Comunicato stampa
«Siamo arrivati al punto che non si chiede più soltanto di non morire, ma almeno di morire con dignità. E questo è veramente tragico».
Lo ha detto l’attore e regista Ascanio Celestini, ospite questa sera de L’Elefante, il programma condotto da Peter Gomez su Rai 3 e disponibile su RaiPlay.
Nel corso dell’intervista, Celestini ha riflettuto sulle trasformazioni del mondo del lavoro e sulle vertenze industriali che negli ultimi anni hanno segnato il Paese, sottolineando come spesso i territori vengano raccontati soltanto attraverso le tragedie che li hanno colpiti. «C’è il rischio che un luogo venga identificato esclusivamente con il suo dramma, mentre intorno a quella vicenda continuano a esistere persone, storie e comunità che meritano di essere ascoltate».
Ricordando le lotte operaie e le mobilitazioni dei lavoratori, il regista ha citato episodi che hanno segnato la cronaca sociale italiana, evidenziando come in molti casi si sia progressivamente indebolito il legame di solidarietà tra lavoratori e mondo produttivo. Una frattura che, a suo avviso, ha contribuito ad alimentare disagio e insicurezza.
Commentando le immagini delle manifestazioni studentesche e sociali degli ultimi giorni, Celestini ha invitato a guardare oltre le semplificazioni. «Oggi la situazione è molto più complessa di come viene raccontata. Dietro a quei volti ci sono giovani che vivono condizioni di precarietà, di incertezza e di difficoltà sempre maggiori».
L’artista ha poi richiamato una celebre riflessione di Pier Paolo Pasolini sul rapporto tra manifestanti e forze dell’ordine, osservando come anche oggi molte tensioni sociali abbiano radici profonde nelle disuguaglianze economiche e nelle condizioni materiali delle persone. «Quando aumentano le difficoltà e diminuiscono le prospettive, il rischio è che il disagio sociale diventi sempre più duro e difficile da governare».
Celestini ha infine ricordato un incontro pubblico a Taranto dedicato alla crisi dell’ex Ilva, riportando la testimonianza di un padre che aveva perso la figlia. «Mi colpì una frase terribile: non si chiedeva più soltanto di vivere, ma almeno di poter morire con dignità. È il punto più drammatico a cui una comunità possa arrivare».


