I miei rapporti con il Pronto Soccorso sono sempre stati limiti a interventi tecnici sulle apparecchiature mediche. Tuttavia, qualche tempo fa, sono stato costretto a recarmi al Pronto Soccorso per una forte colica renale. Una vicissitudine personale mi ha scaraventato nella posizione del paziente, in quella posizione nella quale ogni giorno si trovano decine e decine di persone, e lì la prospettiva è cambiata considerevolmente. In quei giorni al pronto soccorso ho potuto constatare come sono costretti a lavorare medici e personale sanitario, a cui va tutta la mia solidarietà, soprattutto per la carenza di organico. Durante l’attesa per essere visitato, in ragione di forti dolori che divenivano sempre meno sopportabili, ho chiesto alle infermiere se avessero potuto somministrarmi un antidolorifico, ma la risposta è stata chiara e decisa: loro, in qualità di infermieri, non potevano somministrarmi nessun farmaco, almeno non prima della visita del medico. Potete agevolmente immaginare quanti codici rossi ho dovuto attendere prima della visita. Allora una domanda mi è sorta quasi spontaneamente: perché agli infermieri professionali, che oggi sono laureati, non gli possono essere assegnati compiti di primo intervento?
A fronte della mia poca conoscenza nel campo e trascinato da una forte curiosità, questa stessa domanda l’ho rivolta all’intelligenza artificiale, chiedendo se vi siano paesi in cui questo problema è stato già risolto ed è solo un ricordo lontano. La risposta non è stata poi così sorprendente, se non fosse per la rapidità con la quale mi è stata fornita; in alcuni Stati hanno già provveduto ad assegnare agli infermieri, dopo un triage, compiti di primo soccorso, come somministrazione di medicinali o esecuzione di piccoli interventi chirurgici. I Paesi in cui c’è una maggiore responsabilizzazione degli infermieri sono: Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Australia e Nuova Zelanda. In questi Stati, grazie ad una formazione avanzata, è possibile per gli infermieri prescrivere farmaci, antibiotici, eseguire suture, drenare ascessi, eseguire piccoli interventi di chirurgia ambulatoriale e gestire autonomamente pazienti che attendono in Pronto Soccorso.
Dopo aver attentamente letto queste informazioni, mi sono chiesto, con la speranza che la mia non rimanga una speranza utopica, se non sia possibile provare ad avvicinarci a questo modello anche in Italia. Senz’altro questo consentirebbe ai Pronto Soccorso di gestire in maniera più celere e ordinata le molte urgenze che hanno. Soprattutto nell’ottica del territorio, un problema analogo potrebbe presentarsi per le Case di Comunità, che nel caso in cui dovessero concretamente vedere luce, si pongono, insieme al Pronto Soccorso, come la prima porta d’accesso alla Sanità Pubblica.
Ho chiuso il computer con la speranza e il desiderio che un giorno, tra quei Paesi che venivano citati dall’AI ci possa essere anche l’Italia.
Benedetto Titocci


