Oggi, 8 ottobre 2026, è stata approvata alla Camera la nuova legge elettorale voluta dal governo di Giorgia Meloni. Con scrutinio segreto e senza intoppi la legge è stata approvata con 227 voti favorevoli e 164 contrari.
Tra martedì e mercoledì la camera aveva già approvato i primi tre articoli e l’ottavo, le parti del provvedimento precedentemente modificate dal Senato. Sui primi tre articoli il governo aveva deciso di porre la questione di fiducia, una questione che blinda il testo e impedisce ai parlamentari di modificarlo. In questo contesto, un voto contrario avrebbe messo in seria difficoltà la permanenza del governo.
Sull’articolo 8, il caso è diverso. Non era stato posta la questione di fiducia, perché sulle modifiche c’era un accordo ampio tra le diverse forze politiche.
Il voto di giovedì era quindi particolarmente delicato: una bocciatura avrebbe respinto la legge, senza però obbligare formalmente l’esecutivo alle dimissioni.
A differenza delle votazioni precedenti, il voto si è svolto a scrutinio segreto. I deputati potevano quindi esprimere il proprio dissenso, o assenso, senza essere individuati. I cosiddetti “franchi tiratori”. I parlamentari che possono scegliere di non seguire la linea indicata dal loro partito
La legge elettorale è stata chiamata lo “Stabilicum”, perché dovrebbe portare maggiore stabilità favorendo alleanze di governo più durature. Tra gli esperti in materia sono diffuse previsioni secondo cui questa legge elettorale potrebbe generare un parlamento senza maggiore chiarezza.
Cosa cambia per i partiti? Le coalizioni diventano più importanti. In proporzione al consenso un partito da solo può ottenere voti e seggi, ma per puntare al premio di maggioranza diventa fondamentale costruire una coalizione capace di superare il 42%.
Cambia anche il rapporto tra partiti ed elettori. Tornano le preferenze su tre candidati, ma resta bloccato il capolista. Il primo nome viene quindi deciso direttamente dal partito. Questa soluzione restituisce agli elettori una parte della scelta, ma continua a far detenere ai leader un certo controllo nella formazione del partito.
Infine, tra le norme più contestate, si ha la scelta che viene sottoposta ad ogni partito o coalizione. Bisognerà indicare il nome del candidato che intende proporre come Presidente del Consiglio. Questa norma cambia surrettiziamente la forma di governo, trasformando l’Italia in un premierato di fatto e ledendo i poteri del Presidente della Repubblica.
Per arginare questa critica la legge sottolinea che il nome sarà prettamente indicativo. Non si tratta quindi di un’elezione diretta del premier: la nomina continuerà a spettare al Presidente della Repubblica, come previsto dalla Costituzione.
Questa norma ha quindi un enorme effetto sulle coalizioni. Certamente sarà una scelta semplice per il centro-destra, meno per il campo largo.
Francesca Greco


