Il ricettario ai privati: l’ultimo regalo della Giunta Rocca

Mentre i cittadini del Lazio affrontano quotidianamente l’odissea di un sistema al collasso, fatto di liste d’attesa interminabili, visite specialistiche differite di mesi, pronto soccorso congestionati e servizi territoriali di prossimità sempre più fragili e inaccessibili, la Regione sceglie una direzione che riaccende i riflettori sugli equilibri tra pubblico e privato. Le risorse collettive dovrebbero essere destinate a rafforzare la sanità pubblica e a garantire a ogni persona il fondamentale diritto costituzionale alla salute, ma la Giunta presieduta dal presidente Rocca sembra si muova in senso diverso.

Come riportato da Il Fatto Quotidiano, con la delibera n. 629 del 30 luglio firmata dal direttore regionale della Sanità Andrea Urbani, la Regione ha deciso di estendere ai medici delle strutture private accreditate il potere di prescrivere farmaci e prestazioni diagnostiche e terapeutiche direttamente a carico del Servizio Sanitario Nazionale, affidando loro di fatto il ricettario pubblico. Il tutto nonostante lo stop imposto dalla giustizia amministrativa all’inizio di luglio, quando il Tar del Lazio aveva infatti accolto il ricorso presentato da sindacati e medici di base, bocciando categoricamente l’obbligo per i medici di medicina generale di trascrivere d’ufficio le ricette indicate dal privato convenzionato.

L’amministrazione regionale ha scelto comunque di cercare di aggirare l’ostacolo consegnando direttamente il timbro prescrittivo nelle mani degli specialisti delle cliniche accreditate. Il cuore del problema emerge chiaramente dall’allegato tecnico dell’atto: le prestazioni prescritte all’interno di tali strutture private dovranno essere obbligatoriamente prenotate ed erogate tramite le agende interne della struttura medesima. Si concretizza così un meccanismo a circuito chiuso in cui il committente coincide con l’esecutore, creando un sistema che si economicamente si autoalimenta. Chi accerta il bisogno clinico e redige la ricetta indirizza il paziente verso i propri stessi ambulatori, incassando poi i rimborsi della spesa sanitaria regionale.

Come denunciato dalle opposizioni in Consiglio regionale, si tratta di una vera e propria delega in bianco che rischia di favorire esclusivamente i grandi poli della sanità privata. A poter accedere a questa sperimentazione saranno i centri multispecialistici dotati di pronto soccorso o con almeno sei branche accreditate: una platea ristretta e potente che comprende le cliniche del gruppo San Raffaele riconducibili alla famiglia Angelucci, i colossi della sanità vaticana quali il Policlinico Gemelli e l’Isola Tiberina-Fatebenefratelli, oltre al Policlinico Casilino e all’European Hospital.

La scelta del Lazio si isola nel panorama nazionale e solleva pesanti interrogativi di legittimità: a differenza della Lombardia, dove la prescrizione privata è spendibile nell’intera rete sanitaria, o della Puglia, improntata a un rigido controllo, il caso laziale richiama direttamente il precedente del Piemonte, dove nel 2019 il Tar annullò un atto analogo ribadendo che la funzione prescrittiva compete esclusivamente ai medici dipendenti del SSN per evitare che i soggetti privati creino in autonomia la propria domanda di mercato. Di fronte alle perplessità sollevate e alla richiesta di chiarimenti, la Regione Lazio ha scelto finora la via del silenzio, mentre le reali esigenze dei cittadini rimangono in secondo piano.

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