Fallascoso, il paese dove non manca niente.

La rubrica “Paesi che vai” oggi ci porta in Abruzzo e ci racconta un paese quasi fantasma che richiama le fiabe.

 

C’è un punto dell’Abruzzo interno dove il mondo sembra rallentare fino quasi a fermarsi. Un luogo che non si attraversa per caso, che non si incontra lungo una strada principale, che non si scopre seguendo le mappe del turismo. Si chiama Fallascoso, frazione di Torricella Peligna, mille metri d’altitudine sul versante carricino della Maiella, un pugno di case in pietra affacciate su un orizzonte che spazia dalle creste della montagna fino al mare Adriatico, lontano ma visibile nelle giornate più limpide.

Tutt’intorno e prossimo siti che raccontano pagine di storia, il parco Nazionale della Maiella, un’ambiente incorrotto, castelli, fauna protetta ed esperienze enograstronomiche che sfideranno la dimenticanza sensoriale. Ma non è questo che vogliamo raccontarvi, tutto questo è da vivere. Vorremmo provare a condividervi il privilegio di un’esperienza totalizzante, fuori tempo, distante dalle logiche del consumismo. Vorremmo provare a raccontarvi questo piccolo borgo visto oltre che con i sensi, anche con l’anima.

“Diciotto abitanti e quindici gatti”, ha detto una delle residenti più anziane, con un sorriso che non è ironia ma consapevolezza. Una definizione che è già un racconto: Fallascoso è un microcosmo montano dove la vita si misura in presenze, non in numeri.

Non ci sono negozi. Non ci sono rumori. Non ci sono servizi a portata di mano: il comune, con i suoi presidi di civilizzazione, è a quasi quattro chilometri. Eppure, in un luogo dove apparentemente non c’è niente, dopo pochi giorni si scopre che non manca nulla. O meglio: non manca nulla di ciò che davvero serve.

Quando abbiamo chiesto a Doralice, una delle residenti più anziane, ipovedente e costretta su una sedia a rotelle, cosa mancasse a Fallascoso, ha risposto senza esitazione: «Niente. Qui non manca niente.»

È una frase che non si dimentica. È la pietra preziosa che ci portiamo via da qui, noi che viviamo in luoghi dove manca sempre qualcosa: un servizio, un comfort, un’opportunità, un tempo che non basta mai. A Fallascoso, invece, il tempo è sufficiente. E la vita anche.

 

Il paese dove la comunicazione passa dalle finestre

Qui la comunicazione non segue le vie della rete. Ci si chiama dalla strada, ci si parla dai balconi, ci si preoccupa se una finestra non si apre alla solita ora o se un’abitudine non viene confermata. La comunità è un sistema di segnali minimi, di prossimità, di attenzione reciproca. Non c’è bisogno di definirla: esiste, funziona, sostiene.

Quassù la cronaca con i suoi morti, le sue storture, il senso violentato della giustizia, sembrano racconti fantascientifici nemmeno tanto interessanti.

Fallascoso è un luogo dove si vive un tempo sospeso, un intervallo tra un passato dimenticato e un presente lontanissimo, quasi inconcepibile. Il futuro non è una preoccupazione: ciò che conta è l’immediato, il gesto quotidiano, la presenza dell’altro. È un modo di stare al mondo che ribalta le priorità e ridisegna le logiche dell’appartenenza.

 

L’amministrazione che custodisce l’essenziale

In un contesto così piccolo, l’amministrazione comunale ha un ruolo decisivo. Il sindaco Carmine Ficca e la sua amministrazione, in particolar modo l’assessore Nicola Di Pietrantonio, che alle origini di Fallascoso è tornato a prestare il proprio contributo dopo una vita lavorativa trascorsa a Roma, garantiscono una presenza attenta e concreta. Il medico e la farmacia assicurano il supporto sanitario necessario. Gli ambulanti e le consegne a domicilio garantiscono gli approvvigionamenti, soprattutto nei mesi invernali, quando la neve rallenta la mobilità e il paese sembra ancora più isolato.

Non manca nemmeno l’attenzione alla cultura. Fallascoso è impregnato di storia: qui, durante la II gueraa Mondiale, passava la Linea Gustav, qui i partigiani hanno resistito e difeso la nostra libertà con una determinazione che ancora oggi si percepisce nelle pietre delle case e nei racconti degli anziani. La memoria non è un elemento accessorio: è parte del paesaggio, come la Maiella che domina il borgo e ne custodisce il silenzio.

Proprio nella stupenda piazzetta del belvedere, affacciata sulla maestosità della montagna, ogni anno si apre il Festival John Fante – “Il dio di mio padre”, manifestazione culturale di livello internazionale dedicata allo scrittore abruzzese‑americano. Un festival che porta qui studiosi, lettori, appassionati, e che dimostra come anche un luogo minuscolo possa diventare centro di gravità culturale, spazio di incontro, di parola, di memoria condivisa. È un modo per ricordare che la cultura non ha bisogno di grandi platee: ha bisogno di luoghi che sappiano ascoltare.

San Rinaldo e il senso del rito

La piccola chiesa del paese ospita una funzione a settimana. Il patrono, San Rinaldo, eremita che cercava la via essenziale del Signore nella solitudine di una grotta, incarna perfettamente lo spirito del borgo: silenzio, misura, interiorità.

Durante i festeggiamenti patronali, Fallascoso rivede il concetto stesso di festa. Niente palchi, niente programmi costosi, niente eventi da migliaia di euro. Solo il ripetersi di tradizioni antiche, come la Conocchia, rito offertorio in cui uomini e donne in costumi tradizionali percorrono le poche vie del paese, bussano porta a porta, cantano antichi canti locali e raccolgono offerte in generi alimentari. La sera, tutto viene riproposto in un’asta comunitaria, semplice e solenne.

Nessun gruppo rinomato, nessun cabarettista prezzolato: solo fisarmoniche, organetti, chitarre e voci che si intrecciano. E passi di danza che sembrano uscire da un tempo remoto, propiziatori, circolari, condivisi. La vera festa è esserci, ritrovarsi, ricordare.

Nei tre giorni di festa, Fallascoso si riempie. Arrivano gli emigrati, quelli che tanti lustri fa si disseminarono per i capoluoghi e le regioni più diverse della nostra Italia ma emigrarono anche, per cercare fortuna in ogni angolo del mondo. Tornano immancabilmente, attratti dal richiamo delle radici. È forse questo il vero miracolo del paese: la capacità di richiamare chi è lontano, di ricordare che l’appartenenza non è un concetto, ma una condizione dell’anima.

Case che aspettano e un silenzio che orienta

Centinaia di case in pietra aspettano solo di essere fatte rivivere. Non con le logiche del turismo mordi‑e‑fuggi, ma con quelle dimenticate della cura, della presenza, della continuità. Fallascoso non chiede di essere visitato: chiede di essere ascoltato. E chi lo ascolta, difficilmente se ne dimentica.

Aprire la finestra la mattina significa affacciarsi su un silenzio irreale. Le prospettive sono limpide: la Maiella di fronte, il mare sullo sfondo, la luce che cambia lentamente. È un silenzio che non isola, ma orienta. Che non toglie, ma restituisce.

Descrivere e raccontare Fallascoso potrebbe essere semplice e al tempo stesso complicato. Semplice, perché qui tutto è caratterizzato da semplicità: i paesaggi e la gente, le strade e le prospettive, gli usi e i costumi, i rapporti interpersonali e la forma. Ma anche complicato: come si racconta il silenzio quasi assoluto, il ritmo del tempo scandito da un orologio senza lancette ma fatto di riti e passaggi, l’orologio della chiesa, il mezzo della nettezza urbana predisposto alla raccolta differenziata porta a porta, questa relazione innaturale tra semplice e funzionale?

Come si racconta la sensazione di ascoltare i propri passi sul selciato, le evoluzioni volitive delle nuvole, la generosità del sole e la pioggia di stelle delle notti d’estate, la musica del vento che arpeggia tra gli alberi, le case, i vicoli, gli scorci? E come si racconta l’acqua delle fonti, fresca e allegra, che scende cantando tra le pietre come una nenia antica, ricordando che la vita, qui, scorre con un ritmo che non si può accelerare?

Camminare in un posto che talvolta dà l’idea di essere disabitato equivale a camminare dentro se stessi, per trovare — talvolta — anche ciò che non ci piace, ma esiste e riemerge prendendo una definizione nuova e diversa.

E poi c’è un’ultima verità, quella che scopriamo ogni anno tornando qui, da una vita intera. A Fallascoso non ci sono soltanto le nostre radici: c’è qualcosa di più. C’è un senso di riequilibrio che altrove non troviamo, uno spazio di pensiero laterale, più alto — forse perché montano — dove le idee respirano e le prospettive si allargano. Qui c’è lo spazio per orientarsi verso possibilità che non si erano considerate, verso una prossimità che purifica dal cinismo delle nostre vite frenetiche e veloci.

Qui gli elementi naturali della vita — il fuoco, il legno, la pietra, l’acqua — insegnano più dei libri. Qui i racconti antichi di gente semplice di montagna valgono più delle valanghe di mondo con cui ci travolge la rete. E a proposito di rete: anche qui è arrivata, hanno da poco installato la fibra. Eppure a nessuno sembra interessare. Perché tutto l’universo mondo è già nelle piccole cose possibili, e la velocità delle connessioni diventa irrilevante di fronte alla lentezza dei ritmi che riportano ciascuno a sé stesso, al senso ancestrale dell’esistere.

Fallascoso è un calibro di passi possibili. E forse, proprio per questo, può portare più lontano di dove stiamo cercando di andare correndo a perdifiato.

Ludovica Di Pietrantonio, direttore L’agone

Gianluca Di Pietrantonio, redattore L’agone

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