26 Febbraio, 2026
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Oltre la bomba d’acqua: il clima che cambia e le nostre responsabilità

Il più grande sogno dell’essere umano è sempre stato quello di sollevarsi da terra, di affidare il proprio corpo all’aria e guardare il mondo dall’alto. A quel sogno abbiamo dato forma con macchine meravigliose, creature di metallo e ingegno che, con il passare del tempo, grazie alla ricerca e alla scoperta di nuovi materiali, sono diventate sempre più leggere, più precise.

La mattina del 6 febbraio abbiamo sentito lo stesso impulso: il desiderio improvviso di volare, dopo l’arrivo della “bomba d’acqua” che aveva travolto una vasta parte del nostro territorio.

“Bomba” è una parola che non amiamo. Porta con sé l’eco della guerra, una presenza cupa che, soprattutto in questi tempi, sembra non volerci abbandonare. E forse non è un caso che il primo uso del volo da parte dell’essere umano sia stato proprio quello di conquistare nuovi territori attraverso i conflitti. L’uomo e la guerra sono un binomio antico, un legame ostinato che ha inciso la storia di questo vecchio pianeta come una ferita che non si rimargina.

Dobbiamo però ammettere che “bomba d’acqua” riesce a spiegare con efficacia ciò che è accaduto: è un’espressione nuova, come inediti sono questi fenomeni, precipitazioni ad alta densità generate dal riscaldamento globale e capaci di mettere in drammatica evidenza un dissesto idrogeologico ormai amplificato dai cambiamenti climatici in atto. Per questo motivo volevamo osservare il nostro territorio dall’alto: quando ci si eleva, quando si prova a guardare da un punto di vista superiore, tutto appare con maggiore limpidezza. Avremmo colto come la situazione avesse colpito un’area vastissima, osservato che l’enorme quantità d’acqua caduta in pochissimi minuti aveva superato la capacità di deflusso dei sistemi fognari, forse non più adeguati alle nuove condizioni meteorologiche; aveva riempito, anche a causa della scarsa manutenzione, le cunette ai lati delle strade, riversandosi rapidamente sul manto stradale. Aveva invaso i terreni a ridosso delle abitazioni, allagando, con la fuoriuscita dai fossi, in alcuni casi, cantine, negozi e seminterrati; aveva provocato smottamenti di terra e sassi, detriti che scivolando sulle nostre strade avevano isolato intere comunità. Quando scegliamo di volare alto, ci accorgiamo che il territorio non ha nessuna linea di confine tra i paesi. Le divisioni amministrative si dissolvono di fronte all’omogeneità del danno, che rende superflue e sterili le distinzioni. Allo stesso modo, elevare lo sguardo significa non vedere il colore politico dei Comuni coinvolti e mettere da parte locali polemiche che risultano del tutto fuori luogo. Alzare il livello di osservazione e di pensiero permette invece di riportare l’attenzione sull’urgenza d’interventi strutturali nei nostri territori, sempre più fragili, di chiedere ai Comuni, alla Regione e al Governo di essere fattivamente vicini alle popolazioni coinvolte e di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla necessità, ormai non più rinviabile, di azioni efficaci a livello globale per eliminare le cause del cambiamento climatico. Il rischio di chi resta a terra, accompagnato da un pensiero debole, è quello di cadere in un paradosso evidente: si denuncia, spesso a seconda di chi governa, la scarsa manutenzione di fronte a eventi meteorologici straordinari e, nello stesso tempo, si nega l’emergenza climatica che rende questi fenomeni sempre più frequenti e intensi.

Lorenzo Avincola

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