Antonio Spica: «Accessibilità come “cultura delle persone”»

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Antonio Spica, 44 anni, sposato, radici palermitane, lo intervistiamo che è in dolce attesa di due gemelline, ormai prossime; laureando in scienze della comunicazione, lavora al dipartimento della protezione civile nazionale (è un consulente esterno, nda) e si occupa di social media per quel che riguarda protezione civile e disabilità, un ufficio specifico nato nel 2010 su richiesta del capo dipartimento
Partiamo dal suo intercalare, lei non è braccianese. Ma è legatissimo a questo territorio.
«Sono arrivato a Bracciano nel 2009, mi sono innamorato del luogo, mi sono subito preoccupato del fatto che molti servizi non erano accessibili, partendo da marciapiedi, strade, fermata del treno… Non potevo prendere il treno per andare a lavorare, non c’era un servizio adeguato. Ho iniziato a muovermi in autonomia, vedendo che non c‘erano risposte da parte dell’amministrazione e mi sono “arrangiato”, la necessità fa virtù. Così una delle prime azioni che ho intrapreso è stata quella di chiedere prima al Comune, e poi – dopo una risposta negativa – a Ferrovie dello Stato, di avere un servizio per prendere il treno in sicurezza. Dopo quasi due anni ho ottenuto un sollevatore che mi permettesse di prendere il treno e persone fisse che, a chiamata, potessero portare avanti questo servizio di salita e discesa. Da li l’idea di aprire un’associazione, insieme ad alcune persone del territorio. Un’associazione che si occupa di dare servizi a persone che hanno esigenze specifiche, non solo disabilità motoria ma anche altre tipi di difficoltà, visiva o auditiva per esempio. Abbiamo cercato di trovare un escamotage senza puntare il dito contro nessuno. Ho vissuto in prima persona certi disservizi. Ma per chi non è abituato a vedere con gli occhi di chi si trova per esempio nella mia condizione, sarà sempre difficile capire quali sono le esigenze delle persone, anche se si è un buon amministratore. E’ fisiologico, chi si muove con le proprie gambe neanche si pone il problema del gradino, chi si muove in carrozzina quel gradino lo deve studiare».
Fra le sue passioni c’è l’associazionismo.
«Si, è vero, mi rappresenta da sempre, anche prima dell’incidente ero presidente di un motoclub perché per me andare in moto era un modo per fare amicizia, conoscere persone e condividere magari anche valori. Fare associazionismo è condivisione di valori».
Ecco, la moto… il suo incidente.
«Eravamo un gruppo di motociclisti, stavamo tornando a casa, ero all’inizio del gruppo, arrivati a un incrocio la ruota anteriore della mia moto è scivolata e sono caduto in avanti, dove c’era un’auto parcheggiata. Gli sono rovinato addosso. Ho battuto la testa, avevo comunque il casco, come sempre, ma mi si sono schiacciate le vertebre, sono rimasto paralizzato. Da subito, scavalcata la paura e il classico “e adesso come faccio?”, fui comunque consapevole che avrei voluto comunque vivere la mia vita in pieno. Non potevo perdere tempo, la nuova situazione avrei dovuto rispettarla e affrontarla. Così, mentre ero ancora in un centro di riabilitazione, cominciai tutto da capo visto che era diventata un’impresa perfino trasferirsi dal letto alla carrozzina. E non ero capace di vestirmi e lavarmi da solo. Come fossi nato una seconda volta, imparai tutto daccapo. Questa rinascita mi ha portato a cambiare lavoro. Chiusi l’attività che avevo in Sicilia; cercai una casa. Una volta pronto sono uscito dall’ospedale. Fu un momento importante, arrivato grazie a una chiacchierata avuta con il primario. Vivevo in una casa al terzo piano con i miei genitori, e per non metterli in difficoltà, per non creare nel loro dolore altri problemi, ho pensato bene di iniziare una nuova vita in un altro luogo».
Le mette paura la tornata elettorale?
«No, non mi mette paura. L’unica cosa che penso in continuazione è la speranza di saper fare tutto bene, nei tempi e nei modi corretti, anche perché è la prima volta che mi candido, sono io il leader, quello che deve trainare il gruppo. Magari arrivo stanco la sera per la forte responsabilità, ma la tornata elettorale non mi fa paura perché faccio volontariato da tanti anni e secondo me fare l’amministratore di un Comune è come farlo in una grande associazione, dove i progetti, le attività, le finalità non sono solo legate a una tipologia di attività, ma sono trasversali. Come la famiglia, la scuola, il lavoro, la cultura, lo sport, l’ambiente, il turismo… tutte attività che comunque quotidianamente ritrovo nell’attività dell’associazione. Quando parlo di accessibilità non intendo solo l’urbanistica, ma la cultura delle persone. Quindi, “come le persone guardano la diversità”. Ne parlo per esempio quando ho a che fare con gli operatori turistici per quel che riguarda l’accoglienza di ospiti con disabilità. Non mi focalizzo solo sulla disabilità, ma ampio la popolazione a 360 gradi, cosa che invece non vedo dagli altri amministratori. Che parlano di tutti i temi che possono dare risposte ai cittadini, ma ne parlano in maniera generale. Ne parlano come numero. Quando si parla di cittadini si deve parlare di uomini, donne, bambini, anziani, stranieri che vivono nel territorio, altrimenti non si fa l’amministrazione per tutto il comune, lo si fa solo per una parte. Ed è per questo che mi sono candidato. Perché l’attività che porto avanti non è solo per disabili, ma è per tutti. Quello che è comodo per una persona con disabilità è comodo per tutti».
Un esempio?
«L’attraversamento pedonale con il sensore acustico è accessibile alle persone non vedenti, ma è funzionale anche per chi non ha disabilità conclamate. L’esempio è il telefonino, viviamo guardandolo in continuazione, il sensore acustico aiuta anche chi è distratto dal cellulare, che con quel suono capisce che deve affrettare il passo…».
Si punta a cancellare le differenze di genere, spesso ci si riesce solo a parole. Essere in carrozzina per un sindaco è un deterrente?
«No, perché la discriminazione c’è solamente nelle persone che guardano la carrozzina e non osservano il volto né ascoltano quel che si dice. La carrozzina fa paura. Ma non a me, a chi mi guarda. Crea distanza non a me, ma alla persona che sta dall’altra parte. Quando abbiamo paura delle cose, o non le conosciamo, siamo portati a discriminarle. No, non è una discriminante, la carrozzina è uno strumento che permette di muoversi e vedere le cose da un’altra prospettiva. Da qui sopra (la carrozzina, nda) si vedono le cose in maniera diversa».
Cosa farà il giorno dopo le elezioni?
«Qualunque sia il risultato sicuramente positivo, voglio stare una giornata libero, senza telefono, con la mia famiglia. Perché dal giorno dopo comincerò a lavorare senza sosta».
Massimiliano Morelli

 

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