1 Febbraio, 2026
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Il rispetto del silenzio nella sala cinematografica: senso civico e sensibilità all’arte di una società allo specchio

Nel buio ovattato di una sala cinematografica, quando le luci si spengono e lo schermo si accende, accade qualcosa che va oltre la semplice visione di un film. È un rito individuale condiviso nel collettivo, fragile e potente allo stesso tempo, che si regge su un patto non scritto: il rispetto reciproco. Il silenzio, in quel contesto, non è un’imposizione sterile, ma una forma di educazione profonda, un gesto di attenzione verso l’altro, un atto civico.

Imparare a “stare” al cinema significa apprendere una grammatica invisibile fatta di ascolto, di misura, di consapevolezza dello spazio condiviso. Ogni sussurro evitato, ogni telefono spento, ogni risata trattenuta – in un momento in cui ridere sarebbe stato inopportuno – contribuisce a costruire un’esperienza immersiva che appartiene a tutti. È cultura del convivere, prima ancora che buona educazione. È il riconoscimento che il piacere individuale non può prescindere da quello collettivo.

Chi non percepisce il valore di questo silenzio, chi lo infrange con leggerezza o arroganza, non disturba soltanto la visione di un film: incrina un equilibrio sociale. Perché l’incapacità di rispettare una regola semplice, pensata per il bene comune, rivela spesso una difficoltà più ampia nel riconoscere i confini dell’altro. Il cinema diventa allora una metafora potente della vita civile: se non riesco a tacere per due ore affinché tutti possano vedere e sentire, come potrò rispettare il prossimo negli spazi più complessi della società?

Il senso civico nasce proprio da questi gesti minimi, apparentemente insignificanti. Non è fatto solo di grandi ideali o di leggi scritte, ma di comportamenti quotidiani che allenano l’empatia. Una sala cinematografica educa, se sappiamo ascoltarla: ci insegna che la libertà personale trova compimento solo nel rispetto condiviso, che la sensibilità verso gli altri è la vera misura della maturità di un cittadino.

Nel buio della sala, mentre scorrono le immagini, impariamo – o dovremmo imparare – a non calpestare il silenzio. Perché chi sa rispettarlo lì, probabilmente saprà farlo anche fuori, rispettare l’altro, nella luce incerta e complessa del mondo reale.

Marzia Onorato

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