Il cinema e la politica dello sguardo

Ci sono molti aspetti in cui il cinema può essere politico, nello sguardo, nella decisione di porre attenzione a una cosa e non a un’altra, nella narrazione. C’è anche un atto politico nell’estetica: in una inquadratura è intrinseca la scelta autoriale di ciò che si vuol far vedere e del come lo si vuole fare.

Oltre al cinema documentaristico anche quello di finzione può essere politico. Io capitano di Matteo Garrone racconta la migrazione africana verso l’Europa attraverso il viaggio di due adolescenti senegalesi, dal punto di vista del migrante. Prima ancora, dal neorealismo a La battaglia di Algeri di Pontecorvo, fino al cinema civile di Francesco Rosi, raccontare la realtà ha significato, a volte, intervenire su di essa e, sempre, lasciare una testimonianza da una determinata prospettiva.

Anche la Festa del Cinema di Roma 2026 ha mostrato la virtù del cinema di trattare temi sociali e politici. Ne Ceniza en la boca, Diego Luna segue una giovane messicana che raggiunge in Spagna la madre emigrata anni prima: la migrazione diventa una lacerazione familiare e intima. Il film ha vinto per la Miglior sceneggiatura, assegnato ad Abia Castillo, Diego Rabasa e allo stesso regista. Brianza di Simone Catania, che ha valso a Paolo Pierobon il premio come miglior attore (ex aequo), pone invece al centro del racconto – a tratti surreale – denaro, debito e paura del declino sociale, il tutto in un clima da far west, mentre Se domani non torno di Paola Randi, presentato fuori concorso ad Alice nella Città, affronta il tema della violenza di genere, sottolineando la necessità di “fare rumore” per mettere in discussione e sovvertire quei comportamenti e quei modelli culturali molto pericolosi che affondano le proprie radici in una società patriarcale. Sul tema della violenza nelle sue diverse forme si concentra anche The Life and Deaths of Wilson Shedd di Tim Blake Nelson, Gran Premio della Giuria del concorso Progressive Cinema, intenso racconto che riflette sulla pena di morte negli Stati Uniti. Non ultimo, vincitore come Miglior Film, I See Buildings Fall Like Lightning di Clio Barnard, mette in scena il disagio di un gruppo di giovani in una società che non ne riconosce il valore, costretti a confrontarsi con precarietà e rischio piuttosto che sogni. Un contesto dove non tutti trovano la forza di immaginare un futuro diverso senza cedere al peso della disillusione.

Film molto diversi tra loro che mostrano come il cinema, ponendo lo sguardo e assumendo una posizione, diventa politico. Dalla Festa del cinema di Roma arriva anche un esempio che consente di compiere un passo ulteriore. Premio, ex aequo, per la Miglior regia a Cannes 2026, incentrato sul viaggio di Thomas Mann e della figlia Erika attraverso una Germania ancora segnata dalla guerra, Fatherland di Paweł Pawlikowski è un film con una meravigliosa fotografia di Łukasz Żal, girato in 4:3 con rigorosa ricercatezza nelle inquadrature, simmetrie, linee prospettiche esplicitate, profondità di campo pazzesche e movimenti di camera essenziali; nulla è lasciato al caso, anzi, tutto esprime armonia ricercata, bellezza. Così Pawlikowski prende una posizione a favore dell’arte, chissà, magari proprio vicina e solidale a quegli autori russi condannati duramente per formalismo proprio intorno agli anni in cui è ambientato il film. A quel tempo la cosiddetta “Ždanovščina” (dal dirigente sovietico Andrej Ždanov) la campagna contro il formalismo raggiunge uno dei suoi momenti più duri, colpendo cinema, letteratura e musica. Fatherland è un viaggio nell’intimità, in parte on the road, della famiglia Mann.

Arriviamo poi a NAZA, il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor che indaga i sistemi utilizzati da Israele per selezionare gli obiettivi e autorizzare gli attacchi che hanno colpito civili a Gaza dopo il 7 ottobre 2023. Come già accaduto con No Other Land, firmato dagli stessi autori insieme a Basel Adra e Hamdan Ballal, il cinema diventa strumento di testimonianza. Ma il gesto politico non si esaurisce sullo schermo. Dopo il passaggio nelle sale, i produttori hanno scelto di rendere NAZA gratuitamente accessibile online. Una decisione distributiva che assume essa stessa una dimensione politica.

Un film può essere politico denunciando un paese, una guerra, raccontando la migrazione, le piaghe del lavoro o la violenza, ma anche nella scelta di forma, nella scelta di cosa e come mettere in scena e non ultimo nella scelta di distribuzione gratuita, come per NAZA.

Marzia Onorato

 

 

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