13 Febbraio, 2026
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La festa degli innamorati (parte 3 di 4) – I fiori

Il fiore e la donna: un simbolo antico

L’usanza di donare fiori a una donna affonda le radici in un intreccio di simboli che precede di molto la cultura romantica moderna. In molte civiltà antiche il fiore non era un semplice ornamento, ma un segno carico di significati vitali: nascita, trasformazione, fecondità, bellezza effimera e rinnovamento ciclico. Il fiore è ciò che annuncia il frutto, ciò che rende visibile una potenza ancora in atto.

Nelle culture agricole del Mediterraneo, il fiore era associato alla primavera, stagione della rinascita, e quindi alla capacità generativa della natura. Non sorprende che, per analogia, esso sia stato presto collegato al corpo femminile, inteso non in senso riduttivo, ma come luogo simbolico di origine, passaggio e continuità della vita. La donna, come il fiore, rappresentava ciò che sboccia, accoglie, trasforma.

Nel linguaggio simbolico antico, greco, romano, ma anche orientale, il fiore è spesso metafora del corpo femminile e, in modo più sottile, della sessualità intesa come forza vitale e sacra, non come mero atto. Divinità come Afrodite, Flora, Persefone o Iside sono frequentemente associate a fiori specifici, che ne richiamano il potere di attrazione, di generazione e di rinnovamento. In questo contesto, la sessualità non è separata dal sacro: è una sua manifestazione.

Con il passare dei secoli e l’avvento del cristianesimo, questo simbolismo non scompare, ma viene trasformato. Il fiore perde progressivamente il suo legame esplicito con la sessualità e assume connotazioni di purezza, grazia, delicatezza. Il giglio, ad esempio, diventa simbolo di verginità, la rosa conserva una duplicità: amore spirituale e amore carnale. Donare un fiore a una donna diventa così un gesto che allude, senza nominare.

In epoca moderna, il gesto si codifica come atto romantico, ma conserva tracce profonde del suo passato simbolico. Offrire un fiore non significa soltanto esprimere affetto: significa riconoscere. Riconoscere la donna come spazio vivo, come soggetto di desiderio e di scelta, come essere che fiorisce secondo tempi propri. Il fiore, fragile e destinato a sfiorire, ricorda anche che l’amore non è appropriazione, ma cura temporanea di qualcosa che non ci appartiene.

In questa prospettiva è possibile leggere il fiore come simbolo della capacità generativa femminile e, in senso più ampio, della sua sessualità, non ridotta a funzione, ma elevata a linguaggio della vita. Un linguaggio che non si impone, non si consuma, ma si offre. Come il fiore stesso.

 

Una nuova festa per San Valentino

Spogliata dei fiori obbligatori, delle cene prenotate per dovere e dei regali che cercano di misurare l’amore, la festa di San Valentino può tornare a essere ciò che, in profondità, prometteva di essere: un tempo sospeso per riconoscersi.

Non la celebrazione dell’amore in astratto, né dell’innamoramento spettacolare, ma della presenza reciproca.

In questa lettura più intima, San Valentino non chiede di dimostrare nulla all’esterno. Chiede piuttosto di fermarsi, di guardare l’altro non come oggetto di desiderio o conquista, ma come spazio vivo, che si rinnova ogni giorno e che va scelto ancora.

È una festa che non pretende e non impone: non dice “se ami devi fare”, ma sussurra “se ami, resta”.

Se i Lupercali erano un rito di fertilità collettiva, rumoroso e pubblico, questa versione intima ne conserva l’essenziale, lasciando andare ciò che si è irrigidito nella relazione, riconoscendo ciò che è cambiato nell’altro e accettando che l’intimità non è mai data una volta per tutte. San Valentino, così, diventa un capodanno emotivo, un momento per chiedersi non “quanto ti amo?”, ma “come ti amo adesso?”

In questa chiave, San Valentino non è esclusivo né escludente. È una festa anche per chi ama senza possedere, per chi è solo ma non è vuoto, per chi ha perso e sta imparando a restare, per chi sta ricostruendo un rapporto con il proprio corpo, con il proprio desiderio, con il proprio tempo. L’amore celebrato non è solo quello romantico, ma quello responsabile: l’amore che non invade, che non pretende, che non usa l’altro come riparo dalle proprie mancanze.

 

Domani la quarta parte

Per leggere la prima parte

 

Riccardo Agresti

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