Comunicato stampa

Giornale del Lago e della Tuscia edito dall'Associazione no-profit "L'agone Nuovo".
Comunicato stampa

Comunicato stampa
Jardí del Túria
Il fiume che attraversava Valencia non è solo un ricordo geografico, è una ferita antica che la città ha trasformato in giardino, un pericolo diventato luogo di vita, una storia di paura che oggi è storia di rinascita.
Per secoli il fiume Turia aveva portato freschezza ai campi, ombra ai ponti, vita alle case. Ma aveva anche un cuore inquieto e capriccioso e, quando il cielo si apriva troppo, si alzava come un gigante ferito. Il Turia era ricchezza, irrigava campi, muoveva mulini, dava freschezza, ma era anche imprevedibile e, quando si arrabbiava, Valencia tremava.
Valencia lo conosceva bene: sapeva che il Turia era amico, ma anche padre severo, capace di abbracciare e di travolgere. Ha allagato Valencia molte volte, ma la data che nessun valenciano dimentica è 14 ottobre 1957: la Gran Riada. La pioggia cadde sulle montagne come un tamburo di guerra e il fiume si gonfiò fino a spezzare il suo letto. Entrò in città come un animale furioso, trascinando fango, legno, lasciando morte e silenzio. Le strade divennero correnti, le piazze laghi improvvisi, le case isole tremanti. Il bilancio fu drammatico: oltre 80 morti, migliaia di sfollati, interi quartieri sommersi, ponti danneggiati, il centro storico trasformato in un mare di fango. Fu un trauma collettivo. Valencia capì che non poteva più convivere con quel pericolo.
Dopo la catastrofe, il governo spagnolo dell’epoca (la dittatura franchista) approvò un piano radicale: deviare il corso del Turia fuori dalla città. Il progetto, chiamato “Plan Sur”, prevedeva la costruzione di un nuovo letto artificiale a sud, la chiusura definitiva del vecchio corso urbano e la trasformazione del fiume in un canale di sicurezza. Era una decisione tecnica, ingegneristica, presa per proteggere la città. Il Turia venne allontanato, e nel suo letto rimase un vuoto lungo nove chilometri, una cicatrice di terra asciutta che tagliava Valencia. Non era ancora una decisione culturale: il vecchio letto del fiume, ormai asciutto, rimase per anni un enorme spazio vuoto che attraversava Valencia da ovest a est. Lì iniziò la vera battaglia.
Negli anni ’70 e ’80, il governo centrale voleva trasformare il vecchio letto del Turia in una grande autostrada urbana che attraversasse la città come una freccia grigia. Ma i valenciani si ribellarono. Nacque un movimento popolare spontaneo, con uno slogan diventato storico: “El riu és nostre i el volem verd” (Il fiume è nostro e lo vogliamo verde). Fu una delle più grandi mobilitazioni civiche della storia valenciana. I cittadini vinsero. Il Comune di Valencia, ascoltando la voce dei cittadini, decise di trasformare il vecchio letto del fiume in un parco verde lungo 9 chilometri: il Jardí del Túria. Il letto del fiume divenne allora un giardino. Un giardino lungo, sinuoso, che segue la curva antica dell’acqua. Un giardino dove il fiume non scorre più, ma vive.
Oggi il Jardí del Túria è un fiume di alberi, di bambini che corrono, di biciclette che sfrecciano leggere, di anziani che camminano piano come se ascoltassero ancora il rumore dell’acqua che fu. I ponti antichi restano sospesi sopra il verde, come se aspettassero il ritorno del fiume, ma senza tristezza: sanno che ciò che scorre ora è un’altra forma di vita e guardano i boschetti, gli spazi per concerti e festival e, soprattutto, la Ciudad de las Artes y las Ciencias, ideata dall’architetto Santiago Calatrava, che si specchia dove un tempo scorrevano le piene; il Parque Gulliver dove gli adulti sono i lillipuziani che si arrampicano sul gigante disteso lungo 37 metri; il Bioparc che apre finestre su mondi lontani. Ogni giorno, al tramonto, il parco si riempie di luce dorata, come se il sole volesse ricordare che anche le ferite possono diventare bellezza.
I valenciani vivono questo giardino come si vive un dono: ci corrono dentro, ci respirano, ci si innamorano, ci si ritrovano. Per loro il Turia non è scomparso: si è trasformato. Non scorre più verso il mare, ma attraverso le persone. È un fiume che non porta più acqua, ma vita. Per i valenciani, il Jardí del Túria è il luogo dove si corre, si va in bicicletta, si passeggia al tramonto, si portano i bambini a giocare in sicurezza (non ci sono automezzi), si fanno picnic, si respira. È diventato il polmone verde della città, un luogo identitario quanto la paella o l’Albufera.
Il parco è così amato che i valenciani non riescono più a immaginare la città senza di esso. È un esempio internazionale di come una tragedia possa diventare opportunità e come una città possa reinventarsi ascoltando i suoi abitanti.
Valencia ha trasformato una ferita in un giardino e quel giardino è diventato il suo nuovo fiume, così Valencia ha compiuto un miracolo silenzioso: ha preso un dolore e lo ha fatto fiorire, ha preso un fiume e lo ha trasformato in un poema verde.
Approfondimenti
La Città delle arti e delle scienze
Riccardo Agresti
In occasione della Festa dell’Arma dei Carabinieri, nella chiesa di Santa Maria Novella a Bracciano, è stata celebrata una Santa Messa officiata dal parroco don Francisco, alla presenza delle autorità civili e militari. La cerimonia religiosa è stata anticipata da un breve intervento introduttivo del Comandante della Compagnia Carabinieri di Bracciano, Capitano Simone Notaro, al termine del quale ha ringraziato tutti i presenti.




Nelle prime file sedevano numerosi amministratori del territorio: l’assessora del Comune di Bracciano Maddalena Coletta; la sindaca di Trevignano Romano Claudia Maciucchi; il sindaco di Anguillara Sabazia Angelo Pizzigallo; il sindaco di Manziana Alessio Telloni; l’assessore del Comune di Canale Monterano Joao Vitor Cersosimo; il sindaco di Campagnano di Roma Alessio Nisi; il vicesindaco di Mazzano Romano Simone Pucciarmati; il vicesindaco di Castelnuovo di Porto Gino Guadagnoli; il vicesindaco di Riano Teodoro Stoica; la consigliera comunale del Comune di Morlupo Vincenza Quattrocchi.




Tra le autorità militari erano presenti il Comandante del 185° Reggimento Artiglieria Paracadutisti “Folgore”, Colonnello Alberto Licci; il Comandante del Comando Aeroporto Vigna di Valle – Centro Storiografico e Sportivo AM, Colonnello Dario Bovino; il Presidente della Associazione Nazionale Carabinieri Sezione Bracciano, Luogotenente Giovanni Ciraolo e il Generale Bruno Riscaldati.




Per la stampa locale, presente il Presidente de L’agone nuovo Giovanni Furgiuele.
Lorenzo Avincola redattore L’agone
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Un importante lavoro, di inestimabile valore storico ed alta utilità gestionale-operativa, che Manfredi De Negri ha portato avanti per mesi, con la consueta passione professionale che lo contraddistingue. Domani ce lo presenterà in dettaglio, a prologo della grande Mostra Fotografica che sarà messa a disposizione di tutti, dall’1 al 15 agosto prossimi, presso la sede e con la preziosa collaborazione de L’Inchiostro del Futuro. Saranno molteplici le occasioni in cui, noi dell’Università Agraria, avremo modo di ringraziare Manfredi per aver risposto con perizia ed entusiasmo al nostro appello. Tuttavia, già ora, mi preme esprimergli un “grazie di cuore” da parte del CdA, della DAU e del sottoscritto, istituzionale e personale. Vi aspettiamo numerosi!
Fabio Chiaravalli, presidente dell’Agraria di Canale
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Si è svolta questa mattina, in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente, la sesta edizione di “Pulifondali e Pulispiagge”, l’iniziativa nazionale di pulizia dei fondali marini e degli arenili patrocinata dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica e promossa dalla FIPSAS – Federazione Italiana Pesca Sportiva Attività Subacquee e Nuoto Pinnato, in collaborazione con il Comando Generale delle Capitanerie di Porto – Guardia Costiera. Civitavecchia è stata una delle cinquanta città italiane coinvolte, con un’attività che la Federazione ha affidato sul territorio all’A.S.D. Canna da Riva, individuata come promotrice locale dell’iniziativa “Pulispiagge”.
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Cellulari spenti, sedie in circolo, sguardi diretti l’uno verso l’altro: è il momento dello Spazio-Ascolto, l’iniziativa promossa all’Istituto Superiore “Giuseppe Di Vittorio” dalle Docenti Bruna Calato, Alessandra Pecorelli e Annalisa Sorce, e dedicata alla condivisione, all’accoglienza delle fragilità, al confronto con il disagio giovanile.
“Lavoriamo da molti anni, tutte insieme, per costruire un ambiente scolastico che torni ad essere, prima di tutto relazione – ha sottolineato la Prof.ssa Annalisa Sorce, Referente del Progetto – perché siamo convinte che gli studenti abbiamo bisogno talvolta di fermarsi per lasciare spazio alla parola e alla possibilità di essere ascoltati senza fretta. I ritmi frenetici della società rischiano infatti di rispecchiarsi in quelli delle verifiche scolastiche, delle interrogazioni, dei programmi da seguire e della scadenze curricolari. Ma – hanno aggiunto le docenti – la buona didattica può e deve conoscere anche spazi e tempi di “pausa”, aperti al dialogo e al confronto informale”.
Atmosfera rilassata, parole sincere, nessuna fretta: gli studenti della III T dell’Istituto Alberghiero, martedì 26 maggio, guidati dalle tre docenti che coordinano l’iniziativa “Spazio-Ascolto”, hanno parlato di sé con naturalezza, condividendo impressioni ed emozioni, incertezze e timori, costruendo immediatamente un ritmo diverso dal solito, con insegnanti poste non fuori, ma dentro il cerchio. “Crediamo che l’ascolto sia la prima forma di presenza educativa, non un tempo “in meno” per la scuola, ma uno spazio “in più” per la crescita. – hanno aggiunto le docenti –
Molti studenti ci hanno chiesto materie “alternative”, ore di “educazione ai sentimenti”: sono voci che abbiamo il dovere di valorizzare. Perché il malessere e la devianza giovanile – hanno concluso – non possono trovare solo risposte emergenziali. Sta a noi intercettare il disagio quando ancora non si è trasformato in rottura. Solo così la comunità scolastica potrà tornare ad essere un luogo capace non soltanto di istruire, ma anche di comprendere, sostenere e accompagnare i giovani nel loro percorso di crescita”.
Comunicato stampa TREDICI IMPRESE ENTRANO A FAR PARTE DELLA EUROPEAN ALLIANCE FOR APPRENTICESHIP

Marco Danè presenta il suo libro e chiude il ciclo delle sue parole fondamentali
Si è tenuto giovedì quattro giugno nella biblioteca comunale Angela Zucconi di Anguillara Sabazia , l’ultimo appuntamento con le parole fondamentali di Marco Danè che nel corso di diversi incontri ci ha illustrato i significati profondi delle parole chiave che tutti dovremmo conoscere e che a volte ignoriamo nonostante la loro importanza, parole come il coraggio, la fiducia, la lealtà e l’amore , illustrate con semplicità ed estrema chiarezza anche grazie all’uso di piccoli racconti creati appositamente per gli incontri con le parole fondamentali. L’ultima parola pertanto è stata la fiducia in sé stessi che letteralmente significa riconoscere il proprio valore ed avere fiducia nelle proprie capacità. È la spinta interiore che permette di affrontare le sfide e superare gli ostacoli, agire per raggiungere i propri obiettivi, senza farsi bloccare dalla paura del giudizio altrui e dalla paura di fallire. un paio di aforismi uno di un anonimo e l’altro di Charles Bukowski dicevano cosi: “impara a piacere a te stesso. Quello che pensi di te stesso è molto più importante di quello che gli altri pensano di te “e ancora “Se una persona non crede in sé stessa se la cava molto meglio, perché è libera da implicazioni emotive”.

Per chi non lo ricordasse Marco Danè oltre ad essere uno che con le parole ci sa fare , è un ex televisivo classe 1944 e figura storica della nostra televisione, pioniere di programmi educativi e d’intrattenimento per ragazzi, ideatore di Tandem, programma pomeridiano di rai2 dove ha lavorato accanto a Fabrizio Frizzi, programma reso famoso dal celebre gioco “paroliamo”.Marco Danè pertanto ha dedicato molta della sua vena creativa alla rai creando sigle e giochi di intrattenimento e appunto di questo , del periodo della tivvù dei ragazzi parla nel suo libro “se potessimo fare un bel gioco” di manni editore, presentato proprio nell’occasione dell’ultima giornata dedicata alle seguitissime parole fondamentali che hanno dato un grosso contributo culturale alla nostra comunità dando modo anche al pubblico di esprimersi liberamente e confrontarsi.
Ilaria Morodei
La parola ingiustizia deriva dal latino iniustia dal prefisso -in che vuol dire “senza” e iustitia ovvero “giustizia” che sta per un’azione o un illecito contrario alla ragione e alla legge. Se dovessimo parlare di quante ingiustizie avvengono nel mondo purtroppo questo spazio non basterebbe; pertanto ci concentreremo sulla vita del singolo e sui risvolti psicologici che derivano dalle ingiustizie.
Pensiamo alle ingiustizie sul lavoro, pensiamo a chi magari ha un capo non incline alle interazioni sociali, pertanto ansioso e despota. Considerando che sul posto di lavoro ci si sta dalle sei alle otto ore quello che ne può derivare è una continua agitazione e un’ ansia da prestazione, senza contare la svalutazione delle proprie competenze e i conseguenti dubbi in merito alla propria autoefficacia, o chi subisce un mobbing per esempio. Il mobbing è una cosa gravissima che succede sul posto di lavoro purtroppo molto frequentemente, nel mobbing si usano tecniche di manipolazione della realtà molto crude come ad esempio il gasligthing, tecnica manipolativa di stampo narcisistico che compromette la realtà facendo dubitare di sé la vittima. Nel mobbing spesso è interessato tutto lo staff, pertanto la vittima si trova da sola a subire le angherie dei colleghi.
Questo atteggiamento è fatto per vessare, indebolire, emarginare la vittima e indurla alle dimissioni. Le conseguenze psicologiche di un trattamento vessatorio come quello del mobbing sono molteplici: innanzitutto la vittima si isolerà, ci sarà anche il rischio che raccontando ciò che succede non venga creduta, sopraggiungerà uno stato depressivo che la porterà suo malgrado a fare ciò che i colleghi desiderano, ovvero licenziarsi. Ma perché queste cose non si denunciano? Perché di fondo resta un senso di colpa, spesso si è indotti a pensare che ci sia qualcosa che non va in noi e purtroppo a pensare in questa maniera sono proprio le persone con un alto senso del dovere e di responsabilità. Ma è possibile farlo se , magari con l’aiuto di un esperto, si trova il coraggio di raccontare la propria realtà, che si lavori per un privato o per una azienda.
Ilaria Morodei