Quello del 2026, diciamolo, sarà un mondiale che permetterà di parlare, oltre che di fuorigioco, anche di altro. Ecco qualche altro suggerimento.
Storia
Rivalità che ritornano, come Senegal–Francia, la versione calcistica di “Ci rivediamo dopo vent’anni”. Il Senegal ritrova la Francia dopo il clamoroso 1–0 del 2002, una partita che non fu solo una sorpresa: fu un terremoto geopolitico in formato pallone.
Era la gara inaugurale del Mondiale coreano-giapponese, i francesi arrivavano da campioni del mondo e d’Europa, convinti di dover solo timbrare il cartellino. Il Senegal, invece, arrivava con la leggerezza di chi non ha nulla da perdere e la fame di chi vuole dimostrare tutto. Ma quel giorno, a Seul, accadde l’impensabile: Papa Bouba Diop segnò il gol che fece crollare un impero. La Francia, abituata a dominare, si ritrovò improvvisamente a fare i conti con una realtà nuova: che nel calcio, come nella vita, non basta il pedigree per evitare una figuraccia planetaria. Per questo, oggi, il loro incontro somiglia a rivedere una ex dopo vent’anni. Non una ex qualunque: quella che ti ha mollato davanti a tutti, proprio il giorno della tua festa. È come se il Senegal dicesse, con un sorriso educato ma affilato:
“Ciao, come stai? Ti ricordi di me? Io sì.”.
La Francia, elegante come sempre, risponderebbe con un mezzo sorriso, sperando che nessuno tiri fuori le foto di quella serata del 2002 in cui tutto andò storto, l’infortunio di Zidane, l’attacco sterile, la presunzione punita e l’inizio di un Mondiale che per loro sarebbe finito nel modo più umiliante: eliminati ai gironi senza segnare un solo gol. Quella partita non fu solo un risultato: fu un simbolo. Il calcio africano che bussava alla porta del mondo e diceva:
“Spostatevi un po’, entriamo anche noi.”.
Il mondo, da quel giorno, non fu più lo stesso.
Ora, nel 2026, il loro incrocio ha il sapore di un capitolo che torna a chiedere di essere scritto. Con la Francia, che spera in una redenzione elegante, e il Senegal che, sotto sotto, sogna un altro colpo da tramandare ai nipoti.
La coppa precedente all’attuale, la Coppa Jules Rimet, fu assegnata definitivamente al Brasile nel 1970, quando Pelé & co. decisero di prendersi il trofeo per sempre… battendo l’Italia 4-1. Una partita talmente dolorosa che ancora oggi, se la nomini a un italiano sopra i 60 anni, ti guarda come se gli avessi rigato la macchina. Qualcuno dice:
“Io nel ’70 non c’ero, ma mi fa male lo stesso.”
Se poi appare Pelé in TV cambiano canale per istinto di sopravvivenza.
Il regolamento diceva: “Chi vince tre Mondiali, si porta a casa la Coppa”. Il Brasile lo prese alla lettera e infatti se la portò davvero a casa. Letteralmente.
Qui la storia diventa un film di Scorsese, ma con meno glamour.
Nel 1983, la Coppa Rimet venne rubata dalla sede della federazione brasiliana. Non fu mai più ritrovata. La versione più accreditata? È stata fusa. Sì: la Coppa del Mondo trasformata in lingotti. Un finale così assurdo che neanche Netflix avrebbe il coraggio di proporlo. È l’unico furto della storia in cui i ladri hanno rubato qualcosa che valeva più come simbolo che come oro. È come rubare la Gioconda per usarla come tovaglietta.
Dopo il furto, la FIFA disse:
“Ok, basta, facciamone una nuova e stavolta la teniamo noi”.
La nuova coppa, introdotta nel 1974, è opera dell’italianissimo Silvio Gazzaniga, scultore milanese che probabilmente non immaginava che la sua creazione sarebbe diventata l’oggetto più desiderato del pianeta dopo il caricabatterie quando hai il telefono al 2%. È così bella che se la guardi troppo a lungo, ti viene voglia di lucidare anche i trofei del Subbuteo.
È prodotta dalla Bertoni Srl di Paderno Dugnano. Sì, la Coppa del Mondo nasce in provincia di Milano. Altro che Hollywood.
Cosa succede quando una squadra vince il Mondiale?
Qui arriva la parte più comica.
- Il capitano alza al cielo l’originale.
- Tutti festeggiano, si abbracciano, piangono, si rotolano per terra.
- Poi, negli spogliatoi, arriva un funzionario FIFA con la stessa energia di un controllore del treno: “Ok ragazzi, bella festa, ma ora ridatemi la Coppa.”
- L’originale torna nel caveau di Zurigo.
- Ai vincitori rimane una replica placcata in oro. Bella eh, ma non proprio la stessa cosa.
In pratica: vinci il Mondiale, ma la Coppa vera la vedi solo per mezz’ora. È come quando ti fanno provare una Ferrari… e poi ti ridanno le chiavi della Panda.
I tre Paesi del Mondiale 2026 hanno una storia molto diversa alle spalle: uno è un veterano assoluto, uno è un habitué, uno è un debuttante.
MESSICO 2 volte:
1970 – il Mondiale di Pelé, della semifinale Italia–Germania 4–3;
1986 – il Mondiale di Maradona, della Mano de Dios e del Gol del Secolo.
STATI UNITI 1 volta:
1994 – il Mondiale dei record di pubblico (ancora imbattuti), finale Brasile–Italia decisa ai rigori (errore del mitico Roberto Baggio).
CANADA 0 volte Mai un Mondiale maschile prima del 2026.
Ha ospitato un mondiale di calcio, però era il Mondiale femminile 2015
Economia
Il montepremi di questo mondiale sembra il PIL di un Paese medio e ti fa chiedere se non fosse meglio fare il calciatore invece del tuo lavoro. Supera i 544 milioni di sterline, una cifra talmente vasta che, se la lasci un attimo incustodita, rischia di sviluppare una sua atmosfera e un proprio sistema climatico.
La squadra vincitrice ne porterà a casa 37,4 milioni, una somma che non è solo un premio, è un invito a ripensare radicalmente la propria vita. Con quei soldi puoi fare molte cose. Puoi comprare un’isola, magari una di quelle dove la nazionale si ritira a meditare sul senso della vittoria. Puoi costruire uno stadio, con tanto di parcheggi multipiano, ristoranti panoramici e museo delle imprese (vere o presunte). Oppure puoi tentare l’impresa più audace di tutte: pagare il parcheggio allo stadio. Forse. Dipende dalla città.
Ma non è finita qui. Il resto del montepremi, oltre mezzo miliardo, si distribuisce tra partecipanti, federazioni, staff, progetti di sviluppo e, naturalmente, la FIFA, che osserva tutto dall’alto come un antico imperatore che supervisiona la raccolta dei tributi. In fondo, il Mondiale è anche questo: una gigantesca macchina economica che muove capitali, sogni, infrastrutture e ambizioni e ogni tanto, tra un bilancio e un trofeo, ci ricorda che il calcio non è solo un gioco: è un settore industriale che, se volesse, potrebbe tranquillamente comprare un piccolo Paese o, almeno, affittarlo per un mese.
Si prevede che gli spettatori dei Mondiali 2026 saranno 6,5 milioni. Un numero talmente alto che, se li mettessimo tutti in fila, arriverebbero da New York a Los Angeles… e tornerebbero indietro perché hanno dimenticato la bandiera in macchina e poi per lamentarsi dei prezzi dei biglietti. Prezzi che, a quanto pare, saranno affrontabili solo dai VIP: per la finale i biglietti supereranno i 10.000 dollari. Insomma, se non hai almeno un jet privato o un cognome con più vocali che consonanti, guarderai la partita dal divano.
Gli analisti prevedono che sarà un affare soprattutto per la FIFA, che si prepara a vivere i Mondiali più redditizi della storia: 11 miliardi di dollari nel quadriennio 2023-2026, contro i “modesti” 7,6 miliardi del Qatar. Una crescita così rapida che persino le startup della Silicon Valley stanno prendendo appunti. A questo punto la FIFA non è più un’organizzazione sportiva, è un Paese del G7 oppure è una startup unicorno che però non deve convincere gli investitori, li compra direttamente.
La ripartizione dei ricavi è un piccolo capolavoro di ingegneria finanziaria:
4,3 miliardi dai diritti TV
2,7 miliardi dalle sponsorizzazioni (se potessero, metterebbero un logo anche sul pallone… ah, scusate, già lo fanno),
3 miliardi da biglietti e ospitalità, pari al totale dei ricavi da biglietti delle ultime sei edizioni dei Mondiali. Sei. Edizioni. La FIFA non vende biglietti: vende esperienze mistiche.
Il trofeo? Un gioiellino da 746.811 dollari, interamente in oro 18 carati, 6.1 kg lordi, praticamente il prezzo di una Ferrari SF90 Stradale. La differenza è che la Ferrari almeno te la lasciano portare a casa, la Coppa no.
Dal 1974 il suo valore è aumentato del 3.000%. Se fosse un investimento finanziario, sarebbe già stato bandito per eccesso di successo.
Il valore complessivo dei giocatori delle 48 squadre è stimato in 18 miliardi di dollari. L’Inghilterra guida la classifica con 1,9 miliardi: praticamente una squadra composta da esseri umani e lingotti ambulanti. Francia e Spagna seguono a ruota con 1,5-1,6 miliardi.
Poi c’è Lamine Yamal, che domina la formazione dei giocatori più preziosi: 200 milioni. Davanti a Mbappé. Ha 18 anni. Alla sua età molti di noi stavano ancora litigando con l’algebra, io valevo un panino e un gettone della sala giochi, e neanche sempre.
Mentre tutto questo accade, l’industria sportiva globale nel 2025 raggiunge i 2,3 trilioni di dollari di ricavi. Se lo sport fosse un Paese, sarebbe il decimo al mondo per PIL, probabilmente avrebbe anche una Nazionale più forte di molte che vedremo ai Mondiali.
Altri argomenti mondiali:
Geografia, Tecnologia, Sociologia
Identità, Urbanistica e Geologia
Antropologia e Tempistica
Fonti:
Riccardo Agresti


