“Il coraggio nasce dalla paura”: Piero Grasso e la lezione di una vita intera
L’ex presidente del Senato e magistrato antimafia ha incontrato le studentesse e gli studenti del liceo “Vian” e dell’IC “Don Bosco”. Un’ora di emozioni, verità e scintille di futuro, con la voce di un uomo che ha scelto, per tutta la vita, di stare dalla parte giusta.
Una standing ovation ha accolto il 19 maggio mattina Piero Grasso nell’aula magna del liceo gremita di studenti. Non è il saluto riservato a un ospite qualunque, ma il riconoscimento spontaneo che si tributa a un uomo che ha scelto, per oltre quarant’anni, di vivere pericolosamente pur di restare dalla parte giusta. Magistrato dal 1969, giudice a latere del più grande processo penale della storia repubblicana, Procuratore nazionale antimafia e infine Presidente del Senato, Grasso si è avvicinato ai ragazzi con la naturalezza di chi vuole condividere una idea con la stessa passione di chi lo ascolta.
Dopo la presentazione da parte della Dirigente scolastico prof.ssa Lucia Lolli, le domande degli studenti si sono susseguite senza sosta per oltre un’ora, tutte profonde, intelligenti e taglienti. Lui ha risposto a ognuna con la chiarezza che lo contraddistingue: nessun gergo istituzionale, nessuna retorica di circostanza. Solo la voce di chi ha visto da vicino il peggio e ha scelto, ogni volta, di non cedere.
“Il coraggio non è l’assenza della paura. È non lasciarsi immobilizzare da essa per continuare a camminare secondo i propri ideali.”
La foto della decisione
La sua storia professionale comincia da un’immagine vista su un giornale da ragazzo: una madre in lutto china sul figlio ucciso, e accanto a lei un magistrato in giacca. Fu quella foto, sul quotidiano palermitano “L’ora”, a fargli decidere la strada.
“Volevo essere libero”, ha spiegato Grasso agli studenti. “Solo con la propria coscienza. Fare giustizia senza dover rendere conto a nessun altro se non alla mia coscienza.” Un ideale che ha difeso a caro prezzo: quarant’anni sotto scorta, la libertà di muoversi da solo perduta, il rapporto col figlio sacrificato sull’altare del dovere.
Piersanti Mattarella
Il suo primo vero scontro con la mafia avviene il 6 gennaio 1980. È il giorno dell’Epifania quando Piersanti Mattarella, presidente della Regione Siciliana, fratello maggiore dell’attuale Capo dello Stato Sergio Mattarella, viene assassinato a Palermo mentre si reca a messa con la moglie e i figli. Un killer gli spara a bruciapelo dal finestrino della sua Fiat 132. Grasso, magistrato di turno, è tra i primi ad arrivare sul luogo del delitto. “Era un omicidio che mescolava politica e mafia in modo inestricabile”, ha ricordato. Mattarella stava cercando di costruire una Sicilia diversa, spezzando quel “perverso circuito” tra Cosa Nostra e Pubblica Amministrazione che garantiva appalti, favori e impunità. Lo avevano ucciso proprio per questo.
Il Maxiprocesso
Il capitolo più imponente della sua carriera resta il maxiprocesso a Cosa Nostra, celebrato tra il 1986 e il 1987 nell’aula bunker del carcere dell’Ucciardone di Palermo, una struttura costruita appositamente, soprannominata dagli addetti ai lavori “l’astronave verde”. Grasso vi partecipò come giudice a latere, accanto al presidente di Corte d’Assise Alfonso Giordano. Trovare magistrati disposti a presiedere quel processo non era stato facile: ben dieci avevano declinato prima che l’incarico venisse accettato. Chiamato a quel lavoro da Giovanni Falcone, Grasso si trovò davanti ad una stanza blindata “con quattro pareti piene di scaffali da cielo a terra”: 400.000 fogli da studiare, 475 imputati, i vertici di Cosa Nostra alla sbarra per la prima volta nella storia.
Tommaso Buscetta
Il momento più memorabile dell’intero processo fu la testimonianza di Tommaso Buscetta, detto il “Padrino dei due mondi”: il 3 aprile 1986, il boss arrestato in Brasile nel 1983 e poi estradato in Italia entrò per la prima volta nell’aula bunker e rivelò pubblicamente la struttura di Cosa Nostra. Per la prima volta i segreti dell’organizzazione erano svelati da un mafioso che aveva scelto di collaborare. “Fu la svolta del processo”, ha ricordato Grasso. La sentenza del 16 dicembre 1987 fu storica: 19 ergastoli, 2.665 anni complessivi di carcere. La mafia esisteva — e ora lo diceva un tribunale.
“Nessuno pensava che ce l’avremmo fatta. Invece riuscimmo a dimostrare, in un’aula di Corte d’Assise, l’esistenza della mafia.”
La tuta strappata
Grasso ha raccontato agli studenti la pressione fisicamente sfinente di quegli anni con un episodio emblematico. Mentre sfidava l’orologio per completare le motivazioni della sentenza, ogni giorno di ritardo avvicinava la prescrizione per qualche imputato, suo figlio entrò in ufficio agitando una tuta strappata per fare educazione fisica. Scese a comprarne una nuova e, sulla strada, incrociò uno degli imputati appena scarcerato. Tornò al tavolo, aprì la pratica e scoprì di star completando la scheda di un uomo accusato di numerosi omicidi: era proprio quel ragazzo. “Per un istante mi chiesi: chi me lo fa fare?” racconta con voce ferma. “Poi mi tornarono in mente le parole di Falcone: il senso del dovere è la cosa più importante. Bisogna fare sempre ciò che si deve, a testa alta, schiena dritta.”
La minaccia
Quando seppe che Giovanni Brusca stava progettando di sequestrare suo figlio, decise di proteggerlo nel solo modo possibile: allontanarlo. Lo fece trasferire a Roma, chiedendogli di lasciare all’improvviso la città, gli amici e soprattutto la squadra di calcio a cui era profondamente legato. Per il ragazzo fu un sacrificio enorme, ma non ne comprese il motivo: il padre non poteva rivelargli che quella scelta era l’unico modo per sottrarlo a un piano mafioso.
Quel progetto criminale, come emerso in diversi procedimenti giudiziari, rientrava nella strategia di Cosa Nostra di colpire i familiari per forzare o riattivare contatti e pressioni verso lo Stato, in un periodo in cui il dialogo sotterraneo tra le parti si era indebolito.
Il figlio, ignaro del pericolo, perse un anno di università e dovette ricominciare da capo in una città nuova. Poi, fortunatamente, il gruppo incaricato del sequestro venne arrestato prima di poter agire.
L’epilogo, quasi paradossale, arrivò anni dopo: superato il concorso in polizia, quel ragazzo si ritrovò a dover garantire la sicurezza proprio a Giovanni Brusca, l’uomo che un tempo aveva progettato di rapirlo.
Le scintille del futuro
Dopo il maxiprocesso, Grasso affiancò Falcone al Ministero di Grazia e Giustizia a Roma, dove insieme disegnarono le nuove strategie antimafia: nacquero la Procura nazionale antimafia, le Direzioni distrettuali e la DIA. Fu un periodo “breve ma epocale”, interrotto dalla strage di Capaci del 23 maggio 1992, in cui morirono Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti di scorta, e poi da quella di via D’Amelio, che strappò Paolo Borsellino cinquantasette giorni dopo.
Grasso racconta un episodio straordinario.
Falcone aveva consegnato a Grasso il proprio accendino d’argento, chiedendogli di custodirlo: stava tentando di smettere di fumare e voleva una garanzia che non avrebbe ceduto. “Me lo ridarai solo se voglio ricominciare”, aveva detto. Grasso lo accettò, convinto di doverlo restituire presto. Grasso e Falcone rientravano sempre insieme a Palermo da Roma, rientrando con l’auto di Falcone. Ma quel giorno fatidico Falcone, che aveva rinviato la partenza per un impegno della moglie, Grasso cercò di partire ugualmente senza trovare posto in aereo, poi, per un concorso di circostanze quasi incredibile, un onorevole che disdisse il biglietto all’ultimo minuto, una telefonata da Fiumicino, riuscì a imbarcarsi su un volo. Il giorno dopo, la strage di Capaci dove avrebbe perso la vita anche lui, se non fosse riuscito a partire. Grasso accorse all’ospedale sperando in un miracolo. Lì trovò Borsellino. “Il suo volto diceva tutto.”
“Da quel giorno porto quell’accendino sempre in tasca. Produce scintille. E voglio che quelle scintille accendano fiaccole nei giovani.”
La terza parte
Grasso non si fermò. Nel 2005 fu nominato Procuratore nazionale antimafia, coronando la sua carriera con la cattura di Bernardo Provenzano, il boss dei boss latitante da quarant’anni, nel 2006. Nel 2013 fu eletto senatore, poi Presidente del Senato. Ma è la terza parte della sua vita, quella che lo porta oggi nelle scuole, che sente forse più sua: diffondere tra i giovani l’idea della giustizia e della legalità, custodire la memoria di chi non c’è più.
Invisibile
A chi gli ha chiesto come mai la mafia sembri lontana dalla vita quotidiana, Grasso ha risposto con nettezza: “Oggi è invisibile. Si è infiltrata nell’economia legale, gestisce appalti, smaltisce rifiuti a prezzi impossibili perché li seppellisce illegalmente e con quei prezzi strangola chi lavora onestamente.” Il comodo “tanto lo fanno tutti”, ha avvertito, è la prima porta che la criminalità attraversa. Ogni piccolo cedimento personale alimenta un danno collettivo.
Prima di congedarsi, Grasso ha raccontato un episodio che gli dà ancora oggi la forza di continuare nel suo progetto di educazione alla legalità. Due figlie di un boss mafioso arrestato, che a scuola avevano seguito un percorso di legalità, riuscirono a convincere la madre a collaborare con la giustizia. “Erano bambine”, ha detto con voce commossa. “Capaci di fare ciò che molti adulti non riescono a fare.” Oggi quelle ragazze si sono laureate. Per storie come questa ha fondato l’associazione Scintille di Futuro: custodire la memoria, abitare il presente, costruire il domani.
La sala ha applaudito di nuovo. Stavolta non sembrava un benvenuto. Sembrava una promessa.
Riccardo Agresti
Foto di Giovanni Furgiuele e Lorenzo Avincola


