Nel dibattito sulla scuola dell’infanzia, la domanda ritorna ciclicamente: è meglio organizzare le sezioni per età omogenea o mescolare bambini di 3, 4 e 5 anni? La risposta, come spesso accade in pedagogia, non è un verdetto netto ma un equilibrio di prospettive.
Le classi omogenee offrono un percorso più lineare. I bambini crescono fianco a fianco con compagni che condividono tappe di sviluppo simili; questo permette alle insegnanti di programmare attività mirate, calibrate su un unico livello di autonomia. Il primo anno, però, è un banco di prova impegnativo: le maestre devono accogliere un gruppo intero di treenni, tutti nuovi, tutti bisognosi di rassicurazioni, routine, presenza costante. È un lavoro intenso, “una fatica da cani”, come ammettono molte insegnanti. Ma superata la soglia iniziale, i due anni successivi scorrono con maggiore fluidità: il gruppo è stabile, affiatato, e il lavoro quotidiano diventa più sereno.
Le classi miste, al contrario, funzionano come una piccola comunità in miniatura. I più grandi diventano modelli spontanei, i più piccoli trovano riferimenti rassicuranti, e l’apprendimento si intreccia con la cura reciproca. Il carico di lavoro per le insegnanti è diverso: meno concentrato, più distribuito nel tempo. Non c’è un “anno zero” da affrontare in blocco, perché ogni settembre entra solo una parte del gruppo. Ma la complessità è costante: occorre orchestrare bisogni diversi, proporre attività differenziate, garantire stimoli adeguati a tutti. È un impegno più sottile, meno esplosivo ma più continuo.
Alla fine, però, al di là dei modelli organizzativi, emerge un dato che accomuna entrambe le scelte: la qualità educativa non dipende dalla struttura della classe, ma dalla passione delle maestre. È la loro capacità di osservare, accogliere, inventare, adattare, che trasforma una sezione in un luogo di crescita. Sono loro a fare la differenza, che si tratti di guidare un gruppo omogeneo verso la coesione o di armonizzare un gruppo misto in cui ogni età porta un dono diverso.
La pedagogia offre strumenti, modelli, teorie. Ma la scuola dell’infanzia, quella vera, vive nella relazione quotidiana e lì, più che altrove, la passione non è un dettaglio: è la radice di tutto.
Riccardo Agresti


