Sabato 10 ottobre, nella cornice dell’ex Consorzio Agrario di Anguillara Sabazia, la presentazione di Il corpo invaso di Elena Bibolotti ha offerto al pubblico un’occasione di confronto e riflessione che è andata ben oltre i confini della narrazione letteraria. L’incontro, inserito nel programma dell’assemblea congressuale e della festa del Circolo del Lago, ha visto l’autrice dialogare per circa un’ora e mezza con Ludovica Di Pietrantonio, direttore de L’agone, davanti a una platea numerosa, composta anche da diversi membri dell’associazione.
Ad aprire la serata, un breve video tratto dagli sceneggiati di Luigi Comencini, che ha introdotto immediatamente i presenti nelle atmosfere e nelle tematiche affrontate dal romanzo. Da quel primo momento, la conversazione si è sviluppata con delicatezza e profondità, accompagnando il pubblico dentro una storia che interroga il corpo, l’identità e il confine, spesso sottile, tra ciò che siamo e ciò che gli altri si aspettano da noi.
Fin dalle prime parole è emerso un punto essenziale: sarebbe riduttivo definire Il corpo invaso semplicemente come il romanzo di una donna repressa che scopre la propria identità, così come sarebbe limitante ricondurlo alla sola dimensione erotica. Entrambe le definizioni rischiano infatti di compiere proprio l’errore che il libro invita a mettere in discussione: tracciare un confine, fissare un’identità entro una categoria, stabilire dove qualcosa debba cominciare e dove debba finire.
La serata di Anguillara ha seguito invece il percorso opposto. Non delimitare, ma interrogare il confine. Comprendere che cosa accade quando viene attraversato, quando si incrina. Quello che è avvenuto sabato pomeriggio ha avuto un fine chiaro: non creare un confine, ma capire che cosa accade quando quel confine viene messo in discussione.
Attraverso un dialogo suggestivo e accurato, l’autrice insieme alla moderatrice, ha permesso ai numerosi presenti di individuare tutti quegli strumenti disseminati nella storia di Imma, in quella di Veronica, negli uomini che ha incontrato quest’ultima e nell’uomo che ha sposato la prima. Strumenti che hanno avuto un unico obiettivo: creare una scissione, attraversarla, invaderla completamente per conoscere quel confine e superarlo.
Il corpo, primo luogo della conoscenza
Il viaggio nel romanzo parte da un elemento fondamentale: il corpo. Elena Bibolotti non si limita a raccontarlo, ma, attraverso una scrittura intensa e sensoriale, conduce il lettore al suo interno. Odori, sapori e profumi diventano presenze vive sulla pagina, capaci di restituire la fisicità dell’esperienza e di trasformare la lettura in qualcosa che coinvolge anche i sensi.
Il corpo invaso non è soltanto un libro da leggere, ma un libro da attraversare e, in qualche modo, da vivere.
È proprio attraverso la scoperta e la progressiva riappropriazione del corpo che Imma riesce a conoscere se stessa e a incontrare una parte di sé che era sempre esistita, senza aver mai trovato la forza o lo spazio per emergere e affermarsi.
Il corpo di Imma è continuamente esposto all’invasione dell’altro, colonizzato da aspettative, ruoli e rappresentazioni che ne limitano la possibilità di espressione. Eppure è proprio tornando al corpo, interrogandolo e imparando a interpretarlo, che la protagonista riesce a incontrare Veronica.
Veronica non è un’altra donna. Non è una fuga, né una maschera dietro cui nascondersi. Veronica è Imma. È una possibilità di essere che prende forma quando la protagonista trova le parole per indagare ciò che fino a quel momento le era rimasto sconosciuto.
È qui che si inserisce uno dei nuclei più significativi emersi durante la presentazione: il rapporto tra parola e consapevolezza.
Nel romanzo, la parola precede la consapevolezza. Non conoscere i termini con cui definire ciò che accade significa, in qualche modo, non possedere ancora gli strumenti necessari per comprenderlo. Il linguaggio diventa così uno strumento di liberazione: dare un nome a qualcosa significa renderlo riconoscibile, sottrarlo all’indistinto e cominciare a esercitare su di esso una forma di consapevolezza.
La conquista del corpo coincide, dunque, con la progressiva conquista della parola. All’inizio Imma vive esperienze che non sa nominare; alla fine non è soltanto una donna che ha sperimentato il proprio corpo, ma una donna che ha imparato a interpretarlo. È forse proprio questo il passaggio decisivo dalla passività alla soggettività: non più soltanto vivere ciò che accade, ma riconoscerlo, comprenderlo e poterlo raccontare.

La crepa nella mascolinità e lo specchio dell’altro
Nel corso dell’incontro, l’autrice ha letto alcune pagine del libro, offrendo ai presenti un assaggio della sua scrittura e del suo universo narrativo. Da quella lettura è emerso un ulteriore elemento, meno immediato di quanto si potrebbe immaginare: Veronica non è una donna attratta dalla potenza maschile o dalla perfezione dell’uomo. Al contrario, cerca la crepa, il punto in cui la mascolinità mostra le proprie fragilità.
È proprio in quella frattura che Veronica trova una zona di sicurezza. Gli uomini che incontra non diventano interessanti perché incarnano un modello di perfezione, ma perché, nelle loro imperfezioni, le restituiscono un’immagine nella quale può riconoscersi.
Come si legge nel romanzo, «Loro le fanno da specchio, svelandosi così fragili le danno il coraggio di perdonarsi».
La fragilità dell’altro diventa così una possibilità di riconciliazione con se stessi. Lo specchio non restituisce più un’immagine ideale da raggiungere, ma una condizione umana imperfetta, nella quale è possibile riconoscere anche le proprie contraddizioni senza esserne sopraffatti.
La conversazione si è poi soffermata sulla scelta consapevole dell’autrice di inserire nel romanzo la nozione di psicopatia sessuale, espressione storicamente utilizzata anche per patologizzare il desiderio femminile e ricondurlo entro categorie definite da uno sguardo esterno. Una scelta che contribuisce a interrogare il modo in cui il desiderio delle donne è stato interpretato, giudicato e, talvolta, trasformato in una deviazione da correggere.
Da qui, il dialogo ha approfondito la distinzione tra sesso ed erotismo: il primo avvicina due corpi, mentre il secondo nasce dalla consapevolezza che l’altro rimanga irriducibilmente altro. L’erotismo non coincide, dunque, con la semplice vicinanza fisica, ma si apre nello spazio della differenza, là dove l’altro non può essere completamente posseduto, definito o ricondotto a ciò che desideriamo vedere in lui.
Anche le figure maschili di Giuliano, marito di Imma, e del padre della protagonista sono state analizzate alla luce di questa difficoltà. Due uomini diversi, ma accomunati dall’incapacità di fare i conti con un’eccedenza: in Imma esiste qualcosa che sfugge all’immagine che entrambi hanno costruito di lei. Un elemento che non riescono ad accogliere, perché mette in crisi il loro modo di comprenderla e di collocarla nel mondo.
Nel corso della presentazione, Bibolotti ha richiamato anche la legge Merlin, accompagnando il pubblico in una riflessione sulle sue implicazioni e sulle contraddizioni che ne attraversano la storia, soffermandosi sulle ombre di una vicenda che continua a interrogare il rapporto tra corpo femminile, desiderio, libertà e controllo sociale.

Essere donna, ieri come oggi
Al termine della presentazione, in un colloquio intenso e sincero con la direttrice de L’agone, Elena Bibolotti ha allargato lo sguardo dalla dimensione narrativa a quella sociale, soffermandosi sulle difficoltà che continuano ad accompagnare l’esperienza delle donne.
“Essere donna”, ha affermato l’autrice, “è difficile oggi come ieri. I problemi sono gli stessi, portare avanti casa, lavoro e famiglia, prendersi cura di bambini e anziani. Lo Stato ci ha sempre lasciate da sole. Oggi siamo più che mai alla mercé di questi tempi oscuri, dove la dialettica è stata sostituita dagli slogan. Il corpo invaso è però un romanzo di rivincita, dove sono i lettori a decidere il destino della protagonista”.
Parole che restituiscono il legame tra la vicenda individuale raccontata nel romanzo e una condizione più ampia, nella quale il corpo femminile continua a essere attraversato da aspettative, responsabilità e giudizi. Eppure, nelle parole dell’autrice, Il corpo invaso è anche un romanzo di rivincita: una storia in cui il destino della protagonista non è stabilito una volta per tutte, ma rimane affidato anche allo sguardo e all’interpretazione di chi legge.
Quando il corpo diventa casa
Al termine dell’incontro, le domande sembravano essersi lentamente dissolte, lasciando spazio a una riflessione più profonda. Forse, tra i presenti, non era più così importante stabilire chi fosse davvero Imma, chi fosse Veronica, che cosa rappresentasse Giuliano, dove finisse il desiderio e dove cominciasse la ferita.
Restava qualcosa di più essenziale.
Il corpo non è soltanto il luogo nel quale accade qualcosa: è il luogo in cui tutto ciò che accade continua ad abitare. Conserva le esperienze, le contraddizioni, le ferite e le possibilità che non abbiamo ancora imparato a riconoscere. Può diventare uno spazio occupato dallo sguardo altrui, dalle aspettative e dalle definizioni imposte dall’esterno. Ma può anche trasformarsi nel luogo di una riconquista, nel punto da cui ricominciare a conoscersi.
È qui che si compie il passaggio fondamentale: quando un corpo smette di essere soltanto invaso e diventa finalmente abitato.
Perché la vera libertà, come è emerso nel dialogo tra l’autrice e la direttrice, comincia forse proprio quando impariamo ad abitare quel corpo e le sue contraddizioni. Non come un luogo da difendere. Non come un oggetto da offrire. Non come una ferita da nascondere.
Ma semplicemente come casa.
E la presentazione si è conclusa con la domanda fatta dal direttore, rimasta sospesa oltre le pagine del libro e oltre la serata stessa: quanto tempo ci vuole per tornare a casa, quando noi siamo la casa?
Ludovica Di Pietrantonio


