Il primo settembre è ricominciato il semestre filtro, la nuova modalità di accesso ai corsi di Medicina, Odontoiatria e Veterinaria. Dietro questa nuova riforma, ormai in vigore da un anno, si nasconde una sfida tutt’altro che semplice.
Il meccanismo prevede tre mesi di lezioni, al termine dei quali gli studenti dovranno affrontare tre esami: Chimica, Fisica e Biologia. Le prove sono concentrate in due date, una a inizio dicembre e una a inizio gennaio. In entrambe le occasioni la giornata sarà particolarmente impegnativa, gli studenti saranno infatti chiamati ad affrontare 50 minuti di esame, 30 minuti di pausa, e via dicendo. In poche ore questi tre esami saranno decisivi per il futuro universitario di migliaia di studenti.
Sono circa 50 mila gli studenti che si sono iscritti al semestre filtro, ma i posti sono solo per meno di 20 mila di loro. Numeri che rendono evidente quanto la pressione possa essere forte. Per uno studente non si tratta solamente di superare gli esami universitari, ogni voto può pesare sulla graduatoria e sulla possibilità di continuare a studiare ciò per cui ha lavorato per mesi.
La paura di non essere abbastanza preparati e il confronto continuo con gli altri rischiano di trasformare i primi mesi di università in una corsa contro il tempo.
Il superamento del tradizionale test d’ingresso (rimasto tale solo nelle università private) potrebbe sembrare un passo verso un sistema più inclusivo. Ma la selezione, in realtà, non è stata eliminata: è stata semplicemente spostata al termine del semestre. La differenza è che questa volta gli studenti affrontano la competizione dopo aver già iniziato il percorso universitario. Avendo quindi di conseguenza sostenuto spese per libri, trasporti e per molti, anche l’alloggio.
A rimanere fuori non saranno però soltanto dei numeri all’interno di una graduatoria. Saranno migliaia di studenti e studentesse. Coloro che hanno vissuto mesi di pressioni, incertezze, aspettative e paure.
Con questa riforma non si è pensato abbastanza né al peso psicologico che ricade sugli studenti, né a ciò che accadrà a tutti quei ragazzi e ragazze che saranno costretti a fermarsi.
Dovremmo quindi chiederci: hanno davvero eliminato il numero chiuso, o hanno solamente cambiato il momento in cui si chiudono le porte?
Francesca Greco


