemente raccontate attraverso categorie riduttive, che finiscono per trascurare non soltanto le difficoltà strutturali con cui si confrontano quotidianamente, ma anche le numerose forme di partecipazione e responsabilità che molti ragazzi continuano invece a costruire nei contesti universitari, associativi e sociali.
Parallelamente, quando i giovani decidono di esporsi o di partecipare attivamente alla società, vengono spesso rappresentati come estremisti, polemici, concentrati esclusivamente su battaglie ideologiche, lontane dalla “realtà concreta”. Si crea così una narrazione paradossale, nella quale i giovani sembrano poter occupare soltanto due ruoli opposti e ugualmente svalutanti. In entrambi i casi, ciò che finisce spesso per mancare è il riconoscimento di tutte quelle esperienze silenziose, quotidiane e profondamente concrete nelle quali molti studenti e giovani scelgono di investire tempo, energie e responsabilità reali al servizio della comunità.
In questo senso, l’esperienza del Gruppo Donatori Francesco Olgiati presso il Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS rappresenta un esempio particolarmente significativo, perché non si limita a riconoscere il ruolo degli studenti nella partecipazione associativa e nella promozione della cultura del dono, ma ne incentiva concretamente il coinvolgimento, offrendo uno spazio autentico nel quale sentirsi ascoltati, responsabilizzati e realmente parte attiva dei processi organizzativi delle attività di sensibilizzazione rivolte alla comunità universitaria.
Il tema della donazione di sangue, infatti, si intreccia inevitabilmente con una riflessione più ampia sul rapporto tra i giovani e la partecipazione sociale. Viviamo in una società estremamente veloce, performativa e competitiva, nella quale gran parte delle relazioni passa attraverso schermi, notifiche e interazioni frammentate; una società in cui il tempo sembra dover essere costantemente ottimizzato e nella quale ogni attività viene spesso valutata in termini di utilità immediata o ritorno personale. In tale contesto, la donazione rappresenta quasi un gesto “controtempo”, perché è gratuita, anonima, non dà “views” e non produce vantaggi concreti nell’immediato, richiedendo invece disponibilità, continuità e senso di responsabilità collettiva.
Parallelamente, la nostra generazione si trova a vivere una condizione di precarietà continua, non soltanto economica o lavorativa, ma anche psicologica e sociale. Si studia più a lungo, si entra più tardi nel mondo del lavoro, si vive costantemente sotto pressione accademica e prestazionale e si cresce spesso con la sensazione di dover dimostrare continuamente qualcosa. A questo si aggiunge una crescente sfiducia verso le istituzioni e verso tutte quelle strutture percepite come distanti, poco accessibili o incapaci di dialogare realmente con i giovani.
Il Gruppo Donatori dimostra invece quanto il coinvolgimento diretto possa fare la differenza. Da anni, infatti, all’interno del Direttivo dell’associazione sono stabilmente presenti rappresentanti degli studenti, che partecipano attivamente alla progettazione delle iniziative, all’organizzazione degli eventi, alla comunicazione e, più in generale, ai processi decisionali dell’associazione stessa. Questo aspetto ha un valore estremamente importante, perché permette di superare una visione paternalistica della sensibilizzazione sanitaria e trasmette invece l’idea che gli studenti possano essere interlocutori reali, capaci di contribuire concretamente alla costruzione di progetti rivolti alla comunità universitaria.
La presenza dei rappresentanti nel Direttivo non rappresenta quindi un elemento simbolico, ma uno strumento fondamentale per costruire una comunicazione autentica ed efficace. Molte campagne di sensibilizzazione, infatti, faticano a coinvolgere realmente i giovani, non tanto per il contenuto del messaggio, quanto perché vengono spesso progettate senza un confronto diretto i diretti interessati e con le loro modalità d’espressione. Il coinvolgimento degli studenti permette invece di costruire iniziative più vicine ai linguaggi, agli spazi e alle sensibilità delle nuove generazioni, rendendo la partecipazione più spontanea ed efficace.
E quando il coinvolgimento è reale, la risposta arriva.
Nasce così“EMATRIDUUM – Il sangue è destinato a circolare, condividilo”, un progetto sviluppato insieme al Gruppo Donatori Olgiati ed all’associazione studentesca UniLab – Studenti in primo piano, all’interno dell’Università Cattolica, due appuntamenti annuali di tre giorni, interamente dedicati alla sensibilizzazione sulla donazione di sangue e giunti ormai alla terza edizione.
L’obiettivo di EMATRIDUUM non era affatto semplice:si volevano aumentare le donazioni da parte degli studenti, sicuramente, ma soprattutto si voleva costruire una nuova cultura del dono all’interno dell’università, cercando di trasformare gli studenti da destinatari passivi delle campagne di sensibilizzazione a protagonisti attivi del percorso, nella convinzione che la comunicazione orizzontale sia oggi strumento essenziale per avvicinare i giovani alla donazione.
Durante i primi due giorni vengono allestiti, nei principali punti di aggregazione dell’Università, spazi informativi gestiti dagli studenti stessi, nei quali vengono fornite informazioni sulla donazione, sui criteri di idoneità, sul ruolo del sangue in ospedale e sul significato concreto del dono. In questi momenti vengono inoltre raccolte le adesioni per la successiva campagna di donazione promossa dal Gruppo Donatori. La terza giornata è invece dedicata a un momento di approfondimento attraverso workshop, convegni o incontri tematici sul tema dell’ematologia, della medicina trasfusionale e del percorso del donatore e del paziente.
Nel corso delle varie edizioni sono stati coinvolti non soltanto medici, ma numerosi professionisti sanitari e gli stessi pazienti, sia donatori – sia riceventi, con l’obiettivo di offrire agli studenti una visione il più possibile concreta e multidisciplinare del tema della donazione.
Si tratta di un lavoro di gruppo estremamente impegnativo, gestito con il supporto del personale del Centro Trasfusionale e, più in generale, del Policlinico Gemelli, che vede studenti coinvolti nella gestione logistica, nella comunicazione, nei rapporti con i relatori, nell’accoglienza e nelle attività informative, trasformando l’iniziativa in un’esperienza reale di responsabilità condivisa.
Accanto all’aspetto organizzativo, uno degli elementi più significativi emersi è stato proprio il cambiamento nella partecipazione degli studenti. Si è osservato, infatti, un interesse progressivamente crescente verso la donazione: aumentano gli studenti che chiedono di partecipare alle campagne di donazione, quelli che si propongono come volontari per l’organizzazione e quelli che prendono parte ai momenti di approfondimento. La donazione, che fino a pochi anni fa appariva come un gesto sporadico e poco condiviso tra gli studenti, sta assumendo sempre più il carattere di una pratica riconosciuta, partecipata e vissuta con continuità ormai parte integrante della vita studentesca.
Ed è proprio qui che emerge forse l’aspetto più importante dell’intera esperienza: i giovani rispondono quando comprendono il significato concreto del proprio contributo e quando percepiscono che il loro ruolo non è marginale, ma realmente utile all’interno di una comunità. La donazione di sangue riesce in questo senso a restituire qualcosa che spesso manca nelle relazioni contemporanee, ovvero la percezione tangibile dell’impatto delle proprie azioni sugli altri.
In una generazione abituata a vivere gran parte delle proprie relazioni attraverso il digitale, la donazione riporta improvvisamente il corpo, la presenza e la comunità al centro dell’esperienza. Il sangue, in questo senso, rimane qualcosa di profondamente reale in un’epoca caratterizzata da rapporti sempre più liquidi e smaterializzati.
Per questo motivo, esperienze come quella del Gruppo Donatori “Francesco Olgiati” assumono un significato che va oltre il semplice ambito sanitario. Esse mostrano come i giovani non siano affatto disinteressati alla solidarietà o alla partecipazione collettiva, ma abbiano piuttosto bisogno di essere coinvolti in modo autentico, responsabilizzati e messi nelle condizioni di sentirsi parte di un progetto comune.
Forse, allora, il punto non è chiedersi perché i giovani partecipino meno, ma comprendere quanto spesso le istituzioni abbiano realmente scelto di costruire spazi nei quali questa partecipazione possa nascere e svilupparsi concretamente.
«Non dubitare mai che un piccolo gruppo di cittadini coscienziosi ed impegnati possa cambiare il mondo. In verità è l’unica cosa che è sempre accaduta».
Margaret Meed
Federica Finetti


