LAGONE

Cinema da camera 12. CESARE DEVE MORIRE del 2012 Paolo e Vittorio Taviani  

Cinema da camera 12. CESARE DEVE MORIRE del 2012  Paolo e Vittorio Taviani   
dicembre 02
14:55 2018

di Marco Feole

 

Per prima cosa consiglio a tutti, a chiunque non abbia mai visto un loro film, una loro opera, di farlo. Subito! Paolo e Vittorio Taviani, quest’ultimo purtroppo recentemente scomparso proprio quest’anno, sono due registi e sceneggiatori italiani, tra i più bravi e tra i principali motivi di vanto del “nostro” Cinema.

Oggi proviamo intanto a raccontarvi quando portarono nel 2012 Shakespeare in carcere. Con il loro Cesare deve morire.

C’è un teatro, non come tutti gli altri però, o non come quelli che siamo abituati a vedere. Ma quello del carcere di Rebibbia, dove si conclude la rappresentazione del Giulio Cesare di Shakespeare, affidata ai detenuti della sezione alta sicurezza. I detenuti in veste di attori, tornano nelle celle, dove sei mesi prima il direttore del carcere aveva esposto il progetto teatrale dell’anno ai detenuti che intendevano interpretarlo. Seguiranno i provini, nel corso dei quali verrà richiesto ad ogni detenuto di esporre le proprie generalità con due modalità emotive differenti. I ruoli verranno assegnati e man mano lo spettacolo Shakesperiano prenderà forma.

Sarà un’occasione importante per gli “attori” in questione di comprendere le passioni, i legami, ma anche i tradimenti presenti nella vita dell’uomo che non sono mai cambiate nel corso dei secoli. E che forse le vicende della storia messa in scena riproducono solo in scala diversa, quelle delle vite di tutti noi. Colpisce come ogni detenuto sente e pronuncia le battute come se sgorgassero dal suo intimo. Rappresentando la propria vita, le proprie scelte, i propri errori.

La pellicola, girata in stile docu-drama, mette insieme numerose testimonianze, in gran parte appunto con stile documentaristico. Mostrando anche a chi non ha mai messo piede dentro un carcere, come il teatro rappresenta uno strumento a volte fondamentale per il percorso di reinserimento del detenuto nella società. I fratelli Taviani cercavano proprio questo, e riescono nella loro fusione a colpire nel segno pur scegliendo con tanto coraggio l’immagine in bianco e nero.

Paolo e Vittorio Taviani hanno da sempre mostrato la loro Arte tra tecnica e umanità. In questo caso, non c’è nulla di nuovo nell’utilizzare attori non attori, ma quello che importa qui è la formula, per nulla semplice, piena di insidie. Che non hanno per nulla scalfito questa coppia di registi e autori italiani che meritano di far parte della cultura di tutti noi.

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