L’avviso ricevuto con il biglietto per l’Unipol Dome era chiaro: niente telefoni, videocamere o dispositivi di registrazione durante lo spettacolo. All’ingresso i telefoni sono stati chiusi in custodie sigillate, grazie, come indicato dalla biglietteria, a una collaborazione con Yondr per le tre date italiane. Non era altrettanto chiaro che il divieto, non negoziabile, sarebbe valso anche per gli occhi.
Lunedì 2 novembre, all’ora prevista, le luci si sono spente e la musica ha avvolto il pubblico. Il concerto era fissato alle 21, e come ormai prassi, l’artista è entrato alle 20:55. Una figura scura, con il cappuccio nero della felpa, davanti a un microfono, in una luce volutamente bassa. Ha cantato, senza pause né soluzione di continuità fra una canzone e la successiva, per un’ora e mezza, concludendo il concerto, puntuale come preannunciato, alle 22.30, senza aggiungere una parola e senza un bis. Il concerto è stato memorabile, un’ora e mezza vissuta in religioso silenzio.
Sto parlando di Bob Dylan: una leggenda che oggi ha 85 anni ed è ormai tra i grandi della storia della musica. Potrebbe vivere di rendita cantando a ripetizione i suoi brani più noti e invece, dal 1988, porta avanti il suo “Never Ending Tour”, che in certi periodi ha toccato circa cento concerti l’anno. Nel 2026 la tournée europea, intitolata “Lights of Autumn Tour”, ha previsto in Italia tre date in sette giorni: il 2 novembre a Milano, il 5 al Palazzo dello Sport di Roma e il 7 all’Unipol Arena di Casalecchio di Reno, alle porte di Bologna. Gli show segnano il ritorno di Dylan in Italia a distanza di tre anni dall’ultima volta.
Anche stavolta Dylan non ha fatto sconti ai fan. Ha privilegiato brani meno celebri e pezzi recenti rispetto ai grandi classici, con arrangiamenti rivisitati tra blues, folk e country. La scaletta pubblicata alla vigilia era solo una possibilità, costruita sulla base dell’ultimo concerto in Svizzera, e infatti qualche brano non era previsto.
Ha continuato a nascondere la propria immagine: tra cappuccio e luci basse, nessuno, credo, sia riuscito a vederlo in volto, nemmeno chi era in platea; io, nel settore C, in alto e quasi di fronte al palco, ero a decine di metri di altezza e a un centinaio di metri di distanza. L’arena ha pianta ellittica di 175 × 145 metri e un’altezza di quasi 40 metri. Non c’erano maxischermi, fuochi d’artificio o effetti speciali, solo il cantautore con il cappuccio tirato su e quattro musicisti (Tony Garnier al basso e al contrabbasso, Anton Fig alla batteria, Joel Paterson e Julian Lage alle chitarre); lui alla tastiera, con l’armonica a bocca in alcuni brani. Per me erano piccole lontane figure magiche che mi hanno incantato.
Bob Dylan ha cantato nell’Unipol Dome, noto anche come Arena Milano o PalaItalia Santa Giulia, che sorge nel quartiere Santa Giulia, in via Romualdo Bonfadini 148, davanti a un’arena esaurita che, per i concerti, può contenere fino a 16.000 spettatori (QN parla di sedicimila presenti). I biglietti andavano da circa 70 a 300 euro, secondo settore e pacchetto.
L’Unipol Dome è la più grande arena coperta di Milano per sport e spettacolo; il progetto è stato concepito da David Chipperfield Architects con Arup e l’idea è nata durante la candidatura olimpica, anche se il Comune stabilì di costruirla a prescindere dall’esito della candidatura stessa.
L’arena ha ospitato l’hockey su ghiaccio alle Olimpiadi invernali del 2026 e il para hockey alle Paralimpiadi, ma la sua storia è stata travagliata. È stata inaugurata il 10 gennaio 2026, quando i lavori non erano ancora finiti, con le finali di Coppa Italia e Serie A di hockey.
Nel 2023 Dylan, sempre a Milano, aveva suonato all’Arcimboldi, anche allora senza maxischermi. Un teatro, insomma: un ambiente molto diverso e più intimo di questa arena.
L’organizzazione è stata quella tipica del Nord: una vasta area attorno all’arena chiusa al traffico, un’Arena Shuttle in partenza da via Russolo cui si accedeva con il normale titolo di viaggio usato per metro, tram e bus, parcheggio comodo disponibile con un biglietto acquistato in anticipo, numerosi addetti all’accoglienza e alla sicurezza, indicazioni chiarissime, chioschi e merchandising ordinati, accesso controllato e veloce. I telefoni sono stati sigillati in fretta e liberati altrettanto in fretta a fine concerto; l’accesso alla piccionaia (settore C) è stato comodo e lo svuotamento incredibilmente rapido: in pochi minuti, il dome era svuotato.
L’impianto di amplificazione è stato accettabile dalla mia posizione, ma dai posti in basso sono partite proteste che poi non si sono ripetute, segno che qualcosa è stato sistemato subito. Altri commentatori sono stati più severi.
Ha fatto un certo effetto notare, durante lo spettacolo, alcuni tecnici camminare a decine di metri di altezza sulle travi reticolari in profili tubolari e scatolari poste sopra la platea, con le torce, per verifiche di cui non conosco il motivo.
Nel 2016 l’Accademia svedese ha assegnato a Bob Dylan il Nobel per la Letteratura per aver creato nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana. È stato il primo musicista a ricevere questo riconoscimento. Tra i suoi onori ci sono premi Grammy, Oscar e Golden Globe, l’ingresso nella Rock & Roll Hall of Fame nel 1988 e la Medaglia presidenziale della libertà nel 2012. L’Accademia ha ricordato che Dylan ha lo status di un’icona e la sua influenza sulla musica contemporanea è definita profonda. Il suo successo di autore è legato anche all’intramontabile “Blowin’ in the Wind”, resa celebre in tutto il mondo dalla versione di Peter, Paul & Mary, mentre la sua carriera comprende la Rolling Thunder Revue del 1975-76 e l’avventura commerciale dei Traveling Wilburys.
Robert Allen Zimmerman è nato il 24 maggio 1941 a Duluth, in Minnesota, da nonni ebrei immigrati dall’attuale Ucraina e Lituania ed è cresciuto a Hibbing. Già a scuola formò diversi gruppi; la sua carriera musicale è iniziata nel 1959 nei caffè del Minnesota. Il nome d’arte deriva, secondo diverse fonti, dal poeta Dylan Thomas; il cantautore folk Woody Guthrie fu una sua ispirazione decisiva. Nel 1961 si trasferì a New York, dove cominciò a esibirsi nei locali del Greenwich Village.
I brani eseguiti a Milano sono stati diciotto, da “Watching the River Flow” a “I Shall Be Released”. Quelli più significativi, in apertura, tra i classici, “Watching the River Flow”, “Love Sick” e “It Ain’t Me, Babe”. Poi dall’album “Blood on the Tracks” del 1975, “Tangled Up in Blue”. Da “Rough and Rowdy Ways” (2020), “I’ve Made Up My Mind to Give Myself to You”, oltre a “False Prophet”, “Black Rider” e “Goodbye Jimmy Reed”. Gli altri titoli: “Tryin’ to Get to Heaven”, “High Water (For Charley Patton)”, “I Can Tell”, “When I Paint My Masterpiece”, “Not Dark Yet”, “I Can’t Seem to Say Goodbye”, “Soon After Midnight”, “Million Miles” e “Under the Red Sky”. Ha chiuso, ultimo in scaletta, “I Shall Be Released”.
Qualche curiosità
Il tour è partito il 17 ottobre all’Oslo Spektrum, dove Dylan ha riproposto “Tangled Up in Blue” per la prima volta in otto anni, con due nuove strofe. In Germania ha ripreso “Million Miles” dopo dodici anni, con un nuovo arrangiamento blues; il brano, come “Tryin’ to Get to Heaven”, viene dall’album del 1997 che nel 1998 vinse vari Grammy, tra cui quello di Album dell’anno.
In questo 2026 la band ha cambiato spesso volto: Dylan ha avuto sei chitarristi e a Zurigo, la sera prima di Milano, Julian Lage aveva sostituito Mike Seal. A Oslo, dopo “I Shall Be Released”, Dylan si è alzato dal piano, ha guardato il pubblico in piedi che applaudiva e ha lasciato il palco mentre le luci si abbassavano: nessuna parola, solo questo gesto finale.
Per chi vedrà Bob Dylan a Roma e Bologna ecco qualche suggerimento.
Roma è il 5 novembre al Palazzo dello Sport, raggiungibile con la metro B, fermata Eur Fermi, e un breve tratto a piedi; Bologna è il 7 novembre all’Unipol Arena di Casalecchio di Reno. All’ingresso verrà data una custodia sigillata che resta con lo spettatore per tutta la serata; per un’emergenza si può sbloccarla in un’area dedicata e segnalata.
Le scalette dovrebbero avere un’impostazione molto simile a quella di Milano: pochi grandi classici, molti brani recenti o rari, niente schermi e niente parole tra una canzone e l’altra. Un consiglio, raccolto da un recensore milanese e pienamente condivisibile: ascoltare qualche brano a occhi chiusi, senza distrazioni, concentrandosi solo sulla musica. A Milano alcuni cronisti hanno criticato audio e distanza dal palco, ma vale per un’arena molto grande: non si può dire come sarà a Roma e a Bologna.
A chiudere, come un congedo che è anche una promessa, “I Shall Be Released”: una canzone del 1967, nata nelle sessioni dei Basement Tapes con The Band, che il gruppo incise nel suo album d’esordio, uscito nel luglio 1968 e che Dylan stesso pubblicò nel 1971 nel suo Greatest Hits Vol. II. Parla della speranza di essere liberati. Cantata oggi, da un uomo di 85 anni, suona più come un augurio che come una nostalgia.
Non tutte le critiche sono state entusiastiche, criticando il suono e l’ambiente, eppure, per 90 minuti la musica ha ammaliato tutti: pur sapendo di essere ben oltre una decina di migliaia, sembrava che Bob Dylan cantasse solo per me.
Riccardo Agresti


