Bonifici di Philip Morris a Casaleggio, ecco il file con tutti i pagamenti dei 2,4 milioni

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Il rapporto commerciale tra Casaleggio Associati (P.IVA 04215320963e Philip Morris Italia (P.IVA 06657521008) ha inizio nel settembre 2017.

Ad oggi la società milanese ha ricevuto dalla multinazionale del tabacco poco meno di 2 milioni e 400mila euro lordi. Sono quarantanove le fatture che raccontano il potenziale conflitto di interessi del fondatore del Movimento cinque stelle su cui ha aperto un’inchiesta, per ora senza indagati, la magistratura: 49 fatture ognuna con un numero progressivo e cadenza mensile che variano da 40 a 50 mila euro ciascuna, tranne due da 140mila datate novembre 2018 e lo stesso mese dell’anno seguente.

L’oggetto di questa consulenza non è noto: in un recente comunicato stampa l’azienda milanese ha replicato attraverso il suo ufficio stampa, l’agenzia Visverbi, che “per policy aziendale CA non rilascia mai informazioni relative ai propri clienti”. Non c’è mai stata però alcuna smentita né sull’esistenza del vincolo commerciale né tantomeno sull’ammontare delle cifre che per primo Il Riformista ha rivelato. Ieri la Stampa di Torino ha rivelato che la Procura di Milano ha aperto un’inchiesta sulla vicenda. Al momento non ci sarebbero indagati. Il rapporto commerciale tra le due entità interseca le vicende politiche.

Nello stesso periodo in cui Casaleggio godeva della prestigiosa consulenza di una multinazionale, il governo Conte, sia con la Lega che con il PD, ha dimezzato le tasse sul tabacco riscaldato, un prodotto di cui Philip Morris è protagonista assoluto. L’incidenza del rapporto con Philip Morris è assolutamente rilevante sul bilancio della Casaleggio associati. Nel 2018 il fatturato raddoppia rispetto all’anno prima attestandosi a 2,04 milioni di euro. Philip Morris versa nelle case di CA 607mila euro, oltre un terzo. L’anno seguente Casaleggio Associati dichiara 2,2 milioni di fatturato di cui 648mila derivano dal contratto con Philip Morris. Nel 2019 quindi la multinazionale del tabacco “pesa” per quasi il 29.5% per cento sul fatturato.

(Il Riformista)

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