Ottobre è il mese in cui gli alberi iniziano a raccontare la loro verità.
Le prime foglie si staccano dai rami senza clamore. Scendono lentamente, danzando nell’aria, colorano i marciapiedi, i giardini, le piazze dei nostri paesi. È uno spettacolo che osserviamo da sempre e che, forse proprio per questo, non guardiamo più davvero. Eppure la natura possiede una straordinaria capacità: riesce a spiegare con semplicità ciò che gli uomini spesso complicano.
Ogni autunno è una caduta.
Cadono le foglie, ma sembra che quest’anno stiano cadendo anche molte altre cose.
Cadono le cautele che per decenni avevano trattenuto gli Stati dal considerare la guerra uno strumento accettabile di confronto. Cadono le remore che un tempo imponevano prudenza, mediazione, diplomazia. Da troppe parti del mondo continuano a levarsi il rumore delle armi e il linguaggio della forza, mentre il dialogo appare sempre più debole, quasi un’arte antica che abbiamo smesso di praticare.
Cadono i toni della politica, sempre più simili a quelli di una tifoseria che a quelli di una comunità chiamata a discutere il proprio futuro. Le idee non vengono più confrontate, ma contrapposte. L’avversario non è più qualcuno da convincere, ma qualcuno da delegittimare. Il dissenso non arricchisce, disturba.
Cadono, purtroppo, anche alcune regole essenziali della convivenza civile. Basta osservare il linguaggio che attraversa i social network, le cronache quotidiane, perfino molti momenti della vita pubblica. L’aggressività si è fatta costume, l’insulto scorciatoia, la prepotenza spettacolo.
I nostri figli crescono immersi in questo clima.
Vedono adulti che urlano per avere ragione invece di ragionare per essere ascoltati. Assistono a confronti sempre più poveri di contenuti e sempre più ricchi di rabbia. Imparano che il volume della voce conta più della forza delle argomentazioni, che vincere vale più che comprendere. E così il rispetto, la pazienza, l’ascolto rischiano di apparire virtù fuori moda.
La stessa deriva attraversa molti altri ambiti della nostra vita collettiva. Lo sport, che dovrebbe insegnare rispetto delle regole e dell’avversario, talvolta si trasforma in terreno di ostilità. L’economia, che dovrebbe essere strumento di crescita condivisa, sembra spesso inseguire esclusivamente risultati immediati, sacrificando visione e responsabilità. Persino il dibattito pubblico appare dominato dall’urgenza di reagire, più che dalla volontà di capire.
È come se stessero cadendo, una dopo l’altra, le foglie dei nostri freni inibitori.
Eppure la natura, ancora una volta, suggerisce una lettura diversa.
Perché l’albero non vive la caduta delle foglie come una sconfitta.
La vive come una preparazione.
Si libera di ciò che non può portare con sé nell’inverno per custodire l’energia necessaria alla rinascita. Nulla, in quel ciclo perfetto, è una fine. Tutto è trasformazione. Tutto è attesa del nuovo.
Forse dovremmo imparare da questa lezione silenziosa.
Anche nelle stagioni più difficili esistono germogli invisibili che stanno già preparando il futuro. E spesso quei germogli nascono lontano dai grandi palcoscenici, dalle capitali della politica, dalle stanze in cui si prendono le decisioni che occupano le prime pagine dei giornali.
Nascono nei piccoli comuni. Nelle associazioni. Nelle scuole. Nelle famiglie. Nei volontari che dedicano tempo agli altri. Negli amministratori che lavorano senza clamore. Negli insegnanti che continuano a educare al pensiero critico. In chi sceglie, ogni giorno, il dialogo invece dello scontro.
È da qui che potrebbe partire una nuova stagione.
Una stagione capace di diffondersi da borgo a borgo, da comunità a comunità, come un benefico contagio. Una sorta di pestilenza al contrario, che propaghi gentilezza, responsabilità, rispetto, senso del limite. Valori antichi che oggi appaiono rivoluzionari proprio perché sempre più rari.
Le foglie continueranno a cadere nelle prossime settimane. Copriranno sentieri, piazze e campi. Qualcuno vi vedrà soltanto il segno dell’autunno che avanza.
Altri, forse, sapranno scorgervi qualcosa di più.
Il promemoria che ogni declino contiene una possibilità. Che ogni inverno custodisce una primavera. E che la rinascita non comincia quasi mai dai luoghi in cui tutti guardano, ma da quelli che troppo spesso nessuno osserva.
Proprio come accade ai germogli: piccoli, fragili, quasi invisibili. Eppure sufficienti, da soli, a restituire vita a un’intera foresta.
Ludovica Di Pietrantonio, direttore L’agone


