Il Four Friends di Bracciano: un omaggio involontario

La notizia arrivò con una notifica sul telefono, di quelle che cambiano il colore della giornata. Gino Paoli era morto. Marco lo lesse sul telefono. Non pensò. Scrisse: “Hai visto? Se n’è andato Paoli.”

Per anni non si erano più visti, ma quella canzone, “Quattro amici al bar” era stata la colonna sonora della loro adolescenza, il loro piccolo manifesto di resistenza ingenua.

Anna rispose dopo pochi minuti con quella rapidità che non appartiene alle persone che si sono perse davvero.
“Sì. Dovremmo salutarlo.”
“Sono al ‘Four Friends’, ci vediamo qui stasera?”

Il locale di Bracciano non esisteva ai tempi della loro giovinezza, ma il nome era un invito: ‘Four Friends’: un omaggio involontario.

Si ritrovarono davanti all’ingresso, si guardarono come fanno le persone che hanno condiviso un pezzo di vita. Il locale era un tepore di luci basse, sorrisi. Si sedettero a un tavolino come se gli anni non avessero scavato distanze. Ordinarono un aperitivo e rimasero ad ascoltare la musica di sottofondo. Non era Paoli, ma non importava: la memoria faceva il suo lavoro.

“Sai cosa mi colpisce?” disse Anna, dopo un po’. “Che quella canzone parlava di sogni che cambiano, di amici che si perdono… e noi siamo qui. Nonostante tutto.”
Marco annuì.
“Forse è questo il nostro modo di restare fedeli ai nostri sogni.”
Anna lo guardò.
“A volte basta una memoria condivisa.”

Non erano quattro amici al bar. Erano due, ma con abbastanza memoria da riempire tutti i posti mancanti.

Fuori, il vento sembrava respirare, dentro, il tempo sembrava essersi seduto accanto a loro, come un vecchio amico che non ha bisogno di parlare per farsi sentire.

Bevvero, parlarono, tacquero e in quel tacere c’era tutto ciò che non avevano saputo dirsi negli anni: le strade prese, quelle mancate, le promesse senza coraggio.

Quando uscirono, la notte era scesa del tutto. Il ‘Four Friends’, alle loro spalle, brillava come un piccolo faro, un luogo che invitava gli amici a ritrovarsi.
“Ci rivedremo?” chiese Marco, mentre camminavano verso il parcheggio.
Anna lo guardò.
“Sì. Non serve una scusa. Ma se vuoi, possiamo far finta che sia ancora per Paoli.”
Marco sorrise.
“O per quei quattro amici al bar che non siamo mai stati, ma che continuiamo ancora a essere.”

Si salutarono con un abbraccio. Mentre si allontanavano, entrambi ebbero la stessa sensazione: certe canzoni non finiscono davvero, restano, aspettano. Ma, quando serve, riportano le persone esattamente dove devono essere e quel locale era uno di quelli.

Riccardo Agresti

Ultimi articoli