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SANITA’, AGGRESSIONI AGLI INFERMIERI. STUDIO NURSING UP: L’ITALIA È TRA I PAESI EUROPEI CON LA PIU’ ALTA INCIDENZA DI VIOLENZE CONTRO I PROFESSIONISTI SANITARI

Riceviamo e pubblichiamo

Oltre 125mila episodi ogni anno (5mila i casi denunciati, ben 120mila il sommerso): possono sembrare numeri inferiori rispetto ad altre nazioni, ma in rapporto al personale siamo davanti a Regno Unito, Francia e Germania. De Palma (Nursing Up): “Politica assente, sanità territoriale al collasso: i pronto soccorso sono trincee, i pazienti ci vedono sempre più come i loro nemici. Occorre agire ora per arginare questa piaga sociale!”

Nel mondo, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, tra l’8% e il 38% dei professionisti sanitari subisce almeno un episodio di violenza fisica durante la carriera.

La European Federation of Nurses Associations (EFN) stima che gli infermieri corrano un rischio fino a 16 volte superiore rispetto ad altri lavoratori, con un incremento costante negli ultimi cinque anni.

In media, in Europa un infermiere su cinque riferisce di essere stato vittima di aggressioni fisiche o verbali negli ultimi dodici mesi, con i picchi più alti registrati in Italia, Regno Unito e Francia.

Oltreoceano, negli Stati Uniti quasi la metà di tutti gli episodi di violenza sul lavoro avviene nel settore sanitario, mentre in Canada nove infermieri su dieci dichiarano di aver subito minacce o insulti nel corso dell’ultimo anno.

Un trend globale che, purtroppo, in Italia, assume le dimensioni di una vera emergenza nazionale.

L’ITALIA GUIDA LA CLASSIFICA EUROPEA DELLA VIOLENZA CONTRO GLI INFERMIERI

Con oltre 125mila aggressioni l’anno, tra episodi denunciati (circa 5mila) e una stima di oltre 120mila casi sommersi, l’Italia risulta tra i Paese europei con la più alta incidenza di violenze contro gli infermieri in rapporto al numero di professionisti.
Su una forza lavoro di circa 460mila infermieri, significa che un professionista su quattro subisce almeno un episodio di violenza fisica o verbale ogni anno.
Nessun altro sistema sanitario europeo presenta un’incidenza tanto elevata. I numeri degli altri Paesi sono più elevati, ma è anche la popolazione infermieristica che è superiore. Perciò la nostra media è tra le peggiori in assoluto. 

NEL CONFRONTO INTERNAZIONALE, AL BEL PAESE LA PERCENTUALE PIÙ ALTA DI VITTIME

    • Italia (460mila infermieri): 5mila denunce ufficiali in media ogni anno di aggressioni agli infermieri, ma un sommerso di ben 120mila casi. Calcolando il numero totale di infermieri l’incidenza aggressioni è del 27-28%.

  • Regno Unito (850mila infermieri): 74 mila denunce nel 2024 (NHS), pari a circa un operatore su sette. Anche stimando il sommerso, l’incidenza complessiva non supera il 15% del personale, rispetto al numero di professionisti.
  • Francia (843mila infermieri circa): oltre 24 mila casi ufficiali nel 2024 (+60% in cinque anni), con una stima totale attorno al 12% della forza infermieristica, rispetto al numero di professionisti
  • Germania (1milione e 300mila infermieri): 38 mila aggressioni denunciate ogni anno, per un’incidenza stimata tra il 10 e il 12% anche includendo il sommerso.
  • Paesi Bassi (430 mila infermieri) – Circa 15 mila denunce ufficiali l’anno, ma secondo le stime della European Federation of Nurses Associations almeno la metà delle aggressioni non viene segnalata. L’incidenza reale sale così a circa il 7% del personale, valore comunque inferiore a quello italiano e britannico.
  • Canada (615mila infermieri iscritti agli albi): nove infermieri su dieci riferiscono di aver subito minacce o aggressioni, ma la maggioranza riguarda episodi verbali.
  • Stati Uniti (6 milioni di infermieri): quasi la metà di tutte le violenze sul lavoro colpisce operatori sanitari, ma la popolazione infermieristica è dieci volte più ampia di quella italiana.

Risultato: in proporzione al numero di operatori e di accessi ospedalieri, l’Italia è oggi il Paese europeo con il più alto tasso di aggressioni verso gli infermieri.

IL SOMMERSO: LA PARTE INVISIBILE DELLA VIOLENZA

Dietro i numeri ufficiali si nasconde una realtà ancora più ampia e preoccupante.
In Europa, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e la Federazione Europea degli Infermieri (EFN), solo un terzo delle aggressioni viene effettivamente denunciato.
Ciò significa che tra il 60% e il 70% dei casi resta sommerso, non registrato nei dati ministeriali né nei sistemi ospedalieri.

Le cause sono molteplici: paura di ripercussioni, sfiducia nella tutela legale, assenza di protocolli uniformi di segnalazione e il peso psicologico di rivivere episodi traumatici.
Nei Paesi del Nord Europa la quota di sommerso si aggira tra il 40% e il 50%, mentre nell’Europa continentale (Francia, Germania, Belgio) sale intorno al 60–70%.
Nei Paesi mediterranei – Italia, Spagna, Grecia – può raggiungere punte superiori all’80–90%, a causa della minore propensione alla denuncia e della mancanza di tutele effettive sul posto di lavoro.

In Italia, soltanto un episodio su venticinque viene denunciato.
È su questo divario tra casi ufficiali e reali che si basa la nostra analisi comparativa internazionale: abbiamo rapportato il numero di aggressioni denunciate al totale degli infermieri attivi in ciascun Paese e applicato, secondo le evidenze OMS ed EFN, un coefficiente di sommerso calibrato per area geografica (più basso nei Paesi nordici e anglosassoni, più elevato in quelli mediterranei).

Così, le circa 5 mila segnalazioni annue in Italia si traducono, una volta considerato il sommerso, in oltre 120 mila aggressioni reali.
L’incidenza effettiva, pari al 27–28% del personale infermieristico, è quindi la più alta d’Europa e tra le più elevate al mondo.
Un dato che fotografa un sistema sanitario in cui chi cura è sempre più spesso vittima di violenza, verbale o fisica, e in cui la sicurezza del lavoro resta affidata quasi solo alla buona volontà degli operatori.

“PRONTO SOCCORSO COME TRINCEE”

«Siamo davvero al limite – denuncia Antonio De Palma, presidente del Nursing Up –.
I pronto soccorso italiani sono diventati trincee. I governi di ogni colore hanno ignorato il problema o si sono limitati a leggi spot. Senza più personale, senza filtri territoriali, la rabbia dei cittadini esplode sui nostri operatori».
De Palma aggiunge: «Ogni aggressione è un segnale d’allarme: quando si colpisce un infermiere, si ferisce la sanità pubblica intera».

Le leggi varate dopo gli episodi più gravi hanno introdotto aggravanti penali e sperimentato le bodycam negli ospedali, ma gli infermieri restano abbandonati a se stessi, spesso costretti a lavorare senza vigilanza fissa e senza protocolli operativi uniformi.

Il risultato è un sistema che ha spostato l’attenzione dal problema reale — la mancanza di personale, la tensione dei reparti e l’assenza di filtri territoriali — a soluzioni simboliche.

In molti pronto soccorso si è arrivati a armi nelle corsie, vetrate antiproiettile e minacce di morte contro gli operatori.

Un’emergenza che richiede una risposta strutturale e non più propagandistica.

LE RESPONSABILITÀ DELLA POLITICA

Negli ultimi dieci anni, la politica ha affrontato il tema solo con interventi emergenziali: inasprimento delle pene, protocolli mai attuati, campagne sporadiche.
Ma la radice del problema è rimasta intatta: carenza di organici, turni massacranti, carichi di lavoro esplosivi e un sistema territoriale collassato.
«Non bastano le leggi simboliche – ribadisce De Palma –. Servono misure vere di prevenzione e sicurezza. Gli infermieri non chiedono protezione speciale, chiedono rispetto e condizioni di lavoro dignitose».

LE PROPOSTE DEL NURSING UP

  1. Registro nazionale obbligatorio delle aggressioni, con analisi per reparto.
  2. Presidi di sicurezza permanenti nei pronto soccorso.
  3. Formazione obbligatoria per il personale su tecniche di de-escalation.
  4. Campagna pubblica per il rispetto verso chi cura.
  5. Piano straordinario per almeno 65mila nuove assunzioni (a fronte di una carenza di 175mila infermieri in base agli standard europei).
  6. Premi di ingaggio, per favorire l’inversione del fenomeno delle migrazioni professionali verso l’estero, e per sollecitare gli infermieri italiani espatriati a tornare a casa loro.

EUROPEAN TESTING WEEK 17-24/11: LA ASL ROMA 4 INCONTRI E TEST GRATUITI PER I GIOVANI 

Riceviamo e pubblichiamo

Dal 17 al 24 novembre 2025 prende il via la European Testing Week, la settimana europea dedicata alla prevenzione e allo screening dell’HIV e delle infezioni sessualmente trasmissibili (IST). Anche la ASL Roma 4, in collaborazione con la Regione Lazio e ISN Lazzaro Spallanzani, partecipa attivamente all’iniziativa, organizzando una serie di incontri rivolti ai giovani tra i 14 e i 24 anni nei Consultori Familiari del territorio.

L’obiettivo è quello di promuovere la cultura della prevenzione, fornendo ai ragazzi informazioni e strumenti concreti per la tutela della propria salute sessuale e affettiva. Gli incontri si terranno all’interno dello Spazio Giovani dei Consultori e saranno liberamente accessibili, senza necessità di appuntamento.

Durante le giornate sarà possibile ricevere informazioni e consulenze personalizzate sulle malattie sessualmente trasmissibili e, per chi lo desidera, effettuare il test salivare rapido e gratuito per l’HIV. I minori di 16 anni dovranno essere accompagnati da un genitore per potersi sottoporre al test.

“I Consultori della ASL Roma 4 – spiega la dottoressa Gabriella Lotti, Direttore  Uoc e responsabile dei Consultori Familiari aziendali – rappresentano da sempre un punto di riferimento per la promozione della salute e del benessere sessuale. La European Testing Week è un’importante occasione per sensibilizzare la popolazione sull’importanza della prevenzione e per superare paure o pregiudizi legati al tema dell’HIV. Siamo pronti ad accogliere ogni persona con professionalità, ascolto e riservatezza.”

Gli appuntamenti si svolgeranno:

Martedì 18 novembre 202Consultorio Familiare- Civitavecchia Largo Donatori del Sangue, dalle 14.30 alle 17.00

Mercoledì 19 novembre 2025 – Bracciano, Consultorio Familiare, Largo dell’Ospedale Vecchio, dalle 14.30 alle 17.00

Mercoledì 19 novembre 2025 – Ladispoli, Consultorio Familiare, Via Nino Bixio 27, dalle 14.30 alle 17.00

Giovedì 20 novembre 2025 – Fiano Romano, Consultorio Familiare, Via Tiberina 71, dalle 14.30 alle 17.00

Il Comune esprime apprezzamento per l’apertura del tavolo sui lavoratori della Società Minosse

Riceviamo e pubblichiamo

In occasione dell’incontro del 12 novembre presso il MIMIT, il Comune di Civitavecchia esprime apprezzamento per la volontà espressa dalla vicepresidente Angelilli sull’apertura di un tavolo specifico dedicato alla vertenza dei lavoratori della Società Minosse, annunciata durante la riunione come uno dei prossimi passi del percorso istituzionale in corso.
L’Amministrazione comunale considera positiva l’attivazione di un confronto mirato sulla situazione occupazionale e ribadisce il proprio sostegno ai lavoratori, con l’impegno a garantire che nessuno rimanga indietro nel percorso che si avvierà nelle prossime settimane.
“Accogliamo con favore l’avvio di un tavolo dedicato ai lavoratori della Società Minosse — dichiara l’Assessore al Lavoro Piero Alessi —. Si tratta di un passaggio necessario per affrontare una vertenza che coinvolge numerose famiglie del territorio. Come Comune saremo presenti e assicureremo il nostro sostegno ai lavoratori e alle organizzazioni sindacali che li rappresentano, perché nessuno rimanga indietro.”

Prima Assemblea del Consorzio Quattropuntotre: una nuova gestione condivisa dei Servizi Sociali tra i cinque Comuni

Riceviamo e pubblichiamo

Giovedì 6 novembre, a Bracciano, si è svolta la prima Assemblea del Consorzio Quattropuntotre, l’ente che riunisce i Comuni di Bracciano, Anguillara Sabazia, Manziana, Trevignano Romano e Canale Monterano per la gestione associata dei Servizi Sociali del territorio.

Un passaggio decisivo che segna l’avvio operativo del nuovo modello di welfare territoriale condiviso tra i cinque Comuni del Distretto socio-sanitario RM 4.3.

La decisione politica alla base del Consorzio rappresenta un vero cambio di paradigma: una governance paritaria in cui ogni Amministrazione partecipa con pari dignità alle scelte strategiche e gestionali.

Questa visione si riflette sia nella composizione dell’Assemblea, dove ogni Comune ha lo stesso peso decisionale, sia nell’impegno a prevedere una rotazione delle cariche all’interno del Consorzio, per garantire una partecipazione equilibrata e continuativa di tutti i territori.

Durante la seduta, l’Assemblea dei Sindaci ha proceduto alla nomina delle cariche:

è stato designato come Presidente del Consorzio il Sindaco di Bracciano, Marco Crocicchi, e come Vicepresidente il Sindaco di Manziana, Alessio Telloni.

Il Consiglio di Amministrazione sarà composto da:

  • Paola Fiorucci, Vice Sindaca di Anguillara Sabazia – Presidente del CdA
  • Laura Aloisi, Assessora ai Servizi Sociali di Canale Monterano – Vicepresidente del CdA
  • Viola Catena, Assessora alle Politiche Sociali di Trevignano Romano
  • Massimo Guitarrini, Assessore alle Politiche Sociali, Inclusione e Accoglienza di Bracciano
  • Roberto Micheli, Assessore alle Politiche Sociali di Manziana

Il passaggio dalla gestione in Convenzione tra i cinque Comuni alla costituzione del Consorzio come Ente Pubblico rappresenta una scelta di efficienza e visione condivisa.

Questa trasformazione consentirà maggiore snellezza nelle procedure amministrative, una gestione più diretta dei servizi e, soprattutto, una migliore capacità assunzionale di personale dedicato, in particolare di assistenti sociali (1 ogni 4.000 abitanti), in linea con gli standard del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali — standard che i singoli Comuni, da soli, faticavano a raggiungere.

La Convenzione attualmente in vigore e l’Ufficio di Piano con Bracciano Comune capofila rimarranno operativi per il tempo necessario al completo trasferimento dei servizi al Consorzio, garantendo la continuità nell’erogazione dei Servizi e il supporto al nuovo Ente, che sarà a breve dotato di un Direttore incaricato di seguire, in una fase iniziale, i passaggi organizzativi e gestionali necessari all’avvio del Consorzio.

Il Consorzio Quattropuntotre, progressivamente, assumerà la titolarità e la gestione diretta di tutti i servizi sociali distrettuali, garantendo un passaggio ordinato, graduale e condiviso.

La sede legale del Consorzio è collocata a Bracciano, dove attualmente opera l’Ufficio di Piano, mentre un ufficio distaccato sarà istituito ad Anguillara Sabazia, per favorire la prossimità territoriale e la collaborazione tra gli uffici.

È una scelta di corresponsabilità e di maturità amministrativa – dichiarano congiuntamente i rappresentanti dei Comuni – perché solo condividendo decisioni, risorse e responsabilità possiamo costruire un sistema di welfare che risponda davvero ai bisogni dei cittadini e rafforzi il senso di comunità tra i nostri territori.”

I SINDACI DEL DISTRETTO ROMA 4.3

Al via le richieste di agevolazione per il trasporto pubblico locale della Regione Lazio

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L’Amministrazione comunale di Ladispoli informa che i cittadini residenti nel territorio della Regione Lazio, come nella precedente annualità, potranno inserire la propria richiesta di agevolazione nel SIRGAT (con o senza limitazione di reddito ISEE e Agevolazione “Bici in Treno”) fino alle ore 23.59 del 31 dicembre 2025. Pertanto dalle ore 00:00 del 1° gennaio 2026 saranno disabilitate le funzionalità della sola utenza cittadina. Gli utenti potranno consegnare o inviare tramite email la documentazione fino a venerdì 16 gennaio 2026.

Le funzionalità degli Operatori Comunali resteranno attive fino a giovedì 29 gennaio 2026, al fine di consentire la lavorazione delle richieste inserite nel SIRGAT e progressivamente consegnate.

L’invio dei Voucher, per espletare tutte le richieste dell’annualità 2025, seguirà il seguente calendario:

Dicembre 2025

mercoledì 3 dicembre

mercoledì 10 dicembre

mercoledì 17 dicembre

Gennaio 2026

giovedì 8 gennaio

mercoledì 14 gennaio

mercoledì 21 gennaio

venerdì 30 gennaio

“Surf Progress, Be Aware”: studenti diplomatici ONU

Riceviamo e pubblichiamo

“Surf Progress, Be Aware” – Il progresso non è soltanto un fenomeno da osservare, ma un percorso da vivere con consapevolezza. È questo lo slogan che accompagna l’edizione 2025-2026 dell’Italian Model United Nations (IMUN), l’appuntamento ormai iconico che ogni anno coinvolge migliaia di studenti e studentesse nella simulazione dei lavori delle Nazioni Unite. Un’esperienza formativa che permette ai partecipanti di sviluppare soft skills e i propri talenti per affrontare le sfide del futuro.

In un mondo in continua trasformazione – tecnologica, sociale e ambientale – IMUN richiama l’importanza di un approccio lucido e responsabile. Essere consapevoli significa riconoscere le opportunità dell’innovazione, ma anche comprenderne i rischi, mantenendo uno sguardo attento, etico e costruttivo sul futuro. Il progetto ribadisce che il progresso non è qualcosa che si subisce, ma un processo che si costruisce insieme, attraverso consapevolezza e intenzione.

Solo tramite l’apprendimento reciproco e azioni condivise è possibile “cavalcare le onde del cambiamento” e contribuire a un domani più inclusivo, sostenibile e umano.
Alla base di tutto c’è la mission di United Network, la più grande organizzazione europea nel settore, che da anni promuove e realizza IMUN con un obiettivo preciso: scoprire e valorizzare i talenti dei giovani.

L’approccio didattico è fresco, dinamico e innovativo: una vera e propria energia
circolare che si sprigiona tra le migliaia di partecipanti, impegnati in giornate intense e
appassionanti. Nei panni di diplomatici delle Nazioni Unite, gli studenti studiano le grandi tematiche dell’Agenda ONU – che sono, di fatto, le questioni cruciali del nostro tempo – si confrontano, elaborano risoluzioni e le presentano al pubblico in lingua inglese, esercitando l’arte della diplomazia e mettendo in pratica le proprie soft skills.

Attualissimi i topic di questa edizione sui quali i “giovani ambasciatori” dovranno formulare delle risoluzioni da mettere ai voti all’assemblea plenaria, eccone alcuni:

DISEC – Regolamentazione del commercio internazionale di armi convenzionali
ECOFIN – Verso un quadro globale per la regolamentazione delle criptovalute: equilibrio tra
innovazione, sovranità e stabilità
SOCHUM – Intelligenza artificiale e giustizia: garantire equità, responsabilità e diritti umani nel processo decisionale algoritmico
SPECPOL – Facilitare il reinsediamento sicuro e la ripresa demografica nelle zone post-conflitto.
LEGAL – Antiterrorismo: approcci giuridici alla lotta contro il terrorismo internazionale.
OMS – Realtà digitali e salute mentale degli adolescenti: un quadro dell’azione.
UNCTAD – L’escalation tariffaria e i suoi effetti sullo sviluppo economico e sull’integrazione.
UNODC – Contrastare e smantellare le rotte del traffico di droga e le reti criminali.

UNESCO – Arte e azione per il clima: prevenire la perdita di simboli culturali dovuta ai cambiamenti climatici.
UNICEF – Costruire la forza lavoro del futuro attraverso programmi STEM per le giovani donne.

Alla cerimonia conclusiva di quest’anno, che si celebrerà il 21 novembre al Teatro Brancaccio di Roma saranno ospiti: Ilaria Latini, doppiatrice e direttrice di doppiaggio nota per aver dato voce a personaggi iconici del mondo dell’animazione e ad attrici come Katie Holmes, January Jones e Amy Adams; Riccardo Sessa, diplomatico italiano con una lunga carriera con incarichi di prestigio tra i quali Ambasciatore a Pechino e Rappresentante Permanente presso la NATO a Bruxelles, attuale presidente della Società italiana per l’Organizzazione Internazionale (SIOI) e Laura Cambriani, P. R. Officer, Educational Advisor di Flubright Italy.

Il fitto calendario delle iniziative che andrà avanti nel 2026 coinvolgerà migliaia di studenti delle scuole superiori e delle medie. Le simulazioni si terranno a gennaio, oltre alle due edizioni romane, in altre cinque città: Torino, Napoli, Milano, Catania, Venezia.
Come ogni anno si ripete l’entusiasmante appuntamento di MUNER a New York, a febbraio e marzo.

A Guidonia un pomeriggio con dibattiti, testimonianze e brani di De André per dire no alla violenza sulle donne

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Il 21 novembre al Teatro Imperiale “Il Filo delle Parole – Donne di poesia e di realtà”, evento gratuito organizzato da ASL Roma 5, Procura di Tivoli e Comune di Guidonia Montecelio.

Venerdì 21 novembre 2025, dalle 15:00 alle 19:00, il Teatro Imperiale di Guidonia Montecelio ospiterà “Il Filo delle Parole – Donne di poesia e di realtà”, evento a ingresso libero organizzato da ASL Roma 5, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Tivoli e Comune di Guidonia Montecelio nell’ambito delle celebrazioni della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

L’iniziativa intreccerà dibattiti, interventi istituzionali e testimonianze di rappresentanti delle forze dell’ordine, dell’ambito legale e del mondo socio-sanitario, accompagnati dalle canzoni di Fabrizio De André interpretate dai ‘Basta Poco’. Ne nascerà un racconto, fatto di parole e musica, che esplorerà i temi del pregiudizio, dell’indifferenza e del dolore, dando voce alla rete territoriale che ogni giorno lavora per prevenire, riconoscere e contrastare la violenza di genere attraverso servizi di ascolto e supporto dedicati alle donne vittime di maltrattamenti.

Ad aprire la giornata, moderata dalla giornalista RAI Rita Cavallo, i saluti istituzionali del Sindaco di Guidonia Montecelio Mauro Lombardo, del Direttore Generale della ASL Roma 5 Silvia Cavalli e del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Tivoli Andrea Calice.

L’ingresso è libero fino a esaurimento posti.

Comune di Civitavecchia e l’Unione Nazionale Veterani dello Sport: in via di perfezionamento un protocollo d’intesa

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Il Comune di Civitavecchia sta perfezionando un Protocollo d’Intesa con l’Unione Nazionale Veterani dello Sport – Sezione di Civitavecchia “Tamagnini – Cristini – Parisi”, associazione benemerita riconosciuta dal CONI e custode della memoria sportiva della nostra città. Il documento, attualmente in fase di analisi da parte del Segretario Generale, è volto a sviluppare una collaborazione stabile dedicata alla valorizzazione della storia sportiva civitavecchiese e dei suoi valori.
L’intesa nasce con l’obiettivo di promuovere i valori olimpici, l’etica sportiva e il dialogo tra generazioni, attraverso iniziative culturali, divulgative e scolastiche che rafforzino il legame tra la città e il suo patrimonio sportivo.
Civitavecchia è ricca di associazioni che, con dedizione e spirito volontario, contribuiscono ogni giorno alla crescita del tessuto sportivo e sociale della città.
L’Amministrazione continuerà a operare con trasparenza e imparzialità, sostenendo tutte le realtà che promuovono lo sport come strumento di educazione, comunità e partecipazione.

Fondazione Molinari ETS e Comune di Civitavecchia insieme per la riqualificazione del campo da basket del Pincio

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La Fondazione Angelo e Mafalda Molinari ETS, in collaborazione con il Comune di Civitavecchia, sta per avviare la fase conclusiva dei lavori di riqualificazione del campo da basket di Piazzale Guglielmotti (Pincio).

Dopo la posa del nuovo tappeto di asfalto da parte del Comune — i cui tempi di assestamento sono ormai giunti al termine — la Fondazione interverrà con la realizzazione del nuovo manto sportivo in resina prestazionale Mapei, affidato a una ditta specializzata del settore, la Waterproofing S.r.l., azienda con oltre quarant’anni di esperienza e riconoscimenti nel campo delle superfici sportive ad alte prestazioni.

Il progetto prevede la posa di un manto in resina elastomerica certificata ITF, capace di garantire massima qualità di gioco, resistenza nel tempo e sicurezza per gli utilizzatori. La superficie sarà inoltre arricchita da un progetto grafico personalizzato, che renderà il campo esteticamente unico e pienamente integrato nel contesto urbano.

Come dichiarato dal delegato allo Sport Patrizio Pacifico, “sono iniziati i lavori di riqualificazione del campo da basket davanti al Pincio, con interventi sul fondo e sulle aree laterali. Il progetto è realizzato grazie alla collaborazione tra Fondazione Molinari e Comune di Civitavecchia”.

L’iniziativa si inserisce nel più ampio progetto E(art)H – Arte e Natura per un’educazione sostenibile e creativa, promosso dalla Fondazione Molinari per rigenerare spazi urbani e renderli luoghi di incontro, crescita e partecipazione.

Scopri di più sul progetto E(art)H

La riqualificazione del campo del Pincio non è soltanto un intervento estetico o strutturale: è un atto profondamente educativo e sociale.
Restituire ai ragazzi un campo sicuro e accogliente significa combattere la povertà educativa e offrire loro nuove opportunità di aggregazione, apprendimento e condivisione attraverso lo sport.

Praticare attività fisica in spazi pubblici curati e accessibili contribuisce allo sviluppo di competenze trasversali come la cooperazione, il rispetto delle regole, la fiducia in sé e negli altri — valori fondamentali per la crescita personale e civica delle nuove generazioni.

Il campo del Pincio tornerà così ad essere un luogo di sport, socialità e comunità, dove i giovani potranno incontrarsi, allenarsi e, auspicabilmente, tornare a vivere la città anche attraverso tornei e iniziative sportive aperte a tutti.

Con questo intervento, la Fondazione Angelo e Mafalda Molinari ETS conferma il proprio impegno concreto nel sostenere progetti che uniscono educazione, benessere e bellezza, contribuendo alla crescita culturale e sociale del territorio.

Il ruolo della Formazione nel contrasto alla povertà educativa. Analisi degli aspetti psicologici. Ne parliamo con Adelia Lucattini, Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana

La formazione gioca un ruolo chiave nella nostra vita, permette infatti di costruire nel tempo, la capacità di affrontare i cambiamenti, superare le avversità e progredire, uscendo rafforzati dalle difficoltà. Può giocare un ruolo determinante, in particolare, nel pieno periodo di crescita dei giovani.

“La formazione – specifica al riguardo, la Psicoanalista e Psichiatra della Società Psicoanalitica Italiana Adelia Lucattini – non è solo un intervento psicologico che mira a ricostruire la fiducia, ma  è un vero e proprio trasferimento di conoscenze, autonomia e capacità progettuale dei giovani, trasformando l’ambiente educativo in un luogo propulsivo di crescita e di cambiamento per l’intera comunità”.

Dunque, Formazione e Cultura possono aiutare i giovani in una società sempre più competitiva? Quanto è importante al riguardo, l’intervento e il coinvolgimento della famiglia? Cosa si intende per “povertà educativa” ? E chi è ad esserne più colpito? Quali sono le conseguenze psicologiche? Di questo e molto altro, ne parliamo oggi in questa intervista con Adelia Lucattini.

 

Intervista di Marialuisa Roscino

Dott.ssa Lucattini, perché ritiene sia importante che i giovani investano il proprio tempo in cultura e formazione?

Investire in cultura, conoscenza o esperienze formative significa offrire libertà e possibilità di crescita. È un investimento nel futuro e un atto di fiducia nelle potenzialità dell’altro.

Dal punto di vista psicoanalitico, il dono formativo è un atto generativo: non si limita a fornire un oggetto, ma comunica un messaggio profondo: “Credo in te, credo nel tuo potenziale”. Il sapere condiviso diventa un nutrimento simbolico che rafforza l’autostima e apre alla trasformazione personale come descritto e approfondito anche nello studio scientifico su Educational Psychology Review, 2025.

Accanto all’insegnamento tradizionale, i progetti complementari come la musica, il teatro, l’arte, la scrittura creativa, la danza, il cinema e le attività sportive hanno un ruolo insostituibile.

Queste esperienze attivano la creatività, favoriscono la cooperazione e sviluppano la capacità di espressione emotiva. Sono spazi dove la mente può muoversi liberamente e dove anche chi incontra difficoltà cognitive o linguistiche può trovare una forma simbolica di partecipazione.

La scuola è un vero e proprio “spazio mentale collettivo” in cui le funzioni materna e paterna possono integrarsi: la funzione materna accoglie, contiene, rassicura; la funzione paterna introduce la regola, la responsabilità, il limite. In questo senso, la scuola non è solo un luogo di formazione intellettuale e culturale, ma un laboratorio di crescita psichica e affettiva, dove il pensiero prende forma e dove ciascun bambino può costruire la fiducia nel proprio valore e nelle proprie capacità (International Journal of Psychoanalysis and Education, 2025).

Quanto è importante al riguardo, l’intervento e il coinvolgimento della famiglia?

Nel contesto familiare, condividere la cultura ha un valore affettivo e simbolico profondo. I genitori sono i primi mediatori del sapere: attraverso l’esempio, mostrano che imparare è un piacere, non un obbligo.

Un genitore che legge, che ascolta musica, che si interessa, che guarda con curiosità il mondo trasmette ai figli il desiderio di conoscere. È il “piacere di pensare” che si trasmette, non le semplici informazioni. La famiglia allargata, (i nonni, gli zii, gli amici cari), può diventare una comunità educativa che sostiene e incoraggia la curiosità dei bambini. Raccontare storie, condividere esperienze culturali, visitare mostre o partecipare a spettacoli teatrali insieme, crea legami affettivi che rafforzano l’autostima e la fiducia nel mondo. Il “dono” formativo è un atto generativo: non si limita a fornire un oggetto o un sapere, ma trasmette il senso di continuità tra le generazioni. Questo tipo di dono nutre la mente e aiuta a costruire un Sé stabile, capace di apprendere, di desiderare e di immaginare.

Un altro aspetto cruciale riguarda il rapporto con la tecnologia. Offrire ai bambini esperienze concrete anziché virtuali, creative e interattive come suonare uno strumento, disegnare, leggere, cucinare, praticare sport, aiuta a combattere la seduzione passiva degli schermi e degli smartphone.

È un invito a vivere, a pensare, a crescere, a desiderare. È il modo più profondo di trasmettere la fiducia nella vita e nel futuro (Child Development Perspectives, 2025).

Quale ruolo, invece,  può giocare la Scuola?

La scuola è il principale presidio contro la povertà educativa, perché non solo insegna, ma forma, orienta e cura. È il luogo dove i bambini e gli adolescenti possono scoprire il mondo e sé stessi, dove il sapere diventa esperienza e il pensiero si costruisce attraverso il confronto con gli altri.

Oltre a fornire competenze, la scuola offre un ambiente di appartenenza e di riconoscimento, che spesso supplisce a mancanze affettive e sociali.

Il rapporto scuola–famiglia è un altro pilastro fondamentale nella lotta alla povertà educativa. Quando i genitori e gli insegnanti collaborano in modo costruttivo, il bambino si sente sostenuto da un’alleanza educativa che rafforza la continuità emotiva tra casa e scuola.

Un dialogo aperto e rispettoso tra queste due realtà permette di riconoscere precocemente difficoltà, fragilità o disagi psicologici e di intervenire tempestivamente, prevenendo il rischio di esclusione o di abbandono scolastico.

Che cosa si intende esattamente per “povertà educativa”?  E chi ne è maggiormente colpito?

Il termine povertà educativa è relativamente recente: si è diffuso a partire dagli anni Novanta, parallelamente all’attenzione crescente verso le disuguaglianze formative nei rapporti dell’UNESCO, e dell’UNICEF. Tuttavia, le sue radici concettuali risalgono agli anni ’60 e ’70, quando i pedagogisti e gli psicologi sociali cominciarono a indagare il legame tra povertà materiale, deprivazione culturale e sviluppo cognitivo dei bambini. Si parla di povertà educativa per descrivere la mancanza di opportunità di apprendimento, di socializzazione e di accesso al sapere. Non riguarda solo la frequenza scolastica, ma tutto ciò che consente al bambino di crescere in modo armonico: la possibilità di leggere, di esplorare, di fare esperienze culturali, di avere adulti che lo incoraggino e lo accompagnino nella scoperta del mondo.

Oggi, il fenomeno colpisce soprattutto bambini e adolescenti provenienti da contesti svantaggiati, famiglie con basso livello d’istruzione, situazioni di disagio economico o sociale, e minoranze linguistiche o etniche. Tuttavia, forme di povertà educativa possono manifestarsi anche in contesti apparentemente benestanti, quando il bambino non riceve stimoli emotivi e culturali adeguati.

La povertà educativa rappresenta una deprivazione simbolica profonda. Il bambino escluso dal sapere è privato dell’accesso al linguaggio come mezzo di pensiero, di comunicazione e di legame. Quando l’esperienza non può essere nominata, resta grezza, priva di significato psichico. Ciò impedisce la trasformazione delle emozioni in pensieri e ostacola la costruzione del Sé (Educational Psychology Review, 2025).

Qual è oggi la dimensione del fenomeno a livello globale?

Secondo il Global Education Monitoring Report 2024 dell’UNESCO, oltre 250 milioni di bambini nel mondo non frequentano la scuola, e milioni di altri, pur essendo iscritti, non raggiungono livelli minimi di competenza nella lettura e nel calcolo. Le disuguaglianze educative sono particolarmente gravi in aree colpite da conflitti armati, povertà estrema o migrazioni forzate, ma si estendono anche ai Paesi industrializzati, dove la dispersione scolastica e il divario digitale creano nuove forme di esclusione.

La mancanza di istruzione non produce solo povertà economica, ma genera povertà psichica e relazionale: un impoverimento delle capacità simboliche e affettive necessarie per comprendere sé stessi e il mondo. L’esclusione educativa costituisce una ferita narcisistica collettiva. Il bambino che non può accedere al sapere vive l’esperienza inconscia di non essere “pensato” dalla comunità, di non esistere come soggetto di valore. La scuola, al contrario, rappresenta uno spazio di riconoscimento simbolico: è il luogo in cui l’essere umano viene introdotto nella cultura e può costruire la propria identità psichica e sociale (International Journal of Educational Development, 2025).

Formazione e cultura possono aiutare i giovani in una società sempre più competitiva?

Sì, senza dubbio. In una società in cui la competizione è spesso presentata come motore di successo, formazione e cultura rappresentano un contrappeso indispensabile, capace di restituire centralità alla persona, alle relazioni e alla cooperazione.

La cultura offre prospettiva e profondità: insegna che il valore individuale non dipende solo dal risultato, ma dal percorso, dalla capacità di comprendere, di collaborare, di contribuire al bene comune.

La formazione, intesa non solo come acquisizione di competenze ma come crescita umana, può insegnare ai giovani a misurarsi con gli altri senza bisogno di annientarli o di sentirsi minacciati. L’apprendimento, infatti, si nutre di scambio, confronto e dialogo.

Quando l’educazione privilegia l’ascolto e la curiosità, invece della sola performance, crea individui più equilibrati e mentalmente flessibili, meno dipendenti dall’approvazione esterna.

La competizione esasperata può essere letta come una difesa narcisistica contro il senso di inadeguatezza. Spesso nasconde l’angoscia di non essere amabili se non si eccelle, e spinge verso modelli di onnipotenza che isolano e impoveriscono emotivamente.

La cooperazione, al contrario, permette di integrare le parti fragili dell’Io e di riconoscere che il valore personale non dipende dal predominio sull’altro, ma dal contributo che si è in grado di offrire.

L’apprendimento cooperativo favorisce l’identificazione positiva e il senso di appartenenza. Nelle dinamiche di gruppo, il giovane scopre che l’altro non è un rivale ma uno specchio, un alleato nel processo di crescita. In questo modo, la formazione diventa anche formazione affettiva, uno spazio in cui si impara a condividere, a fidarsi, a lavorare insieme senza perdere la propria individualità. La cooperazione riattiva la dimensione del “noi”, quella in cui l’Io si rafforza non isolandosi, ma relazionandosi. È un processo che trasforma la competitività sterile in energia creativa e generativa.

La cultura, in questo senso, è ciò che permette di tenere insieme differenze e desideri, individualità e appartenenza. È lo spazio in cui la mente collettiva e quella personale si incontrano e si fecondano reciprocamente (Learning, Culture and Social Interaction, 2025).

Educazione e formazione possono contribuire a ridurre anche i fenomeni di  violenza?

Sì, in modo profondo e duraturo. L’educazione e la formazione sono strumenti potentissimi di prevenzione della violenza, perché insegnano a pensare, a comprendere le emozioni, a mettersi nei panni dell’altro. La violenza nasce spesso da un’incapacità di pensare e di rappresentare le emozioni.

Quando un bambino o un adolescente non ha strumenti per comprendere la rabbia, la frustrazione o il dolore, tende ad agire impulsivamente, trasformando l’emozione in azione.

L’educazione, invece, consente di dare parola all’esperienza, di tradurre l’impulso in linguaggio, di trasformare l’atto in pensiero. È un processo di sublimazione e di mentalizzazione — due funzioni fondamentali della mente che si apprendono solo all’interno di relazioni educative stabili e affettivamente contenitive.

Dal punto di vista psicoanalitico, la formazione svolge una funzione trasformativa e preventiva: favorisce l’integrazione delle parti aggressive dell’Io e consente di canalizzare l’energia pulsionale verso attività costruttive e simboliche. Attraverso l’apprendimento, i giovani imparano a differire l’azione, a riflettere, a tollerare la frustrazione. In questo senso, il sapere diventa una forma di “cura” della mente, una difesa evolutiva contro l’agito impulsivo. Al tempo stesso, attraverso la comprensione, la cura e l’empatia, rappresentano la funzione materna: accogliente, contenitiva, rassicurante.

La combinazione equilibrata di queste due funzioni psichiche consente ai ragazzi di sentire che le emozioni, anche quelle difficili, possono essere espresse e pensate, senza ricorrere alla violenza.

In una prospettiva più ampia, la cultura e la formazione costruiscono una civiltà del pensiero.

Quando una società investe sull’educazione, riduce la violenza perché aumenta la capacità dei cittadini di comprendere, negoziare, rispettare. L’aggressività, invece di esplodere, viene integrata e resa pensabile: da pulsione cieca diventa energia trasformativa. Educare, dunque, significa insegnare a vivere insieme e a pensare insieme. Là dove c’è pensiero, parola e simbolo, la violenza trova meno spazio (Aggression and Violent Behavior, 2025).

Quali consigli si sente di dare ai genitori?

-Stimolare la curiosità. Trasmettere il piacere di imparare, non l’obbligo di studiare;

-Collaborare con la scuola. Mantenere un dialogo costante tra genitori e insegnanti;

-Valorizzare esperienze culturali. Musei, teatro, musica e sport arricchiscono mente e affetti;

-Limitare l’uso degli schermi. Più esperienze reali, meno tempo digitale;

-Riconoscere i talenti. Sostenere le passioni personali rafforza l’autostima nei figli;

-Dare l’esempio. Un genitore curioso e appassionato educa con il proprio modello. La formazione non è solo un intervento psicologico che mira a ricostruire la fiducia, ma  è un vero e proprio trasferimento di conoscenze, autonomia e capacità progettuale dei giovani, trasformando l’ambiente educativo in un luogo propulsivo di crescita e di cambiamento per l’intera comunità.