Donna: come biologia insegna

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Quest’anno a ridosso dell’8 marzo, giornata deputata alla celebrazione della donna, si è svolto il 71° Festival di Sanremo; nella penultima serata è stata invitata Beatrice Venezi, una talentuosa musicista, che alla giovane età di 31 anni ha raggiunto un profilo professionale internazionalmente riconosciuto. La professionista ad Amadeus che le ha chiesto come volesse essere definita, se ‘direttore’ o ‘direttrice’ d’orchestra, ha serenamente risposto: “Per me quello che conta è il talento e la preparazione con cui si svolge un determinato lavoro. Le professioni hanno un nome preciso e nel mio caso è ‘direttore d’orchestra’. Mi assumo la responsabilità di quello che sto dicendo”. Ecco, il fulcro di una leva che scardina un obsoleto concetto di inferiorità, sta tutto in queste poche e intelligenti parole, pronunciate con una graziosa solidità da far tremare i polsi. Quella ricorrenza sarà celebrata davvero se le donne inizieranno a spogliarsi di un minus che non le riguarda, distogliendo l’attenzione proprio su una differenza. Con ciò non nego l’importanza e l’altissimo valore di un percorso di emancipazione imposto da parametri culturali maschiocentrici.

Piuttosto la mia curiosità, che mi spinge a cercare le cause ultime, mi ha fatto considerare un aspetto focalizzato durante un convegno scientifico a cui ho avuto la possibilità di assistere, ovvero quello biologico, dove davvero si annida una differenza. Riporto in maniera semplicistica quello che compresi riguardo questa disuguaglianza. Sembrerebbe che fino alla quinta settimana di gestazione il cromosoma del feto sia esclusivamente XX, ovvero all’inizio della vita siamo tutte femmine. La necessità di rendere l’utero adeguatamente strutturato per accogliere e sviluppare la vita, fa sì che la gestante inizi a produrre un ormone tipicamente maschile, il testosterone; ciò comporta che alcuni geni di uno dei due cromosomi X receda e diventi Y, configurando così un genoma XY, ovvero un maschio. Il convegno, tenuto da un medico, si svolgeva in una facoltà di psicologia, e mi colpì molto l’argomentazione del professore, secondo la quale non sarebbe improbo stabilire che biologicamente il maschio è un difetto genetico della femmina. Al livello psicologico questo fa sì che l’uomo si senta sempre spinto a dover dimostrare una propria supremazia, inconsciamente afflitto dalla propria inferiorità. Perciò spenderà tutta la sua esistenza a rimarcare una superiorità che di fatto non ha; l’area degli istinti differenzierà sempre l’uomo come predatore di vita, guerriero, buon soldato (quindi con una natura impositiva) dalla donna, portatrice biologica della non violenza e custode naturale della vita. Ancestralmente quindi, al livello inconscio, l’uomo si sente sempre minacciato dalla paura dell’impotenza e preferisce essere cattivo, piuttosto che debole; la donna, spaventata dalla fantasia che il suo sotterraneo potere femminile, distrugga la virilità dell’uomo si è resa inconsapevolmente disponibile a essere mutilata di una parte di sé, per garantirsi la misera rassicurazione della dipendenza. Trovo questo postulato scientifico molto calzante con il ruolo di afflizione che la donna, nella maggior parte delle culture, è stata costretta a rivestire; da qui l’insindacabile valore di un percorso di riscatto, che ha portato indiscutibilmente i suoi frutti. Nella maggior parte delle culture occidentali sviluppate, la figura femminile è inserita capillarmente a pieno titolo nel tessuto sociale, rivestendo sempre più spesso ruoli apicali.

Da donna ritengo, però, che nelle candide parole della Venezi si annidi una preziosa verità; incentrarsi sempre nella differenza fa sì che di una diversità si parli ancora, fa sì che l’uguaglianza debba essere rivendicata, accettando una provocazione culturale che non ha ragione di esistere. Perché prevalga un valore uguale o addirittura superiore a quello dell’uomo, non occorre misurarsi sempre sul terreno del confronto. Ritengo che valga il principio millenario di non contrapposizione, modulato dalle discipline marziali orientali, secondo il quale continuare a voler scardinare quell’immotivata supremazia rischia semplicemente di dargli forza. Da donna non vorrei mai vedermi riservato qualcosa, perché sono fermamente convinta di potermelo prendere indipendentemente, per cui il mio 8 marzo ho intenzione di celebrarlo ogni giorno, grata alle tantissime donne che mi hanno preceduta, distinguendosi per il loro valore. Non più brave di un uomo, dunque, ma più brave; non più intelligenti, ma intelligenti; non resilienti ma irremovibili, come biologia insegna.
Ludovica Di Pietrantonio

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