L’ANIMA DELLA MEDICINA O UNA MEDICINA SENZA ANIMA?

Sono qui in studio dopo una giornata di lavoro, d’incontri di sguardi e di emozioni che si confrontano, si rispecchiano e chiedono a volte conforto, a volte solo un ascolto vero, partecipato e onesto, là dove un abbraccio o un sorriso possono cambiare il senso di un momento complicato.

E spero di riuscire a non cadere nella tentazione (devo dire abbastanza forte) di non usare un tono polemico o giudicante, nell’aprire uno spazio di riflessione che possa arrivare a chi fa questo delicato lavoro di presa in carico, con persone che attraversano un’esperienza di malattia.

Parlo non a caso di persone e non di pazienti proprio per stimolare, a chi leggerà questo articolo, la possibilità di vedere oltre la malattia che rimane solo un esperienza.

Vorrei dare un contributo per invitare tutta la classe medica che si occupa di oncologia a fare questo sforzo e a provare a vedere non solo i risultati di esami o RM , ma anche quei valori che si possono leggere guardando una persona negli occhi.

Abbiamo tanti medici oncologi che ad oggi fortunatamente , hanno abbracciato una visione più integrata e umana della persona e io mi ritengo fortunata nel collaborare con il day hospital oncologico  dell’ospedale Padre Pio di Bracciano, che è a mio avviso ,nel suo piccolo, un’eccellenza, dove oltre ai numeri esistono le persone, e oltre alle cartelle cliniche esiste uno spazio di ascolto e confronto tra personale medico e pazienti.

Questo non vuol dire che va tutto bene o che non esistono incomprensioni o criticità , ma che c’è una visione e una possibilità di comunicare diversa, più aperta e più partecipativa.

Ma non sempre si ha la fortuna di imbattersi in queste  realtà mediche e dunque, mi trovo ancora oggi a supportare pazienti che arrivano da diversi ospedali, spaventate e redarguite dall’oncologo di riferimento per essersi permesse si chiedere delle specifiche sul trattamento che fanno o su delle perplessità che hanno.

Allora vorrei ricordare a questi egregi dottori il senso per cui hanno scelto di fare questo lavoro e la grande responsabilità che hanno deciso di assumersi:

vorrei ricordare loro che il “paziente” potrebbe essere un loro figlio, una madre o una moglie, vorrei ricordare che hanno scelto questa professione per mettersi al servizio di persone che si trovano in momenti di grande complessità .

Vorrei ricordare  che il saper aggiustare non dà il diritto di  rompere anime in cui ci sono già delle crepe

Vorrei infine ricordare che la guarigione è un processo in cui siamo chiamati a collaborare tutti in maniera circolare, ed è una grande responsabilità che nessuno ci ha imposto, ma che abbiamo liberamente scelto.

La scienza deve andare di pari passo alla coscienza senza la quale non esiste la famosa compliance terapeutica di cui purtroppo ancora oggi  diversi medici si riempiono la bocca ma che in realtà conoscono solo da un punto di vista puramente accademico.

Non credo di essere riuscita a non essere polemica ,ma capita, quando ti fermi a riflettere ancora a caldo dopo aver concluso l’ultima terapia della giornata, con una persona che con le lacrime agli occhi, ha dovuto fare i conti, non solo con le sue paure,  il suo senso di colpa e d’impotenza, per essersi ammalata ma anche da un senso di inadeguatezza e di colpa indotto da una comunicazione che non ha avuto la delicatezza di riuscire a vedere veramente la fragilità della persona che aveva davanti.

Questo atteggiamento è grave non tanto nella forma quanto nelle conseguenze che produce perché mette in discussione la possibilità di scelta del paziente, alimentando il senso d’impotenza .

E così si rischia di passare dall’anima della medicina al fare medicina senza anima.

Invece la persona che affronta un percorso di terapia ha tutto il diritto di fare domande perché non dimentichiamoci che scegliere e decidere rispetto anche a quello che ritiene possa essere meglio per la propria salute,  alla fine è una sua  responsabilità non delegabile.

Questa è la vera compliance, il medico mette la propria competenza al servizio del paziente ma non può scegliere per lui né seccarsi se gli viene posta una domanda in più .

Capisco lo stress dei medici che vedono tanti, troppi pazienti tutti i giorni, in una infinita corsa contro un tempo che vince sempre, e che stanno, probabilmente pagando sulla propria pelle, scelte politiche sbagliate che hanno tagliato fondi e possibilità .

Ma cerchiamo di rimanere umani, ognuno di noi faccia quello che può, senza andare oltre alle proprie possibilità e forse “rallentando” un poco si può recuperare molto più di quello che immaginiamo.

d.ssa Rosaria Giagu responsabile area psiconcologica USPT

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