La crisi energetica europea è entrata in una nuova fase. Dopo l’invasione dell’Ucraina, abbiamo ridotto in modo drastico la dipendenza dai gasdotti russi scendendo da circa il 40% delle importazioni nel 2021 a circa il 6% nel 2025. La guerra in Iran e la crisi mediorientale hanno aggiunto un secondo fronte di instabilità, con il blocco dello Stretto di Hormuz da cui transitava circa un quinto del petrolio e del gas mondiale.
Il vuoto è stato colmato, oltre che dalla Norvegia, dal gas naturale liquefatto (GNL) trasportato via nave principalmente dagli USA ma anche dal Medioriente.
Questa diversificazione, se ha momentaneamente evitato una grave carenza di approvvigionamento, non risolve il problema della nostra vulnerabilità e ha comportato un fortissimo aumento dei costi a carico di famiglie e imprese: il prezzo del gas americano è molto di più di quello russo, e quello dei carburanti sale alle stelle. Insomma, possiamo parlare di parziali misure tampone.
Per l’Europa la risposta deve essere di tipo strutturale, accelerando la transizione energetica, oggi ostacolata dai Paesi “scettici”, e di fatto bloccata dal trasferimento di fondi verso il riarmo.
Occorre investire in efficienza (ridurre i consumi), sviluppare poderosamente le rinnovabili e l’elettrificazione (per riscaldamento con pompe di calore, mobilità, processi industriali, servizi), ammodernare le reti, dotarle di sistemi di accumulo e integrarle a livello europeo. E favorire, invece di ostacolare e definanziare, la diffusione delle Comunità energetiche rinnovabili (CER), meglio se anche solidali (CERS): a Roma, ad esempio, installando pannelli fotovoltaici sui una parte dei tetti realmente disponibili, si potrebbe fornire la metà dell’elettricità consumata, risparmiando soldi e una quantità di CO2 emessa pari a quella di 500.000 autovetture.
E’ una strada obbligata, perché finché il sistema resterà legato ai combustibili importati e alle rotte marittime strategiche, ogni crisi regionale potrà trasformarsi in una crisi dei prezzi globale.
L’Italia naviga nell’incertezza, e si è data una linea davvero inspiegabile: si punta sul nucleare, molto più costoso ed eventualmente disponibile fra decenni, si continua con il gas pagando salatamente la sudditanza agli USA di Trump, mantenendo anche in vita le centrali a carbone, e si ostacolano le rinnovabili; insomma, il meglio che si possa fare per accelerare la crisi climatica e l’aumento dei costi.
E si interviene con contributi minimi per abbassare, temporaneamente, di pochi centesimi il costo di benzina e diesel, quando molto di più si può fare riducendo le accise (alcune davvero anacronistiche) e mettendo un tetto all’IVA percepita dallo Stato recuperando il surplus di introiti (l’IVA sale proporzionalmente alla crescita dei prezzi dei beni).
Giuseppe Girardi


