14 Febbraio, 2026
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La festa degli innamorati (parte 4 di 4) – Se oggi non fosse San Valentino, resteresti ancora?

A mezzanotte di San Valentino

Arrivò in anticipo. La biblioteca era ancora vuota, immersa in quell’odore quieto di carta e legno che precede le voci. Scelse un tavolo vicino alla finestra. Da lì poteva osservare senza farsi notare: una posizione che conosceva bene, che per anni le aveva permesso di capire gli altri evitando di esporsi davvero. Appoggiò il libro sul tavolo, ma non lo aprì. C’erano giorni in cui leggere era solo un alibi.

La porta si aprì e qualcuno entrò senza far rumore. Senza cercare attenzione. Si fermò un istante sulla soglia, come chi misura lo spazio prima di attraversarlo, poi avanzò tra gli scaffali con un passo che sembrava un dialogo.

Alzò lo sguardo quasi per caso e avvertì quella sensazione precisa: si guardarono vedendosi. Sorrise con naturalezza, senza fretta, come se il tempo tra loro avesse già deciso di collaborare.

«Posso?» chiese, indicando la sedia di fronte. Annuì. In quel gesto semplice, un sì privo di spiegazioni, c’era qualcosa che non capitava da troppo tempo: la disponibilità a restare, senza sapere ancora dove.

Ebbe un pensiero rapido, inatteso, quasi imbarazzante nella sua chiarezza: ‘Forse non tutte le storie iniziano da un desiderio. Alcune cominciano dal sentirsi al sicuro’, e, per la prima volta dopo anni, non sentì il bisogno di contraddirsi.

Detestava San Valentino. Ogni anno lo attraversava come si attraversa una vetrina troppo illuminata: con un sorriso educato e il passo svelto. Era il giorno che ricordava ciò che non aveva scelto, ciò che aveva rimandato, ciò che aveva accettato per quieto vivere. Senza soddisfazione. Senza vero amore. Era il giorno in cui camminava al margine, il giorno in cui tutti fingono di sapere cosa vogliono.

Una rosa si poggiò sul libro chiuso. Era un invito quieto, lasciato lì come si lascia una possibilità. Non pensò subito all’amore. Ma quel modo attento di porgerla denotava che sapesse che non stava offrendo qualcosa da possedere, ma qualcosa da riconoscere.

Un fiore non si prende: si accoglie. Vive già di una vita propria e chi lo dona vuole dire soltanto: ‘io ti vedo’. Non diceva ‘ti voglio’, non chiedeva di essere colto in fretta, né di durare per sempre.

Lo prese con lentezza, come se stesse ascoltando qualcosa che non aveva voce. Tenne quel fiore stretto tra le dita. Ne sentì la fragilità. La corolla aperta, il gambo sottile, il profumo che si offriva. Lo avvicinò al viso, ne seguì il profumo lieve, e sorrise. In quel sorriso non c’era promessa.

Sapeva che riceverlo non era idealizzazione, ma evidenziare la vitalità, la capacità di generare senso, calore, presenza. Il fiore non chiede di essere colto per sempre. Solo di essere guardato finché è vivo.

Capì allora che il dono non era il fiore, ma lo spazio intorno ad esso. Lo spazio in cui non si deve essere altro da ciò che si è. Lo spazio in cui fiorire senza spiegare.

Con quel fiore sapeva che almeno una persona aveva compreso una cosa essenziale: che la sua intimità non era un premio, la sua sensualità non era una promessa, la sua capacità di amare non era una funzione. Era solo un giardino che si offre solo a chi sa camminarci con rispetto.

Si guardarono negli occhi, parlarono di libri, delle giornate lontane in classe quando si vedevano fingendo di non guardarsi, di errori fatti per gentilezza, di come si impara tardi a dare un nome ai propri desideri.

La biblioteca stava chiudendo. Le luci si abbassarono una a una, lasciando accesa solo quella sopra il loro banco. Fuori, la città continuava a celebrare con fiori e risate, ma lì dentro il tempo sembrava non esistere.

Infilò il cappotto senza fretta, con un gesto semplice: si preparava ad andare via senza sapere ancora se lo avrebbe fatto davvero.

Arrivarono alla porta insieme. Il vetro restituì il riflesso di due figure vicine, non sovrapposte.

Posò la mano sulla maniglia, poi si fermò.

«È strano» disse piano. «Non ho mai saputo cosa fare, in giornate come questa. Oggi invece… non mi sento in difetto.»

«Forse perché oggi non hai avuto necessità di recitare nulla», fu la risposta.

Guardò quegli occhi profondi senza urgenza, né aspettativa. Solo una domanda che non pretendeva risposta immediata.

«Resteresti ancora un po’?»

Erano passati anni dall’ultimo caffè preso insieme e uscirono nella notte fredda. Niente promesse. Solo due passi che si accordavano, per la prima volta, senza sforzo. Alle loro spalle, San Valentino si chiudeva come una vetrina illuminata. Davanti, una strada qualsiasi.

Cenarono insieme. San Valentino era passato, era mezzanotte, e non era accaduto nulla di eclatante. Niente baci spettacolari. Niente dichiarazioni tardive tanto attese.

Solo una domanda posta con precisione:

Se oggi non fosse San Valentino, resteresti ancora?”

La risposta non fu immediata. Ma fu vera.

 

Per leggere la prima parte

 

Riccardo Agresti

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