Il taglio necessario e la polemica inutile

Nei giorni scorsi, due alberi storici lungo via Garibaldi, a Bracciano, sono stati abbattuti dal comune dopo la perizia di un agronomo che li ha dichiarati “gravemente compromessi”, mentre per un terzo albero, sempre in condizioni critiche, occorrerà valutare lo spessore residuo di legno, nella speranza di poterlo salvare.

Un intervento programmato, tecnicamente motivato, ma che ha acceso una polemica destinata a durare più del rumore delle motoseghe. Perché tutti sappiamo che la gestione del verde urbano non è solo una questione di sicurezza: gli alberi, soprattutto quando si trovano lungo le vie del centro urbano sono un pezzo di storia, un riferimento quotidiano. Sono elementi che definiscono un luogo, sono identità, memoria, percezione del territorio ma quando per gli agronomi un albero malato è un potenziale pericolo per la comunità, il necessario intervento dovrebbe superare ogni altra considerazione, invece negli ultimi periodi, ogni intervento sul verde pubblico sembra trasformarsi in un caso. Basta un albero malato, una perizia che ne certifica l’instabilità, e la motosega che entra in azione, perché si scateni un dibattito che raramente riguarda davvero la salute della pianta. La discussione, più che botanica, è evidentemente politica: l’amore per gli alberi cresce o si affievolisce a seconda di chi governa in quel momento. La dinamica è sempre la stessa. Gli agronomi segnalano cavità interne, radici compromesse. Il rischio di cedimento è concreto, soprattutto con le raffiche di vento che negli ultimi anni hanno messo alla prova anche gli esemplari più robusti. Il comune procede: abbattimento, messa in sicurezza, ripiantumazione programmata.

È l’iter previsto, quello che ogni amministrazione è tenuta a seguire. Eppure, puntuale, arriva la polemica, non tanto sullo stato dell’albero, quanto sull’opportunità politica dell’intervento ed ecco che l’albero malato si trasforma improvvisamente in un simbolo: della memoria, del paesaggio, della comunità. Anche quando è pericolante. Il risultato è un paradosso: la stessa pianta, con gli stessi problemi strutturali, può essere difesa o contestata a seconda del colore politico del momento. Non è la botanica a cambiare, ma la narrazione. E così il dibattito pubblico si sposta dal merito alla percezione, dalla sicurezza alla propaganda, una discussione che si sposta altrove: non sulla salute dell’albero, ma su chi governa in quel momento. La verità è più semplice e meno romantica: un albero compromesso va tagliato, quando una pianta diventa instabile, quando il vento rischia di farla cadere su chi si trova sotto in quel momento.

Va abbattuto non per mancanza di sensibilità, ma per responsabilità. La tutela del paesaggio non può ignorare la sicurezza di chi quel paesaggio lo vive ogni giorno. E la manutenzione del verde non può diventare un terreno di scontro ideologico. La sfida, semmai, è riportare la discussione su un piano tecnico, trasparente, verificabile. Perché la cura degli alberi non dovrebbe dipendere da chi governa, né essere usata come strumento di consenso. Dovrebbe essere una politica pubblica stabile, continua, basata su perizie e monitoraggi, non su emozioni intermittenti. Finché questo non accadrà, ogni tronco abbattuto continuerà a generare più rumore della motosega che lo ha tagliato. Ogni volta che succede, ogni volta che la motosega entra in scena, la discussione si sposta altrove: non sulla salute dell’albero, ma su chi governa in quel momento. È curioso osservare come l’amore per le piante cambi secondo il colore politico dell’amministrazione di questo o di un altro paese limitrofo. Pur di dimostrare che una giunta è distante dai temi ambientali, la stessa pianta, identica, con gli stessi funghi, le stesse cavità, si trasforma in un monumento da difendere, un simbolo di identità improvvisamente irrinunciabile, e intanto gli alberi, quelli veri, quelli che rischiavano di cadere sulla strada, non interessano più a nessuno. Sono diventati un pretesto, oggetti narrativi. La loro malattia è secondaria rispetto alla possibilità di usarli per dire qualcosa contro chi amministra, la pianta malata si trasforma in un martire, in un monumento alla memoria, in un pretesto per accusare qualcuno di insensibilità, incompetenza, incuria. Il paradosso è che la natura non fa politica. Non vota, non si schiera e non cambia idea. Un albero malato non guarisce perché la polemica monta, né peggiora perché c’è una giunta che non piace. La natura segue il suo corso, mentre si cerca di costruire una trama che mette al centro chi denuncia. Ma la domanda resta sospesa nell’aria: quanto di questo amore per gli alberi è autentico? Finché non si risponde, ogni taglio necessario continuerà a sembrare uno scandalo, e ogni albero malato un argomento da campagna permanente. Perché gli alberi, per qualcuno, non sono mai il vero tema. Sono solo lo sfondo su cui si proietta la politica del momento e l’amore verso di loro sboccia solo quando può essere usato come arma politica, trasformando un tronco marcio in un possibile, ma inutile, campo di battaglia.

Lorenzo Avincola redattore L’agone

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