IΒ Un’eccezione nella storia del mondo
Vi sono momenti nella storia in cui un popolo non imbraccia le armi per conquistare la propria libertΓ , ma la sceglie con una matita, in silenzio, dentro una cabina elettorale. Il 2 giugno 1946 fu uno di questi momenti rari e preziosi.
Pochissimi tra gli attuali Stati sovrani, una piccola minoranza, appena il dieci per cento del totale, sono nati attraverso processi pienamente pacifici, negoziati e consacrati dal voto popolare, senza guerre d’indipendenza, colpi di Stato o violenze diffuse. La maggior parte delle indipendenze del Novecento Γ¨ avvenuta nel sangue e nel fuoco. L’Italia compΓ¬ invece il miracolo discreto della transizione: da monarchia a repubblica, per libera scelta dei suoi cittadini.
Casi analoghi si contano sulle dita di una mano: il Montenegro nel 2006, Palau nel 1994, la Repubblica Ceca e la Slovacchia nel 1993 con la loro separazione vellutata. Poche storie, pochissime, in cui la democrazia non fu il premio di una guerra, ma la scena stessa della fondazione.
IIΒ Il voto che divise l’Italia in due
Eppure anche in quel referendum vi era una frattura, silenziosa e profonda. Il Nord votΓ² Repubblica, il Sud votΓ² Monarchia. Questo Γ¨ uno dei fenomeni politici piΓΉ studiati e piΓΉ suggestivi della storia italiana: due metΓ di uno stesso Paese che guardavano il futuro con occhi diversi, attraverso esperienze diverse, memorie diverse.
Le motivazioni sono stratificate, storiche, sociali, psicologiche e anche legate alla propaganda dell’epoca. Il Nord aveva vissuto due anni di guerra civile, l’occupazione nazista, la Repubblica Sociale Italiana. Aveva conosciuto la clandestinitΓ , i rastrellamenti, le fucilazioni alle prime luci dell’alba. La Resistenza, nerbo morale del Settentrione, aveva una cultura spiccatamente repubblicana e, soprattutto, al Nord la monarchia era percepita come compromessa col fascismo, come corresponsabile della tragedia: erano stati i Savoia ad avallare le leggi razziali, a concedere i pieni poteri a Mussolini, a fuggire da Roma nella notte tra il 9 e il 10 settembre 1943 come chi abbandona una nave che affonda.
Il Sud, invece, era stato liberato giΓ nel 1943. Non aveva conosciuto la RSI, nΓ© la guerra civile nel suo senso piΓΉ lacerante. La monarchia era rimasta fisicamente presente, a Brindisi prima, a Salerno poi, come garante dell’ordine durante il caos dell’armistizio. Il re e il governo Badoglio erano stati percepiti come coloro che “tenevano insieme” lo Stato nel momento del crollo. Una percezione distorta, forse, ma potente.
IIIΒ Le radici del voto meridionale
C’Γ¨ qualcosa di paradossale, e insieme di illuminante, nel voto monarchico del Mezzogiorno. Un paradosso che non smette di interrogarci.
Il Sud aveva votato per i Savoia, proprio quei Savoia che nel 1860-61 avevano “conquistato” il Mezzogiorno grazie a Garibaldi, che avevano scatenato la feroce repressione del brigantaggio, che avevano aperto la Questione Meridionale, quella ferita mai del tutto rimarginata nel corpo dell’Italia unita.
Ma il voto del 1946 non era un giudizio sul Risorgimento. Era un giudizio sul presente. La narrazione critica dell’unificazione come “invasione piemontese” sarebbe venuta decenni dopo, soprattutto dagli anni Sessanta in poi. Nel 1946, la scuola, la Chiesa e l’amministrazione statale avevano trasmesso per generazioni una narrazione patriottica e unitaria: i Savoia erano presentati come padri della patria, non come conquistatori. La memoria popolare del brigantaggio era stata rimossa o reinterpretata come semplice banditismo.
Pesava di piΓΉ la struttura sociale del Mezzogiorno: rurale, gerarchica, dominata da notabili locali, fortemente legata alla Chiesa. In quel contesto, la monarchia rappresentava continuitΓ e stabilitΓ ; la Repubblica era un’incognita, talvolta percepita come minaccia rivoluzionaria, come anticamera del comunismo. I parroci, pur in assenza di indicazioni ufficiali del Vaticano, spesso orientavano i fedeli verso la scelta conservatrice. Non fu un voto ideologico, fu un voto della paura e della tradizione.
Vi era anche, in quel suffragio meridionale, qualcosa che si potrebbe definire un voto di gratitudine. Tra il 1943 e il 1946, il Sud era stato governato dal cosiddetto Regno del Sud: la monarchia aveva garantito la continuitΓ amministrativa, i funzionari erano rimasti al loro posto, i prefetti, i carabinieri, gli insegnanti avevano continuato a svolgere il loro ruolo. Nella devastazione della guerra, questa continuitΓ aveva un valore enorme.
IVΒ Il lago e la Roma: un microcosmo
Anche nell’area lacustre a nord di Roma, i borghi di Bracciano, Anguillara, Trevignano, Manziana, Canale Monterano, Γ¨ altamente probabile che prevalesse il voto monarchico. Non esistono dati di dettaglio per singolo comune nei risultati ufficiali pubblicati dalla Corte di Cassazione nel 1946: le fonti riportano solo risultati per regione e per collegio elettorale.
Eppure la tendenza territoriale Γ¨ chiara. Pur essendo geograficamente vicina a Roma, quest’area era, nel 1946, profondamente rurale, socialmente conservatrice, molto legata alla Chiesa, poco coinvolta nella guerra civile del biennio 1943-45. Questi fattori la avvicinavano piΓΉ al comportamento elettorale del Sud che a quello del Nord industrializzato e resistente.
VΒ Repubblica o Monarchia: una questione di architettura istituzionale
Al di lΓ della storia, al di lΓ delle memorie e delle paure del 1946, esistono ragioni tecniche e concrete per valutare i due modelli di governo. La scelta tra Repubblica e Monarchia costituzionale non Γ¨ solo una questione sentimentale: Γ¨ una questione di architettura del potere.
Le monarchie costituzionali europee, Svezia, Norvegia, Danimarca, Paesi Bassi, Belgio, Spagna, Regno Unito, offrono una neutralitΓ simbolica assoluta: il monarca non appartiene ad alcun partito, non fa campagne elettorali, non Γ¨ esposto al rischio di polarizzare l’opinione pubblica. PuΓ² rappresentare l’unitΓ nazionale in modo inattaccabile, ed esercita un soft power diplomatico e culturale considerevole. Le famiglie reali sono strumenti di diplomazia culturale, attrazione turistica, continuitΓ simbolica.
Le repubbliche, per converso, garantiscono una responsabilitΓ democratica che le monarchie non possono offrire: il capo dello Stato Γ¨ eletto, Γ¨ sostituibile, Γ¨ accountable davanti ai cittadini o al parlamento. I costi istituzionali sono generalmente inferiori e, in sistemi come quello italiano o tedesco, il presidente della Repubblica Γ¨ comunque una figura sobria e super partes, lontana dalla politica quotidiana.
In sintesi: la monarchia costituzionale offre stabilitΓ simbolica e neutralitΓ assoluta; la repubblica parlamentare offre ricambio democratico e responsabilitΓ politica. Nessuna delle due Γ¨ intrinsecamente superiore: molto dipende dalla storia, dalla cultura politica, dalle istituzioni specifiche di ciascun paese.
VIΒ Il Presidente senza voto popolare
C’Γ¨ una scelta dei Costituenti italiani che ancora oggi suscita dibattito: la decisione di non eleggere il Presidente della Repubblica a suffragio universale diretto, affidando invece questa scelta al Parlamento in seduta comune.
Quella scelta non fu casuale. L’Italia usciva da vent’anni di dittatura, da un culto della personalitΓ che aveva avvelenato la vita pubblica, da una guerra civile. L’idea di consegnare milioni di voti diretti a un singolo capo dello Stato sembrava pericolosamente vicina a un ritorno dell’uomo forte, del capo carismatico che si nutre del consenso delle folle, che spesso non conoscono appieno le questioni.
I Costituenti volevano un presidente di garanzia, non un leader politico. Volevano una figura super partes, non impegnata in campagne elettorali, non dipendente dal consenso popolare, non in conflitto con il governo eletto. Volevano soprattutto salvaguardare la centralitΓ del Parlamento: se il Presidente fosse stato eletto dal popolo, il sistema sarebbe scivolato verso il presidenzialismo, o verso la dualitΓ di potere che aveva contribuito al crollo della IV Repubblica francese.
I modelli a cui si guardava, Germania, Austria, Irlanda, Svizzera, prevedevano tutti presidenti eletti indirettamente. L’Italia scelse la stessa strada, costruendo un sistema parlamentare puro, in cui il Presidente Γ¨ arbitro attivo, ma non protagonista politico.
VIIΒ Epilogo: il senso di una scelta
Il 2 giugno 1946 rimane una data fondativa, non soltanto per la storia italiana, ma per la storia della democrazia nel mondo. Un popolo che aveva conosciuto la dittatura, la guerra, la miseria e si era liberata dal nazifascismo con il sangue, scelse la via della libertΓ con la sola forza del voto.
Quella scelta non fu unanime, non fu indolore, non cancellΓ² le fratture tra Nord e Sud, tra monarchici e repubblicani, tra chi guardava al passato e chi osava immaginare un futuro diverso. Ma fu una scelta legittima, libera e irreversibile.
La Repubblica Italiana porta in sΓ© tutte queste contraddizioni: la gloria e il peso del Risorgimento, la vergogna e il riscatto della guerra, il divario mai colmato tra le due Italie, la saggezza dei Costituenti e le loro paure. Γ un’istituzione imperfetta, come tutte le istituzioni umane. Ma Γ¨, nella sua imperfezione, profondamente nostra.
Viva la Repubblica.
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Riccardo Agresti


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