Gino Paoli

La notizia arrivò a entrambi nello stesso modo: una notifica sul telefono, un titolo asciutto di quelle che non promettono nulla e invece cambiano il colore della giornata. Gino Paoli era morto. Marco lo lesse sul telefono mentre aspettava il caffè e si ritrovò in quel silenzio che segue le cose che non dovrebbero finire.

Non pensò. Scrisse. A lei.

“Hai visto? Se n’è andato Paoli.”

Per anni non si erano più visti, ma quella canzone, “Quattro amici al bar” era stata la colonna sonora della loro adolescenza, il loro piccolo manifesto di resistenza ingenua, il sogno di “fare qualcosa insieme”, anche se non avevano mai capito bene cosa.

Anna rispose dopo pochi minuti, con quella rapidità che non appartiene alle persone che si sono perse davvero.

“Sì. Mi ha fatto un effetto strano.”

“Dovremmo salutarlo a modo nostro”, aggiunse lui dopo un attimo.

“Sono al ‘Four Friends’, ci vediamo qui stasera? È la scusa perfetta!”

Il locale di Bracciano non esisteva ai tempi della loro giovinezza, ma il nome era un invito: ‘Four Friends’: un omaggio involontario.

Quando si ritrovarono davanti all’ingresso, si guardarono come fanno le persone che hanno condiviso un pezzo di vita. Non c’era imbarazzo, solo una tenerezza un po’ stropicciata.

Dentro, il locale era un tepore di luci basse, sorrisi, frammenti di vita che sembravano lì per ricordare che ogni storia è fatta anche di ritorni.

Si sedettero a un tavolino come se gli anni non avessero scavato distanze. Ordinarono un aperitivo e rimasero un attimo in silenzio, ascoltando la musica di sottofondo. Non era Paoli, ma non importava. La memoria faceva il suo lavoro.

“Sai cosa mi colpisce?” disse Anna, dopo un po’. “Che quella canzone parlava di sogni che cambiano, di amici che si perdono… e noi siamo qui. Nonostante tutto.”

Marco annuì. “Forse è questo il nostro modo di restare fedeli ai nostri sogni. Tornare, ogni tanto.”

Anna lo guardò e nei suoi occhi c’era una dolcezza nuova, più matura, più quieta.

“A volte basta una memoria condivisa.”

Non erano quattro amici al bar. Erano due, ma con abbastanza memoria per riempire tutti i posti mancanti.

Fuori, il vento sembrava respirare, dentro, il tempo sembrava essersi seduto accanto a loro, come un vecchio amico che non ha bisogno di parlare per farsi sentire.

Bevvero, parlarono, tacquero e in quel tacere c’era tutto ciò che non avevano saputo dirsi negli anni: le strade prese, quelle mancate, le promesse senza coraggio, le scelte separate.

 

Non si erano rivisti da anni. Da quel pomeriggio che sembrava non appartenere a nessuna stagione. Si erano dati appuntamento alla Sentinella, il punto più alto del paese, dove il lago si vede come un’idea e il vento porta sempre qualcosa che non sai se è ricordo o promessa. Quando Marco era arrivato, Anna era già lì. Appoggiata al muretto, guardava l’orizzonte. Poco distante, un ragazzo aveva una radio portatile accesa e, da quell’altoparlante un po’ gracchiante, usciva proprio la canzone di Gino Paoli.

Anna teneva una busta tra le dita.

“Mi hanno presa”, disse senza voltarsi.

“Dove?”

“Milano. Parto tra una settimana.”

La canzone continuava, come se stesse commentando la scena. Marco sentì un nodo salire, ma non trovò parole che non suonassero sbagliate. La Sentinella sembrava osservare tutto dall’alto, come un testimone antico.

“È una cosa buona”, riuscì a dire.

“Sì. Volevo che lo sapessi direttamente da me.”

Il ragazzo con la radio cambiò stazione, ma per un attimo la voce di Paoli rimase sospesa nell’aria, come un filo che si spezza lentamente. Anna abbassò lo sguardo. Marco fece un passo verso di lei, poi si fermò. Non si abbracciarono. Non si salutarono davvero. Fu un distacco che non fece rumore, ma lasciò un’ombra lunga. Una separazione che non era una fine, solo un disallineamento di tempi, come due lancette che per un po’ non riescono a toccarsi. Una storia che non si era spezzata, solo messa in pausa, aspettando il momento giusto per riallinearsi.

 

Quando uscirono, la notte era scesa del tutto. Il ‘Four Friends’, alle loro spalle, brillava come un piccolo faro, un luogo che non chiedeva nulla se non accogliere.

“Ci rivedremo?” chiese Marco, mentre camminavano verso il parcheggio.

Anna lo guardò come si guarda una possibilità che non fa paura.

“Sì. Non serve una scusa. Ma se vuoi, possiamo far finta che sia ancora per Paoli.”

Marco sorrise.

“O per quei quattro amici al bar che non siamo mai stati, ma che, in qualche modo, continuiamo ancora a essere.”

Si salutarono con un abbraccio breve, ma vero. Mentre si allontanavano, ciascuno nella propria direzione, entrambi ebbero la stessa sensazione: che certe canzoni non finiscono davvero. Restano. Aspettano. Ma, quando serve, riportano le persone esattamente dove devono essere e quel locale era uno di quelli.

Riccardo Agresti

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