Lucattini: “Quando emerge il sospetto di un disturbo attentivo è importante effettuare una valutazione integrata, che consideri sia gli aspetti neuropsicologici sia quelli emotivi e relazionali. Da una prospettiva psicoanalitica, l’osservazione del gioco, della qualità delle relazioni e della capacità di simbolizzazione aiuta a comprendere se la difficoltà attentiva sia legata principalmente a un disturbo del neurosviluppo o anche a vissuti emotivi e dinamiche relazionali che interferiscono con la regolazione interna del bambino”.
Intervista di Marialuisa Roscino
L’ADHD è una neurodivergenza: un modo diverso in cui il cervello elabora le informazioni, gestisce gli stimoli e regola gli impulsi. Si manifesta principalmente in tre modi: disattenzione, iperattività e impulsività. Spesso ci si concentra solo sulle sfide, ma la neurodivergenza porta con sé talenti unici: bambini con capacità di trovare soluzioni creative a cui altri, magari, non pensano, con “Hyperfocus”: quando un argomento li appassiona, possono raggiungere livelli di concentrazione e competenza incredibili, con “Energia e Resilienza”: una vitalità contagiosa e una grande capacità di ripartire dopo un errore. Come supportare allora un bambino neurodivergente – ADHD? Lo vediamo, in occasione della Settimana del Cervello 2026, in questa intervista insieme alla Dott.ssa Adelia Lucattini, Psichiatra e Psicoanalista Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana, in modo chiaro, togliendo un po’ di quel peso che spesso accompagna questo tipo di diagnosi.
Dott.ssa Lucattini, può spiegare cos’è, nello specifico, il Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività (ADHD) e che genere di fattori, a Suo avviso, può contribuire o amplificare la sua manifestazione?
Il Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività (ADHD) è definito dalle principali classificazioni internazionali come un disturbo del neurosviluppo caratterizzato da difficoltà persistenti nell’attenzione, nell’autoregolazione e nel controllo degli impulsi. Le ricerche più recenti mostrano che si tratta di una condizione multifattoriale, in cui predisposizioni neurobiologiche e genetiche interagiscono con fattori ambientali e relazionali.
L’attenzione non è soltanto una funzione intellettiva, ma si costruisce anche all’interno delle prime relazioni affettive. Il bambino sviluppa progressivamente la capacità di regolare gli impulsi e di concentrarsi grazie alle esperienze di contenimento emotivo e alla qualità dei legami familiari. Quando l’ambiente è segnato da stress, conflittualità o depressione genitoriale, il bambino può rimanere in uno stato di maggiore tensione emotiva che interferisce con la concentrazione e l’apprendimento. Gli studi più recenti indicano che il clima familiare e lo stile genitoriale possono rappresentare fattori protettivi oppure amplificare le difficoltà attentive nei bambini predisposti, confermando come lo sviluppo dell’attenzione sia il risultato dell’interazione tra vulnerabilità biologiche e contesto relazionale. La prevalenza stimata dell’ADHD nei bambini è oggi intorno al 5–7% a livello globale. (Prevention Science Journal, 2024).
Quali sono i segnali precoci da non sottovalutare?
I genitori osservano spesso alcune difficoltà già nelle attività quotidiane: fatica a mantenere la concentrazione nel gioco, irrequietezza motoria, tendenza a passare rapidamente da un’attività all’altra o a distrarsi anche durante esperienze che normalmente risultano piacevoli. Un elemento importante riguarda anche la qualità della relazione con l’adulto durante il compito: alcuni bambini faticano a condividere l’attenzione, a tollerare l’attesa o a mantenere un’attività insieme all’altro.
La capacità di attenzione è strettamente legata alla regolazione degli stati emotivi. Quando il bambino non riesce a “sostare” mentalmente su un’attività o a restare fermo fisicamente, può essere segnale di una difficoltà nel modulare eccitazione, frustrazione o tensione interna. Anche incidenti frequenti, comportamenti impulsivi o una apparente “sordità” ai richiami degli adulti possono indicare una difficoltà nella regolazione degli impulsi e nell’organizzazione dell’esperienza emotiva.
È importante ricordare che ciò che appare come semplice disattenzione può talvolta rappresentare una modalità con cui il bambino esprime o gestisce stati di ansia, eccitazione o disagio che non riesce ancora ad esprime attraverso il linguaggio verbale, a parole. Per questo l’osservazione precoce è fondamentale. Studi recenti mostrano infatti che interventi strutturati, soprattutto in ambito scolastico e familiare, possono migliorare significativamente le capacità attentive e la regolazione comportamentale nei bambini con ADHD, confermando l’importanza di riconoscere e affrontare precocemente questi segnali (Frontiers in Psychology, 2025).
Dott.ssa Lucattini, supportare un bambino con ADHD o altre neurodivergenze non significa solo fargli fare terapia, ma creare anche un ambiente favorevole intorno a lui, che sia a casa, a Scuola e in posti ricreativi dove solitamente svolge delle attività, cosa può dirci al riguardo?
Quando un adulto attraversa periodi di depressione, ansia o forte sovraccarico emotivo, può diventare più difficile offrire al figlio quella stabilità affettiva che favorisce la costruzione delle funzioni di regolazione, tra cui anche l’attenzione.
Dal punto di vista psicoanalitico, i genitori svolgono una funzione di contenimento emotivo: aiutano il bambino a dare senso alle proprie esperienze interne e a modulare stati di eccitazione, frustrazione o angoscia. Se questo contenimento è fragile perché l’adulto è a sua volta sopraffatto da tristezza, irritabilità o stress, il bambino può mostrare precocemente segni di disregolazione emotiva, che talvolta si esprimono come irrequietezza, difficoltà nel gioco condiviso o nel mantenere l’attenzione.
Per questo è importante che, quando un genitore si sente in difficoltà, possa chiedere un aiuto professionale. Prendersi cura del proprio benessere psicologico non è solo un atto personale, ma anche un modo per rafforzare la qualità della relazione con il bambino, offrendo un ambiente emotivo più sicuro e prevedibile. Numerosi studi recenti indicano infatti che la qualità delle interazioni genitore-figlio e la salute mentale dei genitori svolgono un ruolo significativo nello sviluppo della regolazione emotiva e attentiva nei bambini (Child Psychiatry & Human Development, 2025).
In che modo, è possibile migliorare il livello di concentrazione nei bambini durante le attività quotidiane?
La capacità di attenzione si sviluppa gradualmente e nasce all’interno di esperienze ripetute e condivise con i genitori e le persone a cui sono legati affettivamente. Il bambino impara a concentrarsi quando può fare esperienza di tempi prevedibili, relazioni stabili e attività svolte insieme all’adulto. La presenza di routine quotidiane, un ambiente ordinato e momenti dedicati al gioco o al lavoro condiviso aiutano il bambino a interiorizzare un ritmo che sostiene la capacità di restare mentalmente su un compito.
È utile favorire attività che richiedano attenzione progressiva – come leggere, disegnare, costruire o contare – evitando una stimolazione eccessiva o il multitasking precoce. Queste esperienze permettono al bambino di organizzare meglio il pensiero e di tollerare l’attesa e la frustrazione, aspetti fondamentali per la concentrazione.
Anche la ricerca scientifica più recente conferma che abitudini stabili, attività strutturate e movimento fisico regolare favoriscono lo sviluppo delle funzioni esecutive (come scritture, lettura, calcolo, disegno, etc.), dell’autoregolazione emotiva e dell’attenzione nei bambini, in particolare quando queste esperienze sono inserite in un contesto familiare e scolastico prevedibile e di supporto (Personality and Individual Differences, 2025).
Come è possibile intervenire per aiutare e supportare un bambino che presenta un disturbo attentivo?
Quando emerge il sospetto di un disturbo attentivo è importante effettuare una valutazione integrata, che consideri sia gli aspetti neuropsicologici sia quelli emotivi e relazionali. Da una prospettiva psicoanalitica, l’osservazione del gioco, della qualità delle relazioni e della capacità di simbolizzazione aiuta a comprendere se la difficoltà attentiva sia legata principalmente a un disturbo del neurosviluppo o anche a vissuti emotivi e dinamiche relazionali che interferiscono con la regolazione interna del bambino.
L’intervento può includere percorsi di riabilitazione neuropsicologica, psicoterapia psicodinamica o psicoanalitica infantile e, quando necessario, un lavoro di sostegno ai genitori. L’attenzione, infatti, si sviluppa anche grazie all’esperienza di contenimento emotivo: quando il bambino si sente sostenuto da adulti prevedibili e capaci di modulare gli stati affettivi, diventa più facile organizzare il pensiero e mantenere la concentrazione.
Le ricerche più recenti confermano che gli interventi risultano più efficaci quando integrano regolazione emotiva, supporto genitoriale e organizzazione dell’ambiente di vita, perché agiscono proprio sui processi di autoregolazione che sostengono l’attenzione (The Journal of Child Psychology and Psychiatry, 2026).
Quali consigli si sente di dare ai genitori?
-Osservare con attenzione senza allarmarsi. Se un bambino mostra difficoltà persistenti di concentrazione, impulsività o irrequietezza, meno frequente nelle bambine, è utile notare quando e in quali situazioni si manifestano. Non tutti i bambini vivaci hanno un disturbo da ADHD, ma segnali che durano nel tempo meritano attenzione;
-Rivolgersi a specialisti per una valutazione accurata. In presenza di dubbi è importante richiedere una valutazione specialistica, preferibilmente integrata tra neuropsichiatria infantile e psicologia clinica, per comprendere gli aspetti intellettivi, emotivi e relazionali del bambino per arrivare una diagnosi corretta;
-Costruire un ambiente quotidiano stabile e prevedibile. Routine chiare, tempi regolari per studio, gioco e riposo e attività svolte insieme all’adulto aiutano il bambino a sviluppare gradualmente la capacità di concentrazione e di autoregolazione;
-Collaborare con la scuola e, se necessario, predisporre un PDP. Quando le difficoltà attentive interferiscono con l’apprendimento, è utile lavorare insieme agli insegnanti per creare strategie didattiche adeguate e, se indicato, attivare un Piano Didattico Personalizzato (PDP) che aiuti il bambino a esprimere al meglio le proprie capacità ed a esprimersi liberamente;
-Affiancare il bambino con percorsi terapeutici adeguati. Gli interventi possono includere supporto psicologico e psicoanalitico, riabilitazione neuropsicologica, parent training e, quando necessario, trattamenti farmacologici. Il lavoro con i genitori è fondamentale perché un ambiente emotivamente caloroso e costante, favorisce lo sviluppo dell’attenzione e della regolazione emotiva del bambino.


