LAGONE

Il Paleocristiano ad Anguillara: le pitture del ninfeo del complesso romano dell’Acqua Claudia

Il Paleocristiano ad Anguillara: le pitture del ninfeo del complesso romano dell’Acqua Claudia
novembre 01
19:16 2018

 

Sono stati recentemente individuati alcuni frammenti pittorici presso il Complesso archeologico dell’Acqua Claudia situato all’interno dell’omonimo stabilimento idrominerale ad Anguillara Sabazia. Il complesso, la cui prima fase si colloca cronologicamente tra il 40 e il 30 a.C. è stata una delle prime residenze di epoca tardo-repubblicana conosciute nell’intero comprensorio sabatino, sviluppatosi tra la fine del III e l’inizio del II secolo a.C. grazie alla costruzione della via consolare Clodia, importante arteria stradale che collegava Roma con Ansedonia. Pochi altri complessi dell’epoca sono conosciuti, la maggior parte dei quali identificati con uno studio sui siti perilacustri in seguito all’abbassamento della quota del lago di Bracciano.

La datazione del Complesso (orientato da N-O a S-E) è stata possibile grazie ad uno attento studio delle murature e all’osservazione delle cortine, che testimoniano l’utilizzazione della tecnica costruttiva dell’opus quasi-reticulatum, La struttura si incentra in un grandioso emiciclo avente una corda di ottantasette metri delimitata alle due estremità da due ninfei dei quali è attualmente è visibile solo quello di sinistra, l’intera struttura è disposta su tre livelli. Al centro dell’emiciclo si apre un ingresso inquadrato da semicolonne che introduce sull’Ambulacro, superato questo ci si trova difronte ad un ninfeo monumentale ricavato sul fianco della collina per tre quarti della sua altezza, mentre l’unico lato scoperto è in asse con l’ingresso centrale. Sul lato destro un piccolo Mitreo ad uso esclusivamente privato (probabilmente uno dei più antichi d’Italia), mentre sul lato sinistro un ingresso che conduce probabilmente ad un secondo ambiente ipogeo attualmente colmato con circa 2,5 metri di stratigrafia e forse parzialmente crollato.

Il ninfeo centrale, riempito per circa metà della sua altezza da stratigrafia, ha restituito, durante un sondaggio esplorativo di circa 2 metri di larghezza e 2,5 metri di profondità al centro della parete di fondo, una nicchia absidata di m. 1,61×1,23 profonda metri 2,5, parzialmente scavata nel banco roccioso con due fori speculari, probabilmente destinati ad alimentare la sottostante fontana romana oggi andata perduta. Il sondaggio ha evidenziato ben dodici piccole stratigrafie composte in larga maggioranza da materiali inerti, ceneri, terriccio con poca ceramica, e in alcune di queste sono state rinvenute alcune monete che ci hanno permesso di datare con maggior precisione strati e relative frequentazioni: Paolo V (1610), Innocenzo XI (1680), Clemente XI (1700\1721), Clemente XII (1730), Pio VII (1802).

La nicchia presenta sul pavimento una unità stratigrafica negativa scavata nel banco roccioso, a forma semicircolare, probabile alloggiamento di un fonte battesimale. La volta della nicchia presenta uno strato di intonaco dove sono state rinvenute alcune tracce pittoriche di tematica cristiana. A causa del pessimo stato di conservazione all’atto del ritrovamento (gli affreschi sono stati volontariamente danneggiati in epoca imprecisata) lo studio è avvenuto solo attraverso il materiale fotografico. Nei pochi frammenti rimasti possiamo vedere un’immagine di un volatile, di una barca e di un fiore. I soggetti indicati si trovano nella parte destra dell’abside, rappresentati in maniera anomala, perché sono posizionati verticalmente. Se si analizzano in maniera dettagliata l’immagine del volatile, possiamo notare che il soggetto è stato realizzato nei minimi particolari, ricordando le pitture presenti nelle antiche domus. Dal materiale fotografico si può intravedere una pittura con due soggetti uno maschile e uno femminile, probabilmente ritraggono coloro che hanno commissionato la pittura, che sembrano entrambi posizionati su un sarcofago. S’intravede una donna e un uomo rappresentati in maniera stilizzata, la donna è rappresentata con un abito che ricorda il chitone di tradizione romana, mentre l’uomo sembra che indossi una corazza o divisa militare entrambi sembrano essere stati affrescati con il pigmento blu per gli abiti e il rosso per le fisionomie. Forse in origine i pigmenti utilizzati potevano essere di un altro colore da come li vediamo oggi perché potrebbe essere il risultato di un processo chimico di alterazione del colore dovuto alla presenza di biacca come elemento di preparazione. Si può ipotizzare, mediante comparazione ed analisi stilistica che la pittura potrebbe risalire al III secolo d.C. trovando netti parallelismi con alcuni affreschi ritrovati nelle catacombe di S. Callisto e Priscilla.

Giovanni Mattia Marino e Giovanni Bitti

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