26 Marzo, 2026
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Agli Oscar, trionfi e assenze che fanno rumore

La notte più luminosa di Hollywood si chiude, come sempre, in un abbaglio di luci e narrazioni. Una pioggia di statuette consacra un cinema capace di coniugare visione autoriale e respiro industriale, mentre sul red carpet scorrono immagini che sembrano già destinate a sedimentarsi nel pantheon cinefilo contemporaneo. Tra primi piani mozzafiato e piani-sequenza che strizzano l’occhio alla Nouvelle Vague, gli Oscar di quest’anno hanno premiato opere attraversate da una tensione politica evidente, specchio di un mondo inquieto e frammentato.

“Il cinema come specchio del presente” è una necessità strutturale. Le storie premiate interrogano identità in crisi, conflitti interiori e collettivi, sistemi che scricchiolano sotto il peso delle proprie contraddizioni. In questo gioco di riflessi tra realtà e finzione, la politica non resta sullo sfondo: irrompe, si fa materia narrativa, diventa testo esplicito.

Ci sono le assenze, che talvolta parlano più dei discorsi di ringraziamento. Quella di Sean Penn — impegnato in un incontro con Volodymyr Zelensky — ha assunto i contorni di un gesto simbolico: un fuori campo che sposta l’attenzione dal palco dorato al teatro ben più drammatico della geopolitica. Quando il mondo irrompe nello spettacolo, il cinema non può che registrare questo cortocircuito.

In questo contesto critico a livello globale, assume un significato ancora più forte la presenza — e la risonanza — di opere che raccontano conflitti reali con urgenza documentaria. È il caso del docufilm “La voce di Hind Rajab” del 2024 diretto da Wael Kadlo, che porta sullo schermo una testimonianza diretta e lacerante della contemporaneità. È considerato un documento importante sulla crisi umanitaria di Gaza e un esempio di cinema d’impegno civile contemporaneo che non si limita a rappresentare il reale, ma lo interroga, lo espone, lo consegna allo spettatore come responsabilità. Racconta la storia di Hind Rajab, una bambina palestinese di sei anni uccisa a Gaza durante la guerra tra Israele e Hamas. E di come La Mezzaluna Rossa abbia tentato, in tutti i modi, di salvarla. Il film è una potente denuncia delle sofferenze civili nei conflitti contemporanei e ha suscitato ampia attenzione internazionale per la sua carica emotiva e politica.

“La voce di Hind Rajab” era candidato nella categoria Miglior film internazionale agli appena trascorsi Oscar, ma l’attore palestinese Motaz Malhees, uno dei protagonisti, non ha potuto partecipare alla cerimonia perché gli è stato negato l’ingresso negli Stati Uniti. La questione proietta un’ombra sulla cerimonia. Un’assenza dovuta alle restrizioni introdotte dalla presidenza di Donald Trump, nuove restrizioni sui visti, riaccendendo il dibattito su politica e accesso culturale. Proprio mentre alcune voci riescono a emergere, altre restano escluse. Il paradosso è evidente: in un’epoca in cui il cinema globale si nutre di pluralità e contaminazione, barriere politiche e restrizioni amministrative continuano a decidere chi può essere presente e chi no. Non è solo una questione di red carpet, ovviamente, ma di visibilità, di accesso al discorso culturale, di possibilità stessa di esistere nello spazio simbolico del cinema mondiale.

Negli anni passati la risposta era stata anche simbolica — come nel caso di Asghar Farhadi, che rifiutò di partecipare agli Oscar pur vincendo con “The Salesman” — e oggi gli effetti di quella stagione politica continuano a riverberarsi.

Gli Oscar, allora, smettono di essere soltanto celebrazione. Diventano dichiarazione d’intenti, montaggio collettivo di immagini, di presenze luminose e vuoti significativi. In un tempo in cui l’immagine è ovunque, il cinema resta uno degli ultimi luoghi dove lo sguardo può ancora farsi consapevole — e dove anche ciò che manca continua, ostinatamente, a parlare.

Marzia Onorato 

Redattrice L’agone

 

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