Mi rivolgo a voi con una voce che non è soltanto la mia. È la voce delle acque che si allargano nel lago di Bracciano, dei venti che scendono dalle colline di Trevignano, dei boschi che respirano tra Manziana e Canale Monterano. È la voce delle pietre antiche di Cerveteri, delle onde che si infrangono a Ladispoli, dei sentieri che si arrampicano verso Oriolo e Vejano. È la voce di un territorio che, questo mese, chiede di essere ascoltato.
Parlo io, il territorio. E non lo faccio per nostalgia o per vanità, ma perché ogni giorno vivo del vostro passo, del vostro sguardo, del vostro lavoro. Vivo del turismo che arriva, che torna, che scopre e riscopre. Vivo degli amministratori che cercano equilibrio, dei commercianti che aprono le serrande all’alba, dei piccoli imprenditori che credono che qui, tra lago e mare, tra Roma e Tuscia, si possa ancora costruire futuro.
Io vi vedo. Vi ascolto. E ora tocca a me parlare.
Le mie acque conoscono la pazienza: sanno che ogni onda nasce da un respiro lento. I miei boschi conoscono la cura: ogni foglia cresce perché nessuno ha avuto fretta. I miei siti archeologici custodiscono la memoria: non chiedono applausi, ma rispetto. Le mie strade di campagna, i vicoli dei borghi, le piazze che si aprono all’improvviso tra le case raccontano storie che non si possono consumare in un weekend distratto.
Per questo, a chi viene e a chi accoglie, chiedo una cosa sola: rispetto. Rispetto per l’ambiente, certo, per la fauna che si muove silenziosa, per le biodiversità che fanno di me un mosaico unico. Ma rispetto anche per i ritmi che mi appartengono, più lenti, più giusti, più umani. Per le tradizioni che non sono folclore, ma identità. Per le culture locali che non sono ostacolo, ma ricchezza. Per i racconti antichi che non sono passato, ma radici.
Il turismo non è soltanto business. È un incontro. È un patto. È la possibilità di rigenerarsi insieme: chi arriva e chi resta, chi osserva e chi custodisce. È scambio, è simbiosi, è equilibrio. È la promessa che ciò che si ammira non verrà consumato, ma compreso.
In questo numero, saranno le vostre voci – quelle degli intervistati, dei lavoratori del turismo, dei cittadini – a comporre il coro. Ma io sarò la voce solista. Non per sovrastare, ma per armonizzare. Per ricordare che ogni scelta, ogni progetto, ogni passo deve partire da qui: dal rispetto che mi è dovuto come si deve a un familiare. A un padre, a una madre, a un fratello. A qualcuno che si ama e che si vuole proteggere.
Io sono il territorio. E vi chiedo di continuare a camminare con me, non sopra di me. Di ascoltarmi, non solo di guardarmi. Di farmi vivere, non solo di usarne i confini.
Perché insieme possiamo fare del turismo non un passaggio, ma un ritorno. Non un consumo, ma una cura. Non un affare, ma un equilibrio ritrovato.
Ludovica Di Pietrantonio, direttore L’agone


